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L'orribile articolo de Ilsole24ore contro gli orafi... ed il silenzio che ne è seguito.

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L'orribile articolo de Ilsole24ore contro gli orafi... ed il silenzio che ne è seguito.

Gli orafi aretini se ne ricorderanno, è successo a inizio luglio 2017: una raffica di articoli, una inchiesta pubblicata a puntate da quello che qualcuno reputa il più prestigioso quotidiano economico italiano, ad oggetto l'oro ed i traffici irregolari ad esso connessi.

 
 
 
 

Il distretto orafo aretino ne usciva massacrato per alcune inchieste giudiziare che collegherebbero BancaEtruria al mondo dell'oro “nero” (inteso come evasione fiscale), con dovizia di racconti del passato su un treno d'oro intercettato da Gelli durante l'ultima guerra. Il distretto vicentino ne usciva trattaggiato a tinte truffaldine per episodi del passato. L'area napoletana e casertana (lì si trova il Tarì, un polo orafo sviluppatosi negli ultimi lustri) collegata alle altre due per il prevedibile (secondo il quotidiano) inquinamento criminale. Meno rappresentato il polo valenzano, sede del gioiello (ossia oro con pietre preziose) italiano: dal Piemonte si parte per collegare i furti d'oro nelle case degli italiani ai compro-oro ed al traffico in evasione fiscale.

Ri-lanciata la notizia, in città si scatenò un putiferio: la consulta orafa (che riunisce gli orafi di 4 associazioni), il sindaco, il partito, persino i rappresentanti locali dell'azionista principale del quotidiano (che fa riferimento a Confindustria) lanciarono strali contro una rappresentazione perlomeno ingenerosa della città e del suo comparto trainante. Minacce di querele a cui è seguito il niente. E sarebbe bastato poco per togliersi qualche soddisfazione. Chi ha letto l'inchiesta se ne rende conto. Salvo ritenere che non bisogna mettersi contro i potenti di turno.
Abbaiano alla luna, guardando il dito e vedono anche gli asini volare: che pochezza.....

Sono stato nel settore orafo una 25na d'anni comodi, una tale sequela di "bischerate" unite a verità distorte merita una azione di contrasto. Anche se di mezzo ci sono i magistrati inquirenti e la Guardia di Finanza, una accoppiata che pare far tremare anche i cuori più impavidi, quali dovrebbero essere quelli dei rappresentanti istituzionali. 

Ho scritto chiedendo a ilsole24 di mettermi in contatto coi due autori per approndire alcune affermazioni: morto il mondo, nessuna risposta, silenzio totale. Quindi esterno i miei dubbi sulla validità di quella che da ora in poi definirò "la bufala".
Esordisce focalizzando su Arezzo, con una storia tutta da ridere: quella di Gelli che indirizza nel 1944/1945 un treno carico di circa 60 tonnellate d'oro, ne consegna -riverginandosi- 27.000 chili ai comunisti titini tramite l'allora PCI e ne trattiene 25.000 chili ad Arezzo, dando vita al distretto orafo aretino. Una di quelle storielle che si raccontano ai bambini per dormire oppure insieme alla novella dell'omo nero e del lupo cattivo Quando una inchiesta giornalistica incorpora una “leggenda fantasiosa” (parole testuali loro) perde ogni connotazione di verità per scivolare nella prosa di Dan Brown, bugie nobilitate da storie totalmente slegate alla favola raccontata.
Come può essere considerata questa una inchiesta degna di questo nome?

Ma continuiamo: due righe più giù scrivono “Vero? Falso? Verosimile? Fascinazione?” mescolando tonnellate e chili come fossero la stessa unità di misura, parlando di lingotti con “punzonature e timbri di Paesi dell'Est (ex Unione sovieticaC in primis)”. Chi ha lavorato nell'oro si fida di ben poche punzonature, quando gli è noto che il lingotto arriva da una banca, dalla Svizzera, o da persone di assoluta fiducia: altrimenti bilancia e saggi (prelevati di persona da lingotti mantenuti in cassaforte) solo l'unica certezza. Quello che c'è scritto sopra non convince nessuno, solo questi due autori. Che arrivano a raccontare per vere supposte storie d'oro fasullo restituito alle banche nel vicentino, ossia lingotti fatti di tombak (informazione per i meno esperti: il peso specifico del tombak -ottone- è il 45% rispetto a quello dell'oro fino; lingotti da un chilo o barre da 12,5 kg originali in oro fino hanno dimensioni standard e qualora costituiti di tombak pesano meno della metà, pertanto vi assicuro che chi li maneggia quotidianamente se ne accorge appena li sfiora). Ma notoriamente gli asini volano.

La bufala si sostiene poi con relazioni fra indagini in corso (e mi stupisce che qualcuno abbia venduto una indagine in corso come verità appurata in tribunale con adeguate condanne, per ora non siamo neanche al verdetto di primo grado), il ruolo dell'uomo di BancaEtruria che si occupava di metalli preziosi, i trafficanti svizzero-albanesi (non perseguiti dalle autorità elvetiche), traffici colla Svizzera o altrove dove confluisce il metallo raccolto dai compro-oro, collettori e doppi fondi, un mischiume di fatti e non fatti dove anche uno esperto si perde. L'importante è il messaggio, orafi aretini uguale banditi, ma su chi l'abbia lanciato e verso chi nessuno pare voler approfondire.

Ma il paragrafo migliore secondo me è il seguente. Nessuna tra le fonti intervistate dal Sole-24 Ore ha voluto metterci la faccia o la voce ma tutti concordano nel dire che, ormai, (almeno) un'operazione su due non è tracciabile e sfugge ai radar del Fisco. Accade ad Arezzo ma accade anche negli altri distretti dell'oro (Valenza Po, Marcianise e Vicenza) tra loro legati più di quanto possa apparire e non solo per i legami commerciali ma anche sul fronte delle indagini giudiziarie. In vero il “nero” compare in tutte le operazioni commerciali, qualunque settore si prenda in considerazione ed è logico che il settore orafo non faccia eccezione.

Una informazione qualunquista e deviante che fa decadere il fu-prestigioso quotidiano economico al livello più infimo ed inaffidabile. Chi scrive e chi pubblica è parimenti responsabile di queste affermazioni che riassumo così: tutte le (loro) fonti dicono che il nero è in tutte le transazioni, compreso il settore orafo, e si eludono le norme fiscali in un caso su due.

Caspita, l'esercito nelle strade, subito. Siano chiuse le frontiere. Siano santificati gli inquirenti.
Mi scuso subito per aver riportato a galla memorie dolorose ai numerosi orafi aretini che sono stati sbattuti in carcere ingiustamente. Con i loro nomi in prima pagina e foto colle manette, conferenze stampa di inquirenti che dicevano di aver schiantato imponenti traffici di oro e oreficeria al nero, anzi talvolta riciclaggi di droga (Panama o Los Angeles), e che anni dopo sono stati dichiarati completamente estranei alle contestazioni. Figuriamoci farsi trattare così da una coppia di scrittori: si capisca il messaggio subliminale, magari se ne viene a capo. Volendo.

Arezzo, città dei traffici illeciti d'oro nero colla Svizzera; Vicenza, di cui si elencano i casi di bancarotta o truffa legate ai prestiti in oro a danno delle banche; Napoli e Torino, dove il crimine e le operazioni illecita coinvolgerebbero i compro oro. Un quadretto completato per l'aretino con Gelli (e il suo presunto tesoro d'oro rubato) e colla presenza di player mondiali nel settore dell'oro riciclato, un richiamo che pare destinato -a chi ama unire i puntini- a specifica rappresentante di categoria che non ha profferito parola, forse distratta da autocelebrazioni, premi, specchi e lustrini.

Pare un avvertimento a stare lontani dal settore orafo per i rischi di truffe e di personaggi in odore di crimine: chi meglio d'una banca lo dovrebbe recepire o (meglio ancora) lanciare lasciando presumere un abbandono di un settore creditizio a bassa remenerazione ed alto rischio.
Nel settore si trovano birbanti matricolati e non, ma anche tanta gente che lavora sodo e pulito.

Ne traggano le considerazioni tutte le aziende orafe: ulteriori restrizioni del credito in vista!
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