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POWs and “escaped” (13' puntata)

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POWs and “escaped” (13' puntata)

Un evaso del campo PG 82 adottato dalla comunità. Pvt Wellesley Avon Maine 2nd South African Division

 

Il soldato Wellesley Avon Maine, della 2nd South African Division era uno dei 25.000, o forse 30.000, militari Alleati presi prigionieri dalle forze dell’Asse all'alba del 21 giugno 1942, quando il generale Hendrik Balzazar Klopper, comandante della 2a divisione sudafricana, si arrese al Generale Erwin Rommel, comandante dell’Afrikakorps tedesco. In quello che venne definito “il disastro di Tobruk”, l’VIII Armata britannica perse, assieme alla città libica, al porto e a una considerevole quantità di mezzi e di rifornimenti, la sua Seconda Divisione (ad eccezione di una brigata).

Da parte italiana il successo militare italo-tedesco venne sancito dal Bollettino straordinario n.754 del 21 giugno 1942 che recitava: «Dopo gli accaniti combattimenti di ieri, che hanno troncato la resistenza nemica, stamane 21 alle ore 7, un parlamentare inglese si è presentato al comando del nostro XXI Corpo d'Armata per offrire la resa a nome del comandante la piazzaforte di Tobruk. Le truppe dell'Asse hanno occupato la piazzaforte, la città e il porto. Sono stati catturati 25.000 prigionieri, fra cui parecchi generali. Bottino importante, da precisare».

Nelle stesse ore, a Washington, nel corso di un colloquio, Churchill e Roosevelt si videro recapitare un laconico telegramma, il cui testo (secondo Winston Churchill, La seconda guerra mondiale, edito da Mondadori nel 1949) diceva: «Tobruk è caduta; 25.000 uomini sono caduti prigionieri».

Poiché Rommel voleva avere disponibili tutti i suoi uomini per poter battere il ferro caldo e incalzare i britannici, i prigionieri vennero consegnati agli italiani per essere concentrati in un campo di transito in nord Africa e quindi trasferiti in Italia.

Il soldato Wellesley Avon Maine venne registrato come POW 5589 e, seguendo le tortuose tappe di trasferimento via mare, giunse in Italia e venne inviato al campo PG 82 di Laterina, in attesa del successivo trasferimento in uno stalag tedesco.

La sua storia è arrivata fino a noi attraverso i frammenti raccontati ai ragazzi della scuola di Laterina da quelli che lo conobbero al tempo della sua fuga dal campo per prigionieri di guerra e che sono documentati in La bambola di porcellana. Testimonianze e documenti sulla seconda guerra mondiale relativi al territorio di Laterina pubblicato dal Comune di Laterina nel 2000 fra i materiali del convegno “Al di là del filo spinato. Prigionieri di guerra e profughi a Laterina (1940-1960)”, curato da Ivo Biagianti. Ma, più ancora, la sua storia è raccontata in un rarissimo libriccino di Carlo Staderini, Raccolta di scritti inediti, fatto stampare dalla figlia Giulietta presso l’Editore Calosci nel 1995 e a più riprese segnalato da Enzo Droandi.

Il POW Maine rimase nel campo PG82 fino alla capitolazione dell’Italia condividendo la sorte degli altri prigionieri e non fuggì, come fecero in molti, quando il campo venne abbandonato dalle sentinelle italiane che si erano illuse che, con l’armistizio dell’8 settembre 1943, la guerra fosse finita.

Quando il 12 settembre arrivarono i tedeschi e presero possesso del campo (che sotto il loro controllo diventava “Dulag 132”), Maine venne di nuovo chiuso nel reticolato di filo spinato. Da quel momento il comando del campo veniva assunto dal colonnello Reinhard, della 334a divisione di fanteria tedesca, che aveva combattuto in Africa.

Maine è uno di quelli che il 17 giugno 1944 venne messo in colonna dai tedeschi nella famigerata “dead march” fra Laterina e Montevarchi per essere messo su un treno (che non c’era) diretto in Germania ed è anche uno di quelli che riuscì a fuggire.

Racconta Staderini che Maine, assieme ad alcuni compagni (dei quali non si conoscono né le generalità, né il numero), alla seconda curva della salita di Ponte Romito, si gettò nella macchia di rovi al di sotto di un muricciolo. Il gruppo aspettò, nascosto, che la colonna fosse transitata. Poi i fuggiaschi si diressero verso il bosco e si fermarono al di là dell’Arno, a Poggiauto, a un tiro di schioppo dal campo di Laterina, dove scavarono due grotte per ripararsi.

A differenza di altri fuggitivi, loro non cercarono le bande ribelli, né vollero dirigersi verso sud e verso le linee Alleate. Avevano sentito dire dello sbarco di truppe francesi (di France Libre) all’Elba e contavano sul fatto che, senza correre inutili rischi, sarebbe stata la linea del fronte ad avvicinarsi a loro.

Temevano i rastrellamenti tedeschi e la caccia delle spie fasciste e, dunque, stavano nascosti. Ma avevano anche il grande problema della sopravvivenza e del cibo. I primi giorni alla macchia furono contrassegnati proprio dalla paura e dalla fame.

Ma la loro presenza non era passata inosservata fra le famiglie dei contadini della zona. E così scoprirono ben presto che, invece della temuta denuncia, dagli abitanti del luogo ricevevano attenzione ed un’accoglienza amichevole. Le persone si prodigarono nella loro assistenza e li rifornirono di abiti civili, coperte e generi alimentari.

In poco tempo, assieme alla protezione, si stabilirono solidi rapporti di amicizia: Maine, che era cattolico, alla domenica andava a messa a Santa Maria in Valle, dove ormai contava molti amici che avevano preso a chiamarlo familiarmente Lesy.

Tuttavia qualcosa doveva essere successo perché una domenica mattina, proprio mentre lui si trovava a Santa Maria in Valle, giunsero notizie pessime: i tedeschi, a caccia di evasi stavano compiendo un rastrellamento. Guarda caso, proprio a Poggiauto.

Non si può dire con certezza se avessero avuto una segnalazione da parte di qualcuno che intendeva incassare il “premio” per la cattura degli evasi o se l’individuazione del rifugio fosse stata casuale, fatto sta che i tedeschi lo avevano scoperto.

Lesy era disperato: nelle grotte aveva lasciato tutto ciò che possedeva, dallo zaino, agli indumenti, al denaro, ai ricordi personali.

Non sapeva che fare, ma quelli che gli avevano portato la notizia e un po’ tutti quelli che aveva attorno, lo convinsero a non tornare a Poggiauto e a cercare di allontanarsi.

Gina Staderini, sorella di Carlo, e la sua amica Primetta Margiacchi lo accompagnarono a casa Staderini. Il padrone di casa, che tutti chiamavano Beppe ma che si chiamava Ottavio, non ebbe alcuna esitazione: «Rimarrà qui con noi – disse –in qualche modo ci aggiusteremo». Lesy accettò, ma decise di fermarsi solo per qualche giorno.

Scrive Carlo Staderini che «i tedeschi avevano fatto affiggere ovunque manifesti di condanna alla pena di morte per tutti coloro che ospitavano o prestavano aiuto ed assistenza ai soldati sbandati e ai prigionieri di guerra».

Adesso il rischio era molto elevato. Non più solo per se stesso e i suoi compagni, ma anche per chi lo ospitava. Così volle andarsene, per non mettere a rischio l’incolumità di quella generosa famiglia e chiese di essere accompagnato in un posto distante. Due dei fratelli Staderini lo guidarono fino a Borri e lo aiutarono a scavare due grotte nel bosco e a rivestirle di paglia e segale per preservarle il più possibile dall’umidità.

Da quel momento, ogni giorno, all’imbrunire, i fuggiaschi si incontravano ai margini del bosco per cenare assieme ai loro generosi protettori.

Come si sa, i generi alimentari erano razionati e tesserati e dunque scarseggiavano per tutti, ma nonostante questo la famiglia di Beppe Staderini, a prezzo di grossi sacrifici, riusciva a procurare il cibo per sé, per Lesy nel bosco e anche per due militari sbandati: Carlo, ufficiale dell’esercito e Gino, un Carabiniere.

Quanto a Lesy, in questo mare di difficoltà, ebbe sempre di che sfamarsi: perfino il latte al mattino, portato da una famiglia di Ponte Romito per incarico di un anonimo di San Giovanni Valdarno. Trattato davvero come un ospite importante, visto che Carlo Straderini annotò che il piatto prediletto del giovane sudafricano era quello domenicale – pastasciutta col sugo di coniglio – che l’Annina, moglie di Beppe, preparava una volta alla settimana.

Ogni giorno Lesy faceva lunghe camminate nel bosco e nei campi, fermandosi a chiacchierare con i contadini che incontrava ed in questo modo perfezionava quel po’ di italiano che aveva imparato. Spesso, assieme a Carlo, si spingeva fino alla casa di Udilio Margiacchi dove, con la rischiosa compiacenza del padrone di casa, poteva ascoltare Radio Londra e tenersi aggiornato sui movimenti del fronte.

Nelle lunghe chiacchierate Lesy raccontò che suo padre era neozelandese e sua madre di origini marchigiane, dunque italiana. Che abitava con loro in Sud Africa, a Johannesburg, dove si guadagnava da vivere come muratore. E poi della sua disavventura di guerra in Nord Africa dove era stato preso prigioniero dai tedeschi.

In gennaio gli Alleati sbarcarono ad Anzio e, dopo l’estenuante battaglia di Montecassino che proseguì fino a maggio, aveva preso avvio la battaglia per liberare Roma.

Tutte cose che apprese ascoltando pericolosamente Radio Londra.

L’VIII Armata britannica sembrava ormai vicinissima mentre in zona si intensificava la guerriglia alle pendici del Pratomagno. Si verificarono anche molte atrocità tedesche, come quella sulla via di Castiglion Fibocchi e a San Giustino Valdarno, che si tentò di far passare per reazioni quasi legittime ad azioni partigiane. Oggi sappiamo invece che furono il risultato di insensate azioni del commando inglese del Long Range Desert Group del capitano Rowbottom, della quale ho avuto occasione di scrivere tempo addietro su questa stessa testata (per leggere http://www.informarezzo.com/permalink/26706.html).

I tedeschi, sempre più oppressi dal clima di disfatta che aleggiava fra loro, si erano fatti più aggressivi, erano continuamente alla ricerca di manodopera per scavare buche per le mine e intanto si appropriavano di tutto. Razziavano qualunque cosa trovassero nelle case: oggetti che avessero qualche valore, biancheria, animali da cortile, uova, vino, suini, vitelli.

Nello stesso tempo scatenavano una rabbiosa e rancorosa violenza contro la popolazione civile inerme, colpevole di non essere più loro “alleata”: oltre a macchiarsi dell’assassinio di uomini, donne e ragazzi, dettero alle fiamme gli abitati di Casamona, Faeto, Casale, Chiassaia, Gello, Lanciolina, tutti luoghi abitati da povera gente, per lo più contadini, che combattevano la propria resistenza senz’armi continuando a proteggere gli evasi, i partigiani e gli sbandati.

Lesy era preoccupato di poter essere catturato. Stava a lungo in osservazione, nascosto fra i rami di un cipresso, mentre le donne di casa Staderini avevano provveduto a tingere di verde scuro i suoi abiti perché potesse mimetizzarsi meglio: una di loro, Rosa Naldini, cognata di Staderini, era andata fino a Montevarchi in cerca della tintura con la quale le donne del posto avevano cambiato il colore ai suoi abiti.

Verso la metà di luglio Lesy capì che ormai gli Alleati erano vicini e così, una notte salutò tutti e, dopo dieci mesi trascorsi fra la benevolenza e l’affetto di quella gente generosa, andò a cercarli.

Ricomparve dopo qualche giorno, il 18 luglio 1944, assieme ai carristi inglesi che avevano preso possesso del campo di Laterina. Indossava una divisa militare e poteva contare su una specie di licenza-premio di una ventina di giorni.

Ogni tanto, nelle zone che ormai conosceva bene, portava ai suoi commilitoni indicazioni sulle postazioni tedesche di retroguardia. Poi, trascorsa la licenza, salutò tutti gli amici dicendo che non li avrebbe mai dimenticati e li avrebbe sempre portati nel proprio cuore.

E lo fece davvero.

A sessanta anni di distanza, alla fine dell’estate del 2004, il Comune di Laterina ricevette una lettera del Consolato sudafricano di Durban, che lo informava «della volontà espressa dal sig. W. A. Maine di destinare un lascito di circa 40.000,00 € per "azioni a beneficio dei bambini poveri di Laterina"» come gesto di riconoscenza verso una Comunità «senza il cui sacrificio non sarebbe potuto sopravvivere».

Una malaugurata incomprensione, o un’estrema quanto insensata volontà di condividerne la destinazione, impedì che quel lascito venisse incamerato dal comune di Laterina. Il sindaco del tempo scrisse al Consolato per concordare con Lesy il modo di utilizzare quei fondi: trattandosi di un lascito era invece implicito che Lesy fosse morto e non si poteva certo deciderne assieme a lui la destinazione. E infatti dal Consolato non arrivò più alcuna risposta.

E così la decisione dell’ex soldato sudafricano, che era stata salutata come «un gesto nobile, che onora chi lo fa, come pure chi lo riceve» finì nel nulla riservando ad una straordinaria memoria di accoglienza, di protezione e di gratitudine, un finale da dimenticare.

 

 

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