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POWs and “escaped” (16' puntata)

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POWs and “escaped” (16' puntata)

Un anno dietro le linee. William “Bill” Blewitt 201th Sherwood Foresters George Arthur Gibson 46th Recce Corps

Nella 12° puntata di questa serie si è fatto cenno all’episodio del fatale errore commesso, il 28 gennaio 1944, dagli uomini dei B-26 statunitensi che, decollati da Decimomannu, giunsero a nord di Orvieto e bombardarono un treno trasportava verso la Germania un migliaio di prigionieri alleati, o forse di più. Le bombe vennero sganciate proprio mentre il treno transitava sul ponte di Allerona e causarono centinaia di vittime fra i POWs (americani, britannici, sudafricani e di altre nazionalità). La vicenda è documentata da Janet K. Dethick in un libro, The Bridge at Allerona ed in un sito internet, http://bombedpowtrain.weebly.com.

Proprio nella puntata del 4 dicembre abbiamo appreso che in quella occasione si erano messi in fuga verso sud Bill Marsh e di Johnnie Atkins, che vennero ripresi quattro mesi dopo e condotti a Laterina.

In occasione del bombardamento di Allerona in verità, furono molti quelli che, sopravvissuti al “fuoco amico”, con qualche aiuto provvidenziale riuscirono a riemergere dalle lamiere contorte del treno e, approfittando del caos che regnava attorno al luogo delle esplosioni, cercarono di scappare, prima e più lontano possibile.

Fra quelli che colsero il momento favorevole per tentare la fuga c’era un terzetto formato dal pte William Blewitt, del 1st Battalion Sherwood Foresters e dai tpr Arthur G. Gibson e Robert W. Calvey del 46th Regiment Recce Corps.

Si può dire che William “Bill” Blewitt era un veterano delle fughe fallite: fatto prigioniero a Gazala, era passato attraverso i campi di prigionia PG66 di Capua, il PG53 di Macerata e un campo di lavoro nei pressi di Verona.

Alla data dell’armistizio era fuggito da Verona con un compagno con quale si era diretto verso sud riuscendo a raggiungere Veiano, in provincia di Viterbo, distante quasi 500 chilometri, dove i due vennero assistiti dalla popolazione locale: vennero nascosti in una grotta e riforniti di cibo da Roberto Cristofari, un ragazzo-pastore.

I tedeschi, con l’aiuto dei cani, li individuarono e li condussero al PG54 di Fara in Sabina ed è in questo campo che Blewitt incontrò George Arthur Gibson che gli sarebbe stato compagno di fuga.

Questa volta, in tre, cercarono di mettere più distanza possibile fra loro e le macerie del ponte, i rottami del treno e, soprattutto, i tedeschi che subito iniziarono a dare la caccia a loro e agli altri prigionieri che erano scappati nelle diverse direzioni. Loro, come poi raccontarono, percorsero in fretta la campagna per qualche giorno, attraverso una zona di piccoli borghi e villaggi sparsi e, nel loro cammino, ricevettero aiuto ed assistenza presso le case coloniche che incontravano (anche una contessa ed alcune suore li aiutarono), ma poi vennero a trovarsi in un’area dove le pattuglie fasciste erano molto attive e perciò cominciò a venir meno l’appoggio dei civili, ai quali chiedevano cibo e un posto per dormire, perché questi temevano per la propria incolumità e per quella delle loro famiglie.

Per quanto la situazione nella quale si trovavano fosse tale da sconsigliare di avvicinarsi ai centri abitati, i tre fuggitivi erano troppo stanchi, affamati e infreddoliti per pensare anche alla prudenza.

Nei pressi di un villaggio, sulla cui strada principale avevano visto una specie di locanda, vennero meno alle più elementari regole di sicurezza e decisero di tentare di procurarsi ad ogni costo del cibo e, possibilmente, un alloggio per la notte.

Entrarono nella locanda dove un avventore si offrì di aiutarli, ed invece organizzò la loro cattura da parte di un gruppo di fascisti armati.

Poiché indossavano abiti civili, rischiarono di essere immediatamente fucilati come spie, ma infine vennero condotti al carcere di Terni per essere sottoposti ad interrogatorio.

Lì giunti si resero conto che, in realtà, con la loro fuga non si erano allontanati a sufficienza ed in più erano tutti doloranti dalla testa ai piedi: esaminarono le loro condizioni e si scoprirono pieni di tagli e di lividi, soprattutto sulle gambe, sulla schiena e sulle spalle. Blewitt aveva anche un rigonfiamento in un occhio e forse fratture alle costole e i suoi compagni erano più o meno nello stesso stato.

Blewitt, nei propri racconti, fornì una descrizione abbastanza accurata degli interrogatori: delle lusinghe, delle minacce e delle percosse che ricevette dagli uomini in camicia nera che volevano sapere in quali località era stato aiutato nella sua fuga e il nome di chi gli aveva fornito gli abiti civili.

Alla fine degli infruttuosi interrogatori, che compresero anche un sopralluogo nella zona del ponte bombardato e delle località circostanti, a caccia di “collaboratori”, i tre uomini vennero condotti in un campo a Spoleto (forse il PG 117 di Ruscio), quindi al PG 77 di Pissignano (una frazione di Campello sul Clitunno in provincia di Perugia) prima di essere trasferiti al Campo PG 82 di Laterina.

Blewitt e Gibson rimasero a Laterina, mentre Robert Calvey venne inviato in Germania: dapprima allo Stalag IV B di Mühlberg, a una ciunquantina di chilometri da Dresda, successivamente allo Stalag XI, di Fallingbostel, in Bassa Sassonia e infine all’Arbeitskommando 544 di Magdeburg, fino alla liberazione nell’aprile 1945.

Tuttavia, a Laterina Blewitt e Gibson non si rassegnarono alla propria sorte e riuscirono ancora a fuggire scavando con un’asse sotto il filo del recinto mentre alcuni prigionieri americani distraevano le guardie tedesche.

Una volta fuori del reticolato, fiancheggiarono l’Arno per un lungo tratto, rinunciando a guadarlo anche a causa della loro scarsa abilità come nuotatori, per poi dirigersi verso le colline. Questa volta, anziché dirigersi a sud, decisero infatti di nascondersi in montagna e aspettare la risalita del fronte.

Con una marcia di una trentina di chilometri attraverso le colline, raggiunsero le pendici del Pratomagno e trovarono rifugio a Gorgiti, una frazione di Loro Ciuffenna: si costruirono un riparo in una grotta e, anche qui, per un anno, ebbero assistenza, cibo vestiti e coperte da parte della popolazione, nonostante la presenza dei tedeschi, attestati a difesa dei lavori di fortificazione sulla Linea Gotica.

Un giorno, parecchi mesi dopo, uno degli abitanti del villaggio andò ad informarli che i tedeschi si erano ritirati, e quasi nello stesso momento, una raffica di proiettili di artiglieria esplose sul fianco della montagna, un po’ più in alto dalla loro posizione.

«Era un suono piacevole, ma spaventoso – raccontò Blewitt – che per fortuna non durò troppo a lungo. Ora sapevamo per certo che gli Alleati erano finalmente arrivati, così siamo scesi con comodo e allo scoperto fino al paese.

C'era molta gioia in Gorgiti; gli abitanti del villaggio, come noi, stentavano a credere di essere stati liberati. Hanno tirato fuori il miglior vino e il cibo che era stato nascosto ai tedeschi e venne improvvisata una festa che sembrava un carnevale.

Naturalmente abbiamo partecipato alla festa perché avevamo la piena consapevolezza di essere liberi, ma eravamo anche ansiosi di raggiungere le nostre truppe. Quando abbiamo lasciato il villaggio ci sono state scene di pianto di gioia.

Sulla nostra strada, scendendo a valle, abbiamo incontrato un uomo con un asino carico di legna: fumava una sigaretta e ci ha chiesto se ne volevamo una. La sorpresa è stata di vedere una sigaretta che usciva da un pacchetto di venti “Senior Service” [le sigarette inglesi senza filtro in dotazione ai soldati]. Senza bisogno di fargli domande, ha semplicemente detto “Gli inglesi sono arrivati”. Queste erano le parole che, per dodici mesi, avevamo desiderato ascoltare.

Ha continuato allegramente la sua strada, mentre ci siamo precipitati giù nella valle. Sorprendentemente, attraversare le linee era come fare una passeggiata pomeridiana. Siamo entrati in un paese ai piedi del Pratomagno, un villaggio chiamato, credo, Loro Ciuffenna, un luogo al quale non avevamo osato avvicinarci durante l'occupazione tedesca.

Nel centro del paese c'era un Bren carrier, circondato da italiani che chiedevano, o cercavano cibo. Siamo rimasti a guardare per qualche minuto, prima di farci riconoscere, e quando quelli dell'equipaggio del Bren si sono resi conto che eravamo britannici sfuggiti dai campi di prigionia, ci hanno sommerso di cibo e sigarette e, finalmente ci siamo goduti un infuso di tè caldo e dolce, finché si è presentato anche un ufficiale.

Dopo un anno dietro le linee, ce l’avevamo finalmente fatta.

Ho guardato intorno un’ultima volta, fino alla Croce di Pratomagno, La Rocca, Gorgiti, e gli altri villaggi montani e mi sono chiesto se li avrei più visti».

 

 

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