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Dovunque ma non nel mio giardino: processate Squarcialupi (capitolo secondo)

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Dovunque ma non nel mio giardino: processate Squarcialupi (capitolo secondo)

Verso il processo di primo grado. Schermaglie procedurali e riflessioni di carattere generale



Ho sempre pensato che la spettacolarizzazione della giustizia abbia i suoi lati positivi: serve da un lato ai media per poter vendere qualche copia in piu’, dall’altro ai magistrati per farsi ambiziosamente strada nel mondo della giustizia. Entrambi questi effetti non sono necessariamente un male: il primo è utile non solo ai media, ma anche al grande pubblico, accrescendo una maggiore consapevolezza dei temi giuridici trattati, mentre è certamente un grande stimolo per i magistrati, impegnandoli ad affrontare grandi inchieste con rinnovato coraggio e attenzione. Chi soffre invece di questi eccessi mediatici è proprio la verità e la giustizia (intendendo sempre e ovviamente la verità e la giustizia processuali).

In occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il primo presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, ha stigmatizzato il fenomeno, ormai dilagante nel nostro Paese, a suo dire favorita soprattutto da una spiccata autoreferenzialità di alcuni pubblici ministeri, che sta finendo per creare un vero e proprio corto circuito tra l’informazione ed il processo penale, tale da ribaltare il principio di presunzione di innocenza e trasformare l’indagato in colpevole.

In nome dell’audience – dice Canzio - piuttosto che delle statistiche o della notorietà personale, si è dimenticato così che il processo penale è ben altro; è il rito più alto di una società civile nel quale si giudica un uomo con i propri sentimenti, con i propri affetti e con la propria dignità. Ed è in questo scenario distorto che prende corpo il contrasto tra la giustizia attesa e quella applicata, come la definisce Canzio, nel quale la prima è e deve essere la verità che deve trionfare sulla seconda. Quante, troppe volte, si è assistito a scene di protesta, se non di vero e proprio delirio, dinanzi a sentenze che si discostano dai “desiderata” dell’opinione pubblica, dalla volontà della piazza, dalla “decisione” assunta nei vari talk show. E quante volte tutto questo è avvenuto anche nell’assordante silenzio di chi avrebbe dovuto difendere la giurisdizione.

Un fenomeno questo, che finisce per influenzare le indagini, le parti, i testimoni, il giudice; finisce per condizionare il principio di presunzione di innocenza, che viene quasi del tutto annichilito. Un principio, baluardo del nostro sistema penale, che sembra appartenere ormai a pochi illusi sognatori del diritto se persino il rappresentante del sindacato dei magistrati Camillo Davigo, sostiene che se una persona viene assolta, non è innocente, ma è un potenziale colpevole di cui non si sono trovate le prove della colpevolezza. Siamo al delirio!

Premesse queste poche considerazioni generali, mi accingo a raccontare un processo le cui carte potrebbero essere contenute in svariati bauli, tanta è la mole dei verbali, delle perizie, dei dati in esso forniti, delle considerazioni che da questo scaturiscono. Le stesse sentenze dei tre gradi di giudizio, potrebbero essere parametrate a veri e propri testi di diritto ambientale, piu’ che a semplici fascicoli processuali. Queste considerazione sgorgano spontanee da chi da due giorni è immerso nella lettura della sentenza di primo grado, una sentenza che mi ha colpito per la profondità raggiunta nell’analisi giuridica e sostanziale dei fatti.

Alla fine della fiera tuttavia, tutto si è concluso con una assoluzione generale della Suprema Corte, per intervenuta prescrizione. Se mi è consentita una personale considerazione, se invece che far intervenire elicotteri, ruspe e mezzi da sbarco della V armata, fosse arrivato sul posto un semplice funzionario Arpat, armato di paletta e secchiello, ho fondati motivi per immaginare che il finale sarebbe stato decisamente diverso.     

Sulla vicenda, liberando solo un po’ di fantasia, immagino che si siano saldate esigenze diverse oltre quelle indicate in apertura di questa riflessione. In particolare la necessità per il Corpo Forestale di evitare (inutilmente ci dice la storia) la sua dissoluzione dentro all’arma dei Carabinieri. Servivano forse (ripeto è una personale supposizione) un po' ovunque in Italia, una serie di azioni muscolari, spettacolari, marcatamente mediatiche, per far convergere l’attenzione dell’opinione pubblica sulla necessità della propria stessa esistenza. 

La crescente attenzione verso temi ambientali, si è così palesata attraverso un’azione giudiziaria di grande impatto mediatico, nei confronti dell’azienda che piu’ di ogni altra rappresenta il difficile rapporto tra territorio, opinione pubblica e necessità sostanziali di trovare metodi di smaltimento dei rifiuti speciali, nel rispetto dell’ambiente e della convivenza. Senza tralasciare la difesa del posto di lavoro, altrettanto essenziale per tanti abitanti della stessa zona.   

Il piu’ rilevante tra i fatti che hanno preceduto il processo di primo grado, è stata la non ammissibilità di tutte le rilevazioni e i carotaggi effettuati durante lo sbarco della V armata (mi sia concessa la natura scherzosa della definizione) del 20 febbraio del 2008. Non ammissibilità ribadita in tutti i gradi di giudizio.

A causa di un errore formale - la mancata notifica alla difesa degli accertamenti tecnici non ripetibili - è decaduta l’accusa di cui al punto “C” ovverosia l'accusa di "avere effettuato scarichi di acque reflue industriali nella pubblica fognatura, contenenti metalli [elenco metalli] in misura superiore ai limiti di accettabilità previsti da apposita tabella". 

Un errore formale proprio laddove nel diritto, la forma diventa sostanza, anzi di piu’: il modo di essere della sostanza.

Una seconda volta mi vien da ribadire che questo tipo di interventi - gli scarichi di prodotti industriali nelle fogne - è quotidianità per i tecnici Arpat, che hanno in materia una esperienza ormai ventennale e che nella cosiddetta “città dell’oro”, intuiscono ormai origini, fonti, cause e sanno porvi immediato rimedio. Oltre che applicare sanzioni rapide ed efficaci.  

Difficile rimproverare all’arguto ed attentissimo avv. Alboni, coadiuvato da un principe del foro del calibro di Coppi, di aver cavalcato la situazione: il processo è fatto anche di cavilli giuridici, tanto piu’ quando i cavilli propriamente cavilli non sono. Forse un po’ di umiltà nelle controparti non avrebbe guastato! 


(Nella prossima parte, pronta spero per il fine settimana, l'atto di accusa e le motivazioni della sentenza di primo grado)  

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