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POWs and “escaped" (15' puntata)

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POWs and “escaped" (15' puntata)

Un prigioniero inglese che aveva avuto un sacco di fortuna. Thomas John Ager Essex Regiment

 

Preso prigioniero dai tedeschi a Deir el Shein durante la prima battaglia di El Alamein, venne inviato al campo per prigionieri di guerra PG 82 di Laterina.

Dopo la capitolazione d'Italia e l’armistizio del’8 settembre 1943, con le guardie del campo che si erano dileguate, Tom venne a trovarsi, come gli altri prigionieri, nella imprevedibile situazione di non essere più prigioniero, ma di trovarsi dietro le linee nemiche.

Racconta Ager: «Credo che dovevamo essere una ventina di noi; la squadra era stata mandata in una dipendenza di lavoro e messa a fare terrazzamenti sul fianco di una collina – in quei paesi collinari fare le terrazze era l’unico modo per piantare le viti – e non so quanto lavoro abbiano fatto, o quanto siano stati seduti. Jock Wilson ed io restavamo al campo come cuochi a preparare i pasti. Non c'era bisogno di essere molto esperti per cuocere i maccheroni, fintanto che li avevamo in dotazione, con l’acqua calda che era sempre pronta per fare il caffè e il tè. L’unico fastidio era che la mattina bisognava alzarsi molto presto per tagliare la legna e accendere il fuoco, ma ci siamo riusciti.

Il tempo era bello. Siamo stati dipendenza di lavoro per un po’ di tempo e la vita non era male; avevamo anche il tempo di scrivere qualche lettera qua e là.

Poi, nel '43, verso settembre, gli italiani che ci sorvegliavano decisero che ne avevano abbastanza della guerra (penso che non l’avrebbero voluta fin dall’inizio) insomma se ne sono andati.

E’ stato allora che sono iniziati i problemi.

Non c'era molto altro che potessimo fare, non avevamo intenzione di fermarci ad aspettare chissà che e abbiamo deciso di andarcene.

In tre abbiamo lasciato, una notte, e ci siamo diretti a nord».

Uno dei tre poteva essere Charlie Standing, del Royal Hampshire Regiment, catturato a Sidi Nsir, Tunisia e imprigionato inizialmente a Capua, prima di essere trasferito al campo 82 di Laterina. Potrebbe essere lui perché il racconto della fuga di Tom Ager è molto simile a quello di Charlie Standing, erano nello stesso campo di prigionia ed evasero negli stessi giorni.

Di diverso, nella sua storia è il finale, perché Standing non venne ripreso.

Visse sulle colline all’interno di grotte e fu aiutato dalla gente di una località vicino a Viterbo. Imparò l'italiano, che gli servì molto mentre era in fuga e gli consentiva di mescolarsi alla gente del posto, mentre i soldati tedeschi erano intorno in caccia di evasi e di renitenti alla leva dell’esercito fascista repubblicano.

Quando Charlie tornò a Brighton venne intervistato da un giornale locale, “The Brighton Gazette” (il ritaglio dell’articolo è quello della fotografia) dove si può leggere una sua frase molto significativa: “I poveri sono stati molto buoni con noi,” dice, “e certamente non vogliono avere nulla a che fare con Mussolini. Le persone che abbiamo dovuto evitare erano i fascisti”.

A proseguire nel racconto di Standing apprendiamo che inizialmente l’idea dei fuggitivi era «quella di arrivare al confine con la Svizzera. Ma lungo la strada abbiamo incontrato ogni tipo di difficoltà e non abbiamo mai raggiunto il confine svizzero: non parlavamo bene italiano e abbiamo capito che quello che stavamo facendo non era saggio. Abbiamo anche perso uno dei compagni, che è stato catturato. Povero ragazzo, la sua fuga era finita. Abbiamo pensato a sua madre. Credo che fosse uno scozzese, era un bravo ragazzo.

Noi due stavamo abbastanza bene insieme; eravamo titubanti fino a quando ci siamo incontrati con altri fuggitivi e siamo andati, in direzione opposta rispetto a loro, sulla via di Firenze. Il progetto era diventato quello di andare verso la costa orientale e cercare di essere raccolti, perché ogni tanto avevamo sentito dire che qualcuno sarebbe arrivato a raccogliere i fuggiaschi, ma non avevamo assolutamente idea se questo fosse vero».

I fuggitivi raggiunsero Premilcuore, posto una quota 500 m nell'Appennino Tosco-Emiliano da dove transitavano, in quel periodo, molti sbandati: militari italiani che tornavano a casa loro, ma anche molti ex-prigionieri Alleati che speravano di collegarsi con le truppe anglo-americane che avanzavano da Sud. Tutti avevano bisogno di cibo, alloggio, abiti civili e indicazioni per attraversare le montagne. Erano molto stanchi e affamati anche se di salute sembrava stessero bene. In Borgo delle Balducce, che era in fondo a Via Roma, fuori delle mura di Premilcuore, Standing ed Ager ebbero cibo e assistenza e vennero nascosti in una capanna dove la famiglia Maglioni teneva il fieno e piccoli animali. Ogni sera venivano riforniti di quello che avevano bisogno dal diciottenne Carlo Maglioni mentre i suoi fratelli, Romano e Pasquale di 16 e 14 anni facevano la guardia. Al cibo provvedevano anche altre famiglie vicine.

Rimasero a Premilcuore per una ventina di giorni poi, con l'arrivo in paese di truppe tedesche e fasciste, e dato che in paese erano in molti a sapere della loro presenza, pensarono che fosse più sicuro spostarsi in un altro luogo e perciò grazie ai fratelli Romano e Pasquale Maglioni e a Don Bruno, un seminarista ventenne, in 6-7 ore di cammino attraverso la montagna, vennero guidati fino alla Foresta di Campigna, dove venne loro detto che avrebbero trovato un Comando partigiano della "Brigata Garibaldi" in collegamento con il Comando dell'Ottava Armata del generale Montgomery. Il contatto, però non avvenne e loro proseguirono; viaggiarono molto, ma non raggiunsero mai la costa che oltretutto era fortificata e controllata.

Poi Standing se ne andò per conto proprio e Tom rimase da solo.

«Diciamo che mi ero fatto furbo – racconta Tom Ager – e sono riuscito a travestirmi come se fossi stato un pastore in viaggio. Mi sono procurato un grosso bastone e un mantello di pelle di pecora, ma nonostante questo non somigliavo ad un pastore: non avevo né le pecore, né un cane da pastore! Comunque mi sono tenuto lontano dai guai e per farlo, il modo migliore era viaggiare da solo.

Quando ero con gli amici parlavamo in inglese; adesso dovevo imparare la lingua italiana, ma ci è voluto tempo perché le persone che incontravo pensavano che fossi un forestiero (che in italiano è come uno straniero di un altro villaggio) e ad ogni villaggio il dialetto e le parole erano diversi.

Ormai era quasi inverno ed anche un pessimo inverno nevoso. Ho trascorso una notte nella capanna di un pastore sulla collina, c’era il fuoco acceso e finalmente ho fatto un pasto con un pezzo di grasso di maiale che avevo conservato. La mattina dopo c'era solo una cosa da fare: scendere più a valle. Durante la discesa sono scivolato in un crepaccio: davvero non so come ho fatto ad uscire e credo che a salvarmi sia stato il mio grande mantello da pastore.

Uscito fuori ho capito subito che dovevo muovermi. Ero bagnato fin nelle ossa e congelato dal freddo, così mi sono avvicinato ad un villaggio, un posto che credo si chiamasse Marucci, che non è lontano da Pizzoli ed ho proseguito fin lì.

Mi ricordo bene Pizzoli: appena più in basso delle colline di Marucci, che è alle pendici degli Appennini non lontano dal Gran Sasso. Ero stato intrappolato nella neve e avevo freddo, bagnato fradicio, e le donne del villaggio, che erano molto gentili, mi accolsero e mi misero a letto, ma con una doppia polmonite e pleurite.

La gente di quel villaggio, tra cui il vecchio parroco, era molto coraggiosa: incuranti dei tedeschi che c’erano in giro, mi hanno messo a letto, mi hanno tenuto caldo e hanno chiamato un medico. Mi hanno curato e nutrito al caldo.

Nemmeno gli uomini del villaggio erano cattivi: molti di loro erano disertori e renitenti alla leva quando l'Italia si è arresa, quindi stavano nascosti, perché se i tedeschi o i fascisti li avessero presi li avrebbero portati di nuovo nell'esercito.

Mi sono fermato fra quella gente per un po' di tempo per riprendermi, girovagando, nascondendomi, aiutandoli a fare un po' di lavoro, a piantare patate e altre cianfrusaglie per guadagnare il mio mantenimento.

Poi il tempo è migliorato, si era quasi all'estate, e si è sentito dire che gli yankee erano sul punto di entrare in Roma così ho pensato che fosse giunto il momento di muovermi; mi sono allontanato senza dir niente a nessuno in direzione di Roma. Il mio piano era di raggiungerla e cercare di entrare in Vaticano, perché una volta che ci sei dentro sei al sicuro, in un altro stato.

Purtroppo ho incontrato sulla mia strada due profittatori italiani che, camminando al mio fianco, chiacchieravano fra loro. Naturalmente sapevano chi ero e era inutile nasconderlo. La prima cosa che ho capito da uno di loro, perché gli era scappato detto, che bisognava andare da qualche parte. Ho provato a intendermi con l'altro per dimostrare di non essere quello che sembravo. Invece sulla strada ci aspettava una pattuglia tedesca armata fino ai denti, impegnata nella caccia feroce ad un povero prigioniero inglese che aveva avuto fino ad allora un sacco di fortuna, ma che ora si era esaurita.

Mi hanno caricato su un camion e mi hanno portato a L'Aquila. E pensare che ero arrivato così vicino! Ancora un’ora e sarei stato alle porte di Roma e mi avrebbero potuto nascondere.

A L’Aquila mi hanno perquisito e interrogato: non avevo nulla con me, nessuna prova incriminante, assolutamente nulla.

L'unico libro che avevo preso con me era una piccola Bibbia che ha viaggiato sempre con me: non so cosa che si aspettassero di trovare.

Il passo successivo è stato di essere caricato su un altro camion diretto a nord, di nuovo al vecchio campo di Laterina, che era molto cambiato da quando ero scappato. Ci hanno radunati, in fila, caricati su carri bestiame e portati fino in Germania nel campo di Moosberg, non lontano da Monaco di Baviera.

Poi ci hanno spostato in un campo in Polonia un enorme campo che credo si chiamasse Stalag 8B-Lamsdorf.

Intanto i sovietici avanzavano ed il resto è storia nota».

 

 

 

 

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