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La triste storia di Ida ed Eugenio, nel giorno di San Valentino, nel nuovo libro di Enzo Gradassi

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La triste storia di Ida ed Eugenio, nel giorno di San Valentino, nel nuovo libro di Enzo Gradassi

 

È la mattina del 18 settembre 1919. Siamo nella fertile campagna di Castiglion Fiorentino, nei piani tra Brolio e Foiano, non lontano dagli argini del Canale della Chiana.

Nella zona ci sono alcuni bambini che stanno facendo pascolare le bestie ed altre persone intente a vari lavori agricoli.

Poco dopo le 9,30 la quiete dei solitari luoghi viene rotta da due colpi di pistola. Le persone più vicine al luogo degli spari accorrono e vedono una scena straziante: due giovani ventenni giacciono a terra. La ragazza è bocconi e non dà segni di vita. Il ragazzo è anche lui a terra, ma supino e con la pistola in mano puntata sul suo petto. Un attimo dopo partono altri due colpi di pistola ed anche il giovane pare esanime.

Viene dato l’allarme. Arrivano sul posto i Carabinieri di Castiglion Fiorentino e l’ambulanza di Foiano. Arrivano anche i genitori della ragazza, distrutti di fronte alla tragedia.

È la storia di Ida Viti ed Eugenio Riccucci, molto nota nella Valdichiana della prima metà del Novecento e narrata dai cantastorie nei mercati, nelle fiere e nelle feste paesane con il canto in quartine che attacca così: “Castiglioni bel Castiglioni / sei piantato in uno scoglio / questo fatto è successo a Brolio / e ve lo voglio raccontar”.

Adesso, la storia di Ida ed Eugenio è stata raccontata magistralmente, da par suo, da Enzo Gradassi, nel libro fresco di stampa “Ci giurammo eterno amore”. Pubblicato dalle Edizioni Effigi di Arcidosso.

I due giovani appartenevano a due famiglie contadine che abitavano in due poderi non troppo distanti. Lui nato nel 1896 e lei nel 1898, si conoscevano da sempre, poi crescendo tra i due era nata della simpatia e poi l’amore. Un amore fatto di sguardi, di parole sussurrate, di carezze furtive, sempre con la paura che i genitori di lei se ne accorgessero.

Ma la Prima Guerra Mondiale ci si mise di mezzo e stroncò i sogni di Ida ed Eugenio. Lui fu arruolato e partì per la Romagna, ma si ammalò gravemente di meningite. La sua forte fibra lo salvò dalla morte, ma non da una totale sordità e da qualche problema deambulatorio. Venne congedato, tornò a casa e chiese una pensione di invalidità, ma gli fu rifiutata. Ida lo amava forse ancora, ma i suoi genitori e i suoi fratelli, già non entusiasti di darla in sposa al Riccucci, nel saperlo ormai sordo e senza pensione, si misero decisamente di traverso.

Ida si fidanzò con un altro contadino della zona. Iniziarono le discussioni con Eugenio, che era sordo, ma non muto e poi si aiutava con dei bigliettini scritti a lapis. I due alla fine decisero di morire assieme e se non potevano sposarsi in questo mondo, sarebbero stati uniti nell’Aldilà.

Almeno, questa fu la versione di Eugenio. Sì, perché il destino dei due giovani non li unì nella morte. Eugenio, pur ferito gravemente fu operato all’ospedale di Foiano e si salvò. Fu portato in carcere ad Arezzo e poi al Manicomio criminale di Montelupo. Attentamente esaminato dal Direttore, Vittorio Emanuele Codeluppi, fu giudicato soltanto pericoloso per sé stesso a causa degli istinti suicidi e pertanto nel novembre 1921 fu trasferito nel Manicomio di Arezzo.

Piano piano, Eugenio iniziò a dimostrare di aver abbandonato le smanie di suicidio e siccome non dava segni di altre turbe mentali, nel 1924 fu dimesso dal Manicomio e fu affidato a un fratello. Nel 1931 si sposò e in seguito ebbe un figlio.

Il lavoro di Enzo Gradassi, tra i tanti documenti esamina tutte le perizie psichiatriche a cui fu sottoposto Eugenio, mettendo in evidenza come per la mentalità dell’epoca, alla fine la colpa veniva data alla povera Ida, verso la quale non fu mai spesa una parola di compassione o di pietà. Era lei la “fedifraga”, che si era promessa a un altro, abbandonando al suo destino il povero Eugenio travolto dalla sventura. Anche l’anonimo cantastorie pare in sintonia con questa interpretazione: “Voi ragazze tutte quante / questo esempio apprenderete / se un amante troverete / state attente a non tradi”.

Anche il Riccucci, che non appariva troppo pentito dall’uccisione di Ida, l’unico motivo per cui veniva tenuto al Manicomio era per salvarlo dal suicidio.

Da tutta la vicenda traspare quell’atavica convinzione maschile che è l’uomo ad avere pieno dominio sulla “sua” donna. E il testo di un biglietto a stampa, inviato a Ida da Eugenio ancora militare appare alquanto eloquente: “L’anima tua appartiene a me”. “È la chiave millenaria del femminicidio”, commenta Gradassi. Ma, il secolo trascorso dalla morte di Ida, non pare aver modificato sufficientemente certi comportamenti.

Santino Gallorini

 

I medici che lo ebbero in cura: sopra il dottor Nucci, sotto il dottor Aretini


Il libro di Enzo Gradassi - “Ci giurammo eterno amore” (Edizioni Effigi) - sarà presentato Martedì 14 febbraio 2017, alle ore 17,30 presso l’Auditorium Ducci in Arezzo, via Cesalpino 53, da Eleonora Ducci (Vicepresidente della Provincia di Arezzo) e da Paolo Martini (Psichiatra).

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