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Dovunque ma non nel mio giardino: processate Squarcialupi (capitolo primo)

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Dovunque ma non nel mio giardino: processate Squarcialupi (capitolo primo)

 







Premessa

"Dovunque ma non nel mio giardino", è la logica imperante che non mette in discussione la possibilità di non produrre rifiuti o di non inquinare, ma che tuttavia non sopporta di subire le conseguenze salutari-estetico-olfattive che derivano dalla necessità di trattare questi rifiuti adeguatamente e che alla fine non accetta neppure di essere coinvolta nei costi economici e sociali dello smaltimento.

Eppure siamo stati tutti incollati davanti alla TV a vedere servizi strappalacrime sulla terra dei fuochi, scandalizzati quando i nostri (nostri di Arezzo intendo) rifiuti hanno cominciato ad emergere dalle terre campane mentre sullo sfondo vedevamo i bimbi morire (e qui in modo sistemico e acclarato) per la nostra avidità.

Allora serve una premessa: se non ci fossero aziende come la Chimet, i rifiuti tossici e quelli speciali, ospedalieri, medicali, chimico-farmaceutici e via di seguito, non sapremmo piu’ dove metterli se non creando altrettante situazione esplosive in giro per il mondo. O meglio: in giro per il terzo mondo! Nella migliore ipotesi spedendoli in nazioni ove il trattamento dei rifiuti è considerato necessario e meritevole di sostegno, nella peggiore sotterandoli dove la  miseria considera essenziali anche i due spiccioli con cui possiamo comprare un po' di terra dove farli sparire. 

Pur vivendo lo scrivente a 2.758 metri dalla Chimet (fonte google maps), ogni volta che il nostro paese decide di spedire in Germania o nei paesi del Nord Europa i suoi rifiuti per essere trattati, mi sento oltraggiato come cittadino italiano, sentendo di appartenere ad una comunità che non riesce a bastare a se stessa.

La Chimet è una azienda che non è nata come inceneritorista, ma creata solo per recuperare metalli preziosi dagli scarti industriali e che ha poi allargato il proprio core business anche spinta da esigenze sociali reali, oltre che dalla possibilità di aumentare utili e fatturato.  Certamente è una gallina dalle uova d’oro, ma fare utili non è peccato mortale, nè cosa di cui vergognarsi. Ma c’è qualcuno che sa indicarmi una strada alternativa per smaltire i rifiuti speciali che noi produciamo? In questo caso non possiamo raccontarci la solita novella del riciclo. Non si tratta di plastica, vetro, ferro ecc. ecc., ma di scarti e residui tossici, anche batteriologicamente contaminati, provenienti dalle nostre attività, soprattutto sanitarie e farmaceutiche. Quante aziende sono in grado oggi di abbattere e trattare prodotti del genere? Se vogliamo eliminare il problema dovremmo allora iniziare dalla radice, facendo a meno di farmaci sofisticati, apparecchiature radiomedicali, prodotti in genere della chimica avanzata, dell’informatica e della robotica di precisione. La moglie piena e la moglie ubriaca è un miracolo della economia ancora poco diffuso! Dunque, o li smaltiamo in casa nostra, o paghiamo i tedeschi perché lo facciano per noi, ammettendo però e finalmente, di essere troppo stupidi per farlo da soli.  

Invece che un serio approfondimento sul tema, preferiamo cavalcare le paure, usandole per farsi pubblicità e se possibile due spicci sia politici che economici, oppure solo per ottenere qualche “click” in piu’.

Sono perfettamente cosciente di scrivere cose controcorrente, politicamente “uncorrect”, demagogicamente sbagliate. Pazienza. Spero che insieme agli insulti, messi già nel conto, arrivino anche ragionamenti efficaci per approfondimenti di qualità.

Certo il rischio zero non esiste. Non esiste quando mi siedo in auto, quando accendo una sigaretta, quando infilo la spina dell’asciugacapelli nella presa. Possiamo cercare di ridurlo entro limiti di ragionevole serenità, ma azzerarlo mai.

Nel frattempo insieme all’azienda è cresciuta anche la consapevolezza del rischio. Negli anni sono state innalzate misure di sicurezza attive e passive sempre piu’ qualificate. Il laghetto che tanta ilarità ha suscitato anche fra i lettori di questo giornale, è in realtà un impluvium dotato di pompe per il riciclo, in grado di raccogliere tutte le acque meteoriche ricadenti nell’area, proprio per impedire che anche queste possano fuoriuscire dai perimetri dello stabilimento.

Forse ci siamo dimenticati quando i rifiuti speciali ospedalieri venivano inceneriti (diciamo pure bruciati) sul tetto dell’ospedale senza remore e senza precauzioni? O quando venivano gettati nelle cave di Quarata? Non stiamo parlando del medio evo, ma di qualche lustro fa. E nemmeno tanti.

E’ tuttavia normale veder nascere l’opposizione di uno o più membri di una comunità locale, che non vuole ospitare opere di interesse generale sul proprio territorio, perché considerate una minaccia alla salute o alla sicurezza, oppure molto piu’ spesso, perché ad esse si associa una riduzione dello status di un quartiere o di un’area geografica. Ma fino a che non troveremo il modo di smaltire i nostri rifiuti nel magma nucleare del nostro Sole, non ci sono alternative al loro smaltimento sulla Terra.

Eppure non pensiamo mai, ogni volta che andiamo a farci una “lastra”, che quella macchina contiene sostanze radioattive che prima o poi decadranno e che prima o poi dovranno essere smaltite. Pensiamo forse di smaltirle in una discarica? Eppure nessuno, nemmeno per scherzo, pensa di rinunciare alla radiografia. Anzi per essere piu’ sicuri se ne fanno anche due o tre. Il diritto alla migliore sanità possibile, non prevede alcun’altra preoccupazione, senza scarti da smaltire. Nel caso che proprio ci siano, basta che vengano smaltiti lontano dal mio giardino (magari in Campania o meglio in Costa D’Avorio).

L’inizio dei guai

Con un briciolo di fantasia, richiesta anche ai lettori, val la pena di raccontare alcuni fatti accaduti nel periodo 2006/2007. La Chimet in quegli anni - non conosco le date esatte, ma non è questo il nocciolo del problema - decide di partecipare alla gara per lo smaltimento dei rifiuti ospedalieri dell’area vasta. La famosa area vasta Toscana Sud.

Vince la gara con un ribasso e un risparmio per le casse pubbliche di 800 mila euro l’anno (vado a spalmi: potrebbero essere un po’ piu’ o un po’ meno). E’ una vera tragedia e il primo grande errore strategico: uno sgarro politico e istituzionale. Stava imponendosi proprio allora e su scala nazionale, in relazione allo smaltimento dei rifiuti speciali, un gruppo padano, nel giro delle grandi cooperative (evitiamo aggettivi perché ormai non hanno piu’ senso), rappresentato in gara dalla Mengozzi Spa, in stretta collaborazione con la Manutencoop: un colosso del settore da 18mila dipendenti e un miliardo di euro di fatturato, da cui poi verrà sostanzialmente assorbita.

Per inquadrare adeguatamente la concorrenza della Chimet presente a quella gara, val la pena riprendere quanto scritto dal Fatto Quotidiano e da quasi tutte le grandi testate nazionali qualche giorno fa, con precisione il 4 aprile 2017: <Il ‘sistema Manutencoop, lo rivela Pietro Coci, il titolare di Euroservizi Group, l’impresa che si è aggiudicata in Ati con il colosso delle cooperative l’appalto triennale di pulizia e sanificazione dell’ospedale pediatrico Santobono Pausillipon da 11 milioni e 500mila euro. Secondo i pm della Dda di Napoli, grazie alla promessa di 200mila euro di tangenti (poi ne verranno elargiti ‘solo’ 55mila). E’ il sistema a cui accennerebbero due dirigenti di Manutencoop, Francesco Sciancalepore e Crescenzo Tirone, quando l’imprenditore li informa che per vincere l’appalto bisogna pagare. “Senza colpo ferire e senza fare una piega mi dissero – afferma Coci – che erano assolutamente d’accordo e che per loro la prassi era di pagare sistematicamente nel settore degli appalti il 2-2,5% di tangente e non il 4%. E mi diedero pacificamente il via libera”.>

In questo contesto aveva cominciato a muoversi la Chimet a cavallo tra il 2006 e il 2007. Un po’ ingenuamente immagino (facendo ricorso alla fantasia di cui sopra). Sta di fatto che nell’estate del 2007, un investigatore privato (è negli atti processuali), pagato da quella concorrenza che ci è stata così ben illustrata dai fatti narrati in questi giorni, entra dentro lo stabilimento di Badia Al Pino, armato di microcamere e comincia la sua opera preparatoria. Peraltro il risultato della investigazione appare sostanzialmente inutile processualmente, ma serve invece a noi per dare un senso logico agli eventi che seguiranno.  

Il 9 settembre successivo si costituisce il comitato che provvederà a presentare l’esposto da cui è partita l’attività giudiziaria, esposto che verrà presentato il 14 settembre e preso in carico dalla Procura il 18 dello stesso mese. Le indagini vengono subito affidate al Corpo Forestale. Tralascio in questa fase l’incidenza di ex colleghi poi divenuti concorrenti e la presenza di parentele fastidiose con gli indaganti, perché avrebbero il sapore del gossip.

Negli stessi giorni in cui si stava predisponendo l'assalto giudiziario al fortino di Badia Al Pino, accadono anche altri fatti di rilievo, la conoscenza dei quali nasce dalla lettura delle trascrizioni degli atti giudiziari.

Due signori si presentano in quel settembre del 2008 alla Chimet. Sono latori di una ricca offerta: vogliono acquistare il ramo d'azienda che aveva vinto il bando di gara per lo smaltimento dei rifiuti speciali di area vasta. Uno di questi, racconta il teste, è un dirigente della stessa Manutecoop (quella che aveva perso), l'altro un dirigente di banca (interrogato se si trattasse di Mediobanca il teste risponde evasivamente). 

Squarcialupi accompagna gentilmente i due alla porta da cui erano entrati, e questo è forse il secondo grande errore dell'uomo. Manutecoop sta acquisendo in quegli anni un controllo diffuso e capillare sul settore, e lo sta facendo con le buone o con le... buone! 

Si arriva così al 20 febbraio 2008: è il d-day ! Muniti di elicotteri in cielo e di mezzi di terra, ma soprattutto muniti di carte planimetriche precise, scatta l’operazione Chimet.

A questo punto occorre fare una premessa.

Negli anni che vanno (sempre a spalmi) dalla seconda metà degli anni ’70 alla prima metà degli anni ’80, la Chimet aveva veramente sversato parte degli scarti di lavorazione e trattamento dell’oro, in alcuni terreni circostanti di sua proprietà. Trattavasi di fanghi con concentrazioni elevata di fosfati, nitrati e metalli vari dal tipico colore rossastro. La presenza della componente salina, aveva fatto ritenere erroneamente, che fossero fanghi utilizzabili anche a scopo agricolo. Di fatto, la stessa azienda alcuni anni dopo, provvide alla loro rimozione a alla relativa tombatura, lasciando fuori dalla operazione di risanamento però (colposamente o colpevolmente non sappiamo), alcune aree, considerate all’epoca marginali e di scarsa rilevanza. 

Ed ecco che infatti, proprio nel d-day della Forestale, su quelle aree “pensate come marginali” si concentrano le attenzioni degli investigatori, che vi si dirigono a colpo sicuro.  

Il 3 dicembre del 2009 si arriva alla conclusione delle indagini preliminari e alla richiesta di rinvio a giudizio. Contro Squarcialupi (tralascio le altre posizioni, almeno per il momento) vengono rivolti 27 capi di accusa: 4 di questi sono a tutti gli effetti delitti, 23 sono accuse per reati di carattere contravvenzionale.

Il piu’ grave è ovviamente quello di disastro ambientale, che lo stesso GIP, Anna Maria Loprete, corregge però in disastro ambientale “potenziale”.

Il 31 maggio 2012 inizia il processo, che vedrà ben 30 udienze e si concluderà il 10 luglio 2014

 

(Nella seconda parte, il processo di primo grado)  

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