Prima Pagina | Puntodivista | Fine vita: serve un dibattito libero e non dogmatico

Fine vita: serve un dibattito libero e non dogmatico

By
Dimensione carattere: Decrease font Enlarge font
Fine vita: serve un dibattito libero e non dogmatico

La libertà del cristiano di scegliere di non praticare l’eutanasia per se stesso, finisce laddove inizia la libertà di chi, credente o meno, sceglie diversamente, decidendo per sé la fine delle proprie sofferenze.




In greco antico la parola “Eutanasìa” significava buona morte.

Oggi con questo termine si definisce correntemente un intervento esterno volto ad abbreviare l’agonia di un malato terminale. Aggiungendo un aggettivo, si definisce meglio il problema. E’ eutanasia passiva, quando la medicina si astiene dal praticare cure volte a tenere ancora in vita il malato. E’ eutanasia attiva, quando si causa direttamente, la morte del malato; E’ eutanasia attiva volontaria, quando la morte è provocata con azione esplicita del malato.

Nella cultura greco/romana, il suicidio riscuoteva un’alta considerazione: si sanciva infatti il diritto per ciascuno di disporre della propria vita. Anche l’assistenza al suicidio non fu mai proibita fino all’arrivo del cristianesimo che tuttavia “non esclude” il ricorso alla pena di morte (art. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica) mentre non prende nemmeno in considerazione l’eutanasia nei casi di gravissima malattia terminale.

La morte come pena è ammissibile, la morte come sollievo dalla sofferenza no. 

Volendo sintetizzare il piu' possibile le due posizioni che sono all'origine della polemica, si potrebbero riassumere così: l’etica laica considera sacro l’individuo in sé, e con esso la sua dignità, la sua personalità, la sua persona, la sua volontà. L’etica cattolica considera la persona sacra solo in quanto figlio di Dio, sacra in quanto partecipe della sacralità del divino. 

Il risultato finale, al di là del personale sentire (e ciò che appare ha piu’ valore di quanto si vorrebbe manifestare) è che sembra che il cattolico credente ignori o faccia finta di ignorare la sofferenza di un corpo morente, faccia finta di ignorare il silenzio assordante di una coscienza ancora funzionante, ma esausta.

Quando alla sofferenza lancinante e straziante non c’è via d’uscita, si è già morti.

Davanti al dolore infinito di chi non ce la fa piu’, di chi vede perduta la sua dignità di uomo, di chi non trova alcun conforto in un Dio che forse c’è, ma che forse non c’è, le parole diventano parole di circostanza, chiacchiere inconcludenti di fronte alla sofferenza che meriterebbe maggior rispetto. Sacro rispetto. La sofferenza non può essere una condizione di sudditanza di un uomo all’altro.

Insensatezza di un’etica che non risponde al dolore che l’uomo percepisce.

Quel macchinario che prima sembrava la salvezza adesso si è trasformato in una maledizione, spesso (e qui è proprio il caso di dirlo) contro natura: è il prolungamento inesorabile della sofferenza, è la precondizione per cui l’uomo chiede all’uomo di poter morire, quel desiderio intimamene comprensibile e al tempo stesso sconcertante, rivolto a chi difficilmente riesce anche solo a immaginare la propria esistenza in quelle condizioni di prolungamente artificioso di una esistenza senza piu' alcuna dignità.

I laici veri non farebbero mai questo ai credenti, non li obbligherebbero mai a seguire le proprie scelte di vita, poiché i laici credono nella libertà dell’individuo, e rispettano per prima cosa la sua volontà. Se ad un credente venisse imposta l’eutanasia contro la sua volontà, sarebbero i laici per primi a difendere la sua scelta e il suo diritto di non morire fino all’ultimo giro della macchina infernale che lo tiene caparbiamente in vita.

«Tra una lacrima e un sorriso, le nostre dure esistenze non hanno certo bisogno degli anatemi dei fondamentalisti religiosi, ma del silenzio della libertà, che è democrazia. Le nostre esistenze hanno bisogno di una cura, di una cura per corpi e spiriti». (Luca Coscioni)

Un po’ di storia…

Si dovette attendere gli anni 30 del XX secolo prima che del tema si tornasse a parlare. Oggi le associazioni di tutto il mondo sono riunite nella World Federation of Right to Die Societies (Federazione Mondiale delle Società per il Diritto di Morire). Nel 1974 alcuni umanisti, tra cui scienziati, filosofi e premi Nobel, lanciarono il manifesto A Plea for Beneficent Euthanasia, che riscosse molti consensi.

Nel frattempo però si è diffusa una pratica destinata a cambiare fortemente la percezione del problema: “Il consenso informato”. Una prassi che è oramai entrata a far parte del vocabolario medico: con essa è stato riconosciuto il diritto del paziente di dire la sua sulle cure che dovrà ricevere. A questo tema ha fatto subito seguito un altro: la liceità e il valore legale della sottoscrizione, da parte di chiunque, di un “testamento biologico” che possa sancire la volontà anche in caso di stato di incoscienza parziale, totale o irreversibile.  

Attualmente l’eutanasia è nel nostro paese assimilabile all’omicidio volontario (articolo 575 del codice penale). Nel caso si riesca a dimostrare il consenso del malato, le pene sono previste dall’articolo 579 (omicidio del consenziente) e vanno comunque dai sei ai quindici anni. Anche il suicidio assistito è considerato un reato, ai sensi dell’articolo 580.

La storia legislativa della materia, è stata sempre fortemente influenzata dal pensiero della Chiesa cattolica, secondo la quale la vita è stata donata da Dio e solo lui può disporne: ragion per cui l’eutanasia è un omicidio. È al massimo ammessa la fine delle terapie e la morte conseguente, qualora venissero ritenute sproporzionate. Ma l’asticella alle cosiddette terapie “sporporzionate” è decisa volta per volta a seconda della opportunità politica: il distacco del respiratore che teneva in vita Welby, non fu infatti considerata terapia sproporzionata.

E’ la storia del dolore umano, che è stato ritenuto fino ad oggi un modo di “partecipare” alla passione di Cristo: far partorire nel dolore come pratica di etica medica. Ma quel che è peggio, il nostro paese è clamorosamente indietro nella somministrazione di morfina ai malati terminali. La terapia del dolore è in Italia cosa quasi di cui vergognarsi.

Dopo i casi Englaro e Welby, di cui tutti ricordiamo i fatti, nel 2016 il giudice tutelare del tribunale di Cagliari ha accolto la richiesta di Walter Piludu, ex presidente della Provincia, malato di Sla, che chiedeva l’interruzione delle cure. Il magistrato ha stabilito che «è un diritto rifiutare le cure e andarsene senza soffrire: sedati per non sentire ansia o dolore». Infine il 27 febbraio 2017 è morto in Svizzera Dj Fabo, ricorrendo al suicidio assistito.

Questi casi, se sono strazianti dal punto di vista di chi ne è coinvolto direttamente, finiscono quanto meno per dimostrare come la legislazione sia assolutamente inadeguata ai tempi.

Il Comitato Nazionale di Bioetica, costituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, dovrebbe produrre dei pareri volti ad aggiornare la legislazione italiana: alla prova dei fatti si è rivelato un organismo soggetto alle pesanti ingerenze vaticane, estensore di sterili documenti in cui viene riproposta la strada delle cure palliative (importante, ma ovviamente non sufficiente).

Storia politica

Il primo parlamentare a presentare una legge per disciplinare l’interruzione delle terapie ai malati terminali è stato nel 1984 Loris Fortuna, già estensore della legge sul divorzio.

Il 13 luglio 2000 lo stesso Ministro per la Sanità Veronesi ha affermato che «l’eutanasia non è un tabù», e che una soluzione al problema deve essere trovata in tempi brevi. Nel frattempo anche il Consiglio Comunale di Torino aveva votato una risoluzione pro-eutanasia.

Nell’agosto 2001 i Radicali hanno presentato una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo Legalizzazione dell’eutanasia.

Due le proposte durante la XIV legislatura: una sul testamento biologico e una sulla depenalizzazione dell’eutanasia, promosse dall’associazione LiberaUscita, nonché il disegno di legge promosso dalla Rosa nel Pugno. Anche durante la XV legislatura sono stati presentati diversi progetti. Nella XVI, purtroppo, si riscontra un solo progetto, d’iniziativa radicale: molte invece le proposte di segno opposto, sostenute da parlamentari cristiani.

Nel dicembre 2012 è stata presentata una proposta di legge di iniziativa popolare, promossa dall’Associazione Luca Coscioni: 13 settembre sono state presentate le oltre 65.000 firme raccolte: ben più, dunque, delle 50.000  necessarie. Il 28 ottobre una delegazione del comitato promotore, è stata ricevuta dalla presidente della Camera Laura Boldrini.

All’estero

BELGIO: il 25 ottobre 2001 il Senato ha approvato, con 44 voti favorevoli contro 23, un progetto di legge volto a disciplinare l’eutanasia. Il 16 maggio 2002 anche la Camera ha dato il suo consenso, con 86 voti favorevoli, 51 contrari e 10 astensioni.

CANADA: una legge che autorizza il suicidio assistito è stata approvata il 17 giugno 2016.

DANIMARCA: le direttive anticipate hanno valore legale. I parenti del malato possono autorizzare l’interruzione delle cure.

FRANCIA. Dal marzo 2015 la legge consente, se richiesta dal paziente, una «sedazione profonda e continua» ottenuta con medicinali che possono accorciare la vita.

GERMANIA: il suicidio assistito non è reato, purché il malato sia cosciente delle proprie azioni.

LUSSEMBURGO: l’eutanasia è stata legalizzata nel marzo 2009.

PAESI BASSI: forse il caso più famoso. Dal 1994 l’eutanasia è stata depenalizzata: rimaneva un reato, tuttavia era possibile non procedere penalmente nei confronti del medico che dimostrava di aver agito su richiesta del paziente. Il 28 novembre 2000 il Parlamento ha approvato (primo Stato al mondo) la legalizzazione vera e propria dell’eutanasia. A partire dal 1° aprile 2002 la legge è entrata effettivamente in vigore.

SPAGNA. Il suicidio assistito non è punito.

SVIZZERA: ammesso il suicidio assistito, con limiti che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha messo in discussione, ma che è accessibile anche a stranieri (vedi sopra). Il medico deve limitarsi a fornire i farmaci al malato.

STATI UNITI: la normativa varia da Stato a Stato. Le direttive anticipate hanno generalmente valore legale. Nell’Oregon, nel Vermont, nel Montana, in California e nello stato di Washington il suicidio assistito è legale.

SVEZIA: l’eutanasia è depenalizzata.

Conclusione

Voglio concludere con le parole del Sant'Uffizio che oggi si chiama Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, erede indiretta della Santa Inquisizione, scritte nel 1980, quando ancora si era ben lontani dalle polemiche e dalla politicizzazione di questi giorni

È lecito interrompere l’applicazione di tali mezzi [i mezzi messi a disposizione dalla medicina più avanzata, anche se sono ancora allo stadio sperimentale e non sono esenti da qualche rischio] quando i risultati deludono le speranze riposte in essi. Ma nel prendere una decisione del genere, si dovrà tener conto del giusto desiderio dell’ammalato e dei suoi familiari, nonché del parere di medici veramente competenti; costoro potranno senza dubbio giudicare meglio di ogni altro se l’investimento di strumenti e di personale è sproporzionato ai risultati prevedibili e se le tecniche messe in opera impongono al paziente sofferenze e disagi maggiori dei benefici che se ne possono trarre.

È sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali che la medicina può offrire. Non si può, quindi, imporre a nessuno l’obbligo di ricorrere ad un tipo di cura che, per quanto già in uso, tuttavia non è ancora esente da pericoli o è troppo oneroso. Il suo rifiuto non equivale al suicidio: significa piuttosto o semplice accettazione della condizione umana, o desiderio di evitare la messa in opera di un dispositivo medico sproporzionato ai risultati che si potrebbero sperare, oppure volontà di non imporre oneri troppo gravi alla famiglia o alla collettività.

Nell’imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi. Perciò il medico non ha motivo di angustiarsi, quasi che non avesse prestato assistenza ad una persona in pericolo. 

C'era molta saggezza in queste parole dimenticate. Scritte quando non si cercava di piegare la morale alle ragioni della politica! 

 

  • Invialo ad un amico Invialo ad un amico
  • Versione stampabile Versione stampabile

Vota questo articolo

0