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POWs and “escaped” (12' puntata)

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POWs and “escaped” (12' puntata)

Da Laterina a Montevarchi: “Marcia o crepa”

 

Il compianto Enzo Droandi dedicò molte pagine alla “sua” scoperta di una marcia forzata, fra Laterina e Montevarchi, che definì “Forced March” e “Dead March”, come furono chiamate quelle che i nazisti, incalzati dall’Armata Rossa, fecero intraprendere ai prigionieri di guerra, da uno Stalag all’altro, per centinaia di chilometri nelle zone occupate dalla Germania negli ultimi mesi di guerra.

Sulla scorta di indicazioni della storica statunitense Victoria Belco, Droandi lesse molti file del Public Record Office britannico e annotò le testimonianze degli “affidavit” che molti prigionieri di guerra, già detenuti a Laterina, avevano reso alle autorità Alleate dopo la guerra su questo terribile episodio.

In breve, si trattò del trasferimento forzato (almeno due volte, la prima il 17 giugno 1944, la seconda più o meno una settimana dopo) di prigionieri dal campo di Laterina verso la stazione di Montevarchi dove i POWs dovevano essere caricati sui carri bestiame per essere trasferiti nei campi tedeschi.

Sotto una fitta pioviggine, la lunga fila di prigionieri, sorvegliata a vista da uomini armati (un armato ogni cento prigionieri), da cani alsaziani e da mezzi blindati, venne fatta uscire dal campo di Laterina e nel corso del trasferimento ci furono vari tentativi di fuga, qualcuno anche riuscito, ai quali le guardie risposero aprendo il fuoco più volte e facendo ricorso anche all’uso di granate. Ci fu un numero imprecisato, ma elevato secondo i testimoni, di morti (Janet K. Dethick, http://powcamp82laterina.weebly.com/the-dead.html, sui documenti ufficiali ne ha accertati fino ad ora otto) e si verificarono atti di gratuita crudeltà da parte dei sorveglianti.

I tentativi di evasione più importanti si verificarono al Ponte Romito e nel paese di Levane dove ci furono anche feriti fra la popolazione e, per qualcuno, l’uccisione di una ragazza. Il tutto ingoiato dall’oblio.

Grazie al lavoro di Droandi questa tremenda vicenda di violenza riemerse al Convegno di Laterina “Al di là del filo spinato” e trova ampio spazio nelle biografie dei singoli.

Quello che segue è un lungo racconto, ma rappresenta solo un granello della vicenda, per altro ricostruita solo sulla base delle memorie di alcuni prigionieri: non c’è da meravigliarsi se si riscontrano inesattezze o contraddizioni, perché ciascuno raccontò quello che aveva visto dalla posizione che occupava nella lunga colonna, e quindi secondo la propria prospettiva di osservazione.

Si comincia con il Lance Corporal canadese John Sharkey, 16th West Nova Scotia Regiment, nato nel 1911, che dopo aver combattuto in Nord Africa, era stato fatto prigioniero dai tedeschi a sud di Anzio e dichiarato "missing in action" il 17 Maggio 1944.

«…Siamo stati trasportati al Campo PG 82 di Laterina, dove c'erano circa 2.000 prigionieri. Dopo tre settimane eravamo quasi morti di fame. Il cibo era scarso: abbiamo avuto molto poco da mangiare, solo una piccola quantità di pane e zuppa acquosa. Gli edifici che abbiamo occupato erano piccoli, scomodi e caldi perché il sole era terribilmente caldo.

Dopo circa due settimane nel Campo di Laterina siamo stati messi sulla strada – circa 2.000 prigionieri di guerra – in file di otto a passo di marcia. Le guardie stavano sui lati della strada distanti fra loro una ventina di metri.

All’inizio della marcia camminavo all’esterno, sul lato destro della colonna, finché dal fucile di una guardia è partito un colpo che ha ferito un prigioniero a una mano; allora ho deciso che il posto più sicuro per marciare era al centro del gruppo, così mi sono spostato.

Alcuni prigionieri sono stati uccisi mentre tentavano la fuga nel bosco. Non c’erano molte possibilità di fuggire, perché oltretutto, sul ciglio della strada, in alto rispetto a noi, c'erano guardie con i cani e anche se uno ce l’avesse fatta non sarebbe andato molto lontano.

Mentre marciavamo attraverso un paese vedemmo una donna affacciata a una finestra del primo piano che, con le dita, mostrava la "V” di vittoria. Una guardia ci vide guardare in alto, sollevò subito il fucile e le sparò. Lei fece un salto indietro appena in tempo.

Poco dopo, un carro armato tedesco stava cercando di superare nostra colonna. Le guardie parlavano e gridavano, ma non riuscivamo a capire che volevano che ci spostassimo per lasciarlo passare.

Improvvisamente, il carro armato ha sparato in aria con la mitragliatrice poco sopra le nostre teste e molti di noi prigionieri cominciammo a correre lungo la strada. Tutto a un tratto l'uomo davanti a me saltò da un lato. Guardai in basso e c'era un prigioniero disteso sulla strada. Doveva essere caduto. Scavalcandolo, feci un cenno con la mano per avvertire quelli dietro di fare attenzione a non calpestarlo. Mi sono sempre sentito in colpa perché non abbiamo aiutato quell’uomo, ma in quel momento ognuno pensava a se stesso; alla fine le guardie tedesche ci costrinsero a spostarci di lato e il carro passò.

Dopo aver camminato per dieci miglia o più, a sera siamo arrivati a una stazione ferroviaria [Montevarchi]. Siccome quella notte non partì nessun treno, dormimmo sul cemento o a terra sotto la pioggia.

Il mattino seguente ci fecero marciare indietro verso il campo di Laterina. Attraversando nuovamente quel paese vidi una grossa macchia untuosa sulla strada. In seguito realizzai cosa doveva essere successo. Quel carro armato era passato sopra il soldato che avevo visto disteso lì. So che quella marcia fu chiamata “Marcia della morte”».

Il Caporale Levenberg, dell’East Yorkshire Regiment, era già riuscito ad evadere dal suo campo nel settembre del ’43, ma nella sua fuga verso Roma era stato catturato di nuovo e, nel maggio del ’44, portato nel campo 82 di Laterina.

«Il campo era sovraffollato e gli 8-900 prigionieri erano infestati dai pidocchi. Le possibilità di lavarsi erano poche e inadeguate e il cibo consisteva per lo più in una zuppa fatta di foglie di cavolo.

Il comandante tedesco era un certo capitano Schultz e il suo interprete era un sottufficiale di nome Feldwebwl Hoffmann. Erano entrambi tipici nazisti e Schultz ignorava sempre le proteste del sergente americano che era stato nominato responsabile dei prigionieri del campo.

Il 21 giugno 1944 [ma è accertato che era il 17], mentre gli alleati avanzavano, arrivò la decisione di evacuare il campo».

Come è noto, a partire dal marzo, l’Air Forces degli Stati Uniti aveva condotto, con l’Operazione Stangle, una vasta e sistematica azione di bombardamento aereo con l’obiettivo di interrompere le vie di rifornimento delle armate tedesche nel corso della campagna d’Italia della seconda guerra mondiale.

Nel giro di due mesi l’aviazione statunitense aveva colpito un gran numero di cantieri ferroviari di grandi e medie dimensioni: Roma, Rimini, Ancona, Pisa, Arezzo, Foligno, Terni e Viterbo obbligando i comandi tedeschi a ricorrere ad una complessa e rischiosa rete di rifornimenti sulla rete stradale attraverso colonne di camion.

Anche per questo i tedeschi non disponevano, a Laterina, di trasporti disponibili per il trasferimento dei prigionieri a Montevarchi: la linea ferroviaria da Arezzo era interrotta e il solo modo per trasferire gli uomini era di metterli in colonna e farli marciare verso la stazione.

Fra i prigionieri si era sparsa la voce che gli alleati erano vicini (circolava voce che reparti di “Francia Libera” fossero sbarcati all’Elba) e così una parte di loro tentò di scappare.

La colonna si era allontanata di appena 2 miglia dal campo, quando alcuni uomini provarono a filarsela. Levenberg testimoniò che le guardie tedesche spararono uccidendoli.

«Le guardie – raccontò il caporale – erano un gruppo di criminali e quando un soldato americano ha chiesto il permesso di fermarsi a prendere fiato gli è stato rifiutato. L'americano, allora, cercò di uscire dalla colonna, ma la guardia lo colpì sulla testa con il calcio del fucile e continuò a batterlo anche quando era ormai inerme lasciandolo disteso a lato della strada».

Alla fine la colonna raggiunse un paese dove un certo numero di mezzi corazzati vennero disposti lungo la strada. Mentre la colonna stava marciando, dai mezzi partirono alcune granate che esplodendo ferirono ed uccisero alcuni prigionieri. Altri prigionieri tentarono di sparpagliarsi, ma le guardie gli spararono addosso.

Levemberg avrebbe successivamente testimoniato che Hoffmann odiava gli inglesi («Aveva circa 60 anni ed era stato per un po' di tempo prigioniero di guerra in Canada durante la prima guerra mondiale. Era alto circa 5 piedi, 8 pollici e aveva un naso a punta e lineamenti duri, era spesso su di giri e malediva gli uomini»).

Quando uno dei prigionieri barcollò fuori dalla linea di marcia, Hoffmann si avvicinò e lo uccise con un colpo di revolver.

«La colonna aveva continuato a marciare per un altro paio di chilometri, finché non venne raggiunto un altro paese [Montevarchi] dove ci fecero fermare a trascorrere la notte in un campo sportivo». [In effetti il vecchio impianto sportivo di Montevarchi era al cosiddetto “Campo di Nicco” nell'area oggi occupata da Piazza della Repubblica, a due passi dalla stazione ferroviaria ed il terreno di gioco era delimitato da una staccionata. Per spogliatoio veniva usata una stanza in una colonica adiacente].

Dopo una nottata all’aperto nel corso della quale la pioggia era proseguita, al mattino fu detto ai prigionieri che non sarebbe giunto nessun treno e perciò dovevano tornare al campo di Laterina. Sulla strada del ritorno la colonna attraversò di nuovo «il villaggio in cui il giorno prima erano state lanciate delle granate» e Levenberg vide dei corpi irriconoscibili di prigionieri che giacevano sul ciglio della strada. Erano stati travolti.

Mentre la colonna di uomini ripercorreva i propri passi, Levenberg vide i corpi di altri 4 uomini giacere in un fosso. Erano tutti stati uccisi a revolverate. Quando raggiunsero di nuovo il campo, nel pomeriggio del 18 giugno, videro i corpi di 8 uomini che erano stati portati là per l'identificazione. Erano stati uccisi il giorno prima subito dopo la partenza.

Quando Levenberg rievocava la marcia con alcuni suoi commilitoni, più di uno gli parlò dell’incidente che si era verificato nel primo villaggio (Levane). Un certo numero di prigionieri aveva provato a scappare e a prendere rifugio in una casa. I tedeschi li avevano inseguiti e avevano lanciato bombe a mano dalle finestre, uccidendo «i prigionieri e una ragazza italiana».

Il giorno successivo al loro ritorno al campo, tutti i prigionieri marciarono lungo una ferrovia per 7 km [non è chiaro se si trattasse della linea Arezzo-Firenze nella tratta che da Levane giunge a Montevarchi, o dei resti della tramvia Montevarchi-Levane inaugurata nel 1914 e dismessa nel 1937] e gli uomini furono caricati in un convoglio, 65 per ogni vagone, dove rimasero per 3 giorni viaggiando in direzione dello Statlag 7A di Moosberg, in Germania. Non c'era spazio per sdraiarsi per riposare o dormire e la poca acqua per dissetarsi la ricevettero dai contadini quando il treno si fermava.

Anche i fratelli newyorkesi Richard e Henry Kane raccontarono la loro versione della “Marcia”: «Abbiamo marciato per dieci miglia fino a una stazione ferroviaria, sorvegliata da cani e soldati tedeschi che avevano l’ordine di uccidere tutti coloro che tentavano di fuggire. Il primo viaggio alla stazione fu inutile, in quanto non c’era il treno. Gli uomini vennero fatti tornare al campo, altre dieci miglia, passando oltre i corpi di coloro ai quali avevano sparato sulla strada per la stazione.

Infine, gli uomini furono imbarcati per la Germania. Tuttavia, il treno venne bombardato mentre stava attraversando un tunnel a nord di Firenze».

Il caporale Bill Marsh,1st Battalion South Wales Borderers, era stato fatto prigioniero vicino a Tobruk nel 1942. Lui e l'irlandese Johnnie Atkins erano stati consegnati agli italiani che li avevano condotti in Italia e imprigionati nel campo PG 54 di Fara in Sabina, in provincia di Rieti.

Il 28 gennaio 1944, Marsh e Atkins vennero caricati su un treno che li avrebbe deportati, con un migliaio d’altri prigionieri Alleati (americani, britannici, sudafricani e di altre nazionalità) da quel campo ad un altro in Germania. Cosa avvenne di quel treno è ampiamente descritto in uno specifico sito internet realizzato da Janet K. Dethick (http://bombedpowtrain.weebly.com): qui basti dire che i B-26 del 320th Bombardment Group statunitense bombardarono quel treno mentre transitava sul ponte di Allerona, a nord di Orvieto, causando centinaia di vittime fra i POWs.

Marsh e Atkins, che erano sopravvissuti, scapparono nei boschi cercando di allontanarsi il più possibile verso sud, riuscendo a sopravvivere, per quattro mesi, alla macchia in ricoveri di fortuna, finché una pattuglia tedesca con i cani alsaziani li aveva individuati e catturati a quasi 200 chilometri a sud dal luogo da dove erano scappati. In seguito vennero condotti al campo di Laterina.

«C'erano circa cinque o seicento di noi in questo campo. Qui siamo stati per un paio di settimane finché un giorno i tedeschi decisero di smobilitare il campo. Questo avvenne nel pomeriggio. Abbiamo chiamato questa “Murder March” perché almeno 15 dei nostri commilitoni sono stati uccisi nel corso di questo spostamento. Ci avevano detto che marciavamo verso una stazione, ma la mattina dopo eravamo di nuovo nello stesso campo. Quando siamo arrivati è stato organizzato un gruppo per uscire a recuperare i 15 morti che abbiamo poi sepolto.

Durante quella notte di marcia avevo detto a uno dei miei commilitoni che intendevo tentare la fuga. Dalla strada stava arrivando verso di noi una mandria di buoi bianchi e io ho pensato di nascondermi in mezzo a loro e fuggire, ma non mi ero accorto che non erano italiani a dirigere la mandria, bensì tedeschi. Qualcosa di tagliente mi è stato puntato alla schiena e allora ho fatto subito un salto indietro tornando in colonna».

Poi il secondo trasferimento a Montevarchi e quindi in Germania

Daniel John Watson, sudafricano del 5th FD Regt SSAA, catturato a Tobruk nel giugno 1942, raccontò la versione.

«Dopo essere passato attraverso vari campi per prigionieri di guerra in Italia e dopo essere fuggito tre volte, sono stato ricatturato, per la terza volta, il 1 aprile 1944, a Norcia e sono stato portato al campo di Spoleto dove sono stato tenuto in una cella di punizione per due settimane e poi trasferito al campo di prigionia di Laterina.

Nel corso del mio il mio soggiorno al campo di Laterina, non ho nulla da segnalare.

Durante il giugno ’44 io ero uno delle diverse migliaia di POW di un marcia dal campo di Laterina. I prigionieri di guerra in questa marcia non erano tutti Sud africani, ma erano di nazionalità diverse.

La marcia iniziò nel tardo pomeriggio e proseguì durante la notte. Molti di noi parlavano di fuggire, ma purtroppo pochi di noi vinsero la scommessa a causa della sparatoria indiscriminata da parte dei tedeschi.

Quando eravamo a circa 8 km dal campo di Laterina un POW che era solo circa 15 iarde da me è saltato su un terrapieno e si è nascosto nell'erba alta del bosco. Purtroppo per lui passò un camion pieno di tedeschi. Uno di loro gridò "C’è un prigioniero che sta cercando di fuggire". La guardia tedesca si diresse verso il lato della strada e vide i piedi del prigioniero; non disse nemmeno una parola, ma uccise il prigioniero con il mitra. Poi andò a guardarlo e, quando è tornato, disse a una delle altre guardie che questo era uno in meno da sorvegliare. Non so il nome o la nazionalità di questo POW né so il nome di questa guardia tedesca ma sarò sempre in grado di identificarlo. Egli è tarchiato, altezza circa 1,70, e robusto.

Il Cpl Hoffman era l’interprete e ufficiale di propaganda in questa marcia.

Uno dei prigionieri di guerra è saltato dalla colonna nella fitta boscaglia vicino alla strada. Una delle guardia gridò “Prigioniero in fuga”.

Fermarono la colonna, l’ordine di fermare è stato dato dal Cpl Offman che stava gridando a questo prigioniero di venire fuori dal cespuglio. Diceva “se non esci, lascio i cani sciolti, ma se esci non ti succede niente”.

Questo prigioniero poi è uscito dal cespuglio con le mani in alto e il Cpl Offman deliberatamente gli ha sparato a sangue freddo finendolo con una raffica di mitra. Non so il nome o la nazionalità di questo prigioniero.

Un sacco di prigionieri di guerra sono stati uccisi in questa marcia. Ho visto un Srgt Imperiale – non so il nome – che è stato ferito. Un tedesco lo pose accanto alla strada, quindi tutti abbiamo potuto vederlo passando in marcia. Cosa gli è successo io non so, ma partigiani italiani in seguito mi hanno detto che è stato colpito a morte subito dopo che la colonna era passata.

L'ultima parte della serata mentre passavamo attraverso un villaggio, ho visto quattro cadaveri di POWs che si trovano in mezzo alla strada.

A pochi km passato un villaggio, sono sfuggito per la quarta volta e, sei settimane dopo, ho raggiunto le nostre linee.

Non ho visto la guardia tedesca Kritzsinger sparare a qualcuno dei prigionieri di guerra, ma la maggior parte delle catture è stata fatta da lui e dal Cpl Offman, che in questa marcia camminavano continuamente su e giù per la fila. Sarei in grado di identificare sia Kritzsinger che il Cpl Offman, e anche molte delle altre guardie tedesche, se potessi vedere le loro fotografie.

Posso ricordare che una delle guardie tedesche, se potesse essere trovata, darà tutte le informazioni su ciò che è accaduto in questa marcia, perché lui era contrario a che i tedeschi sparassero ai prigionieri di guerra».

Agli investigatori dei crimini di guerra Levenberg fornì anche la descrizione del Comandante Schulz. «Penso che fosse stato un artigliere, di 30 anni circa e alto 5 piedi e 6 pollici. Era ben messo, tendente al grasso. Aveva capelli fini castano scuro e alcune otturazioni d'oro nei denti. Era privo della falange di una delle dita».

Ian Mackintosh, proveniva dal campo di Tarhuna, nel Nord Africa, ed era stato prigioniero nel campo PG 54 di Fara Sabina.

Da lì era scappato incamminandosi verso sud prima di essere di nuovo catturato. Dopo esser stato bastonato dalla Gestapo, si era trovato su un camion diretto a Laterina, senza stivali né pantaloni, che le guardie gli avevano fatto togliere per scoraggiare i suoi tentativi di fuga. Quando erano ormai in vicinanza del campo, improvvisamente aerei americani erano comparsi sopra i camion e, mentre le guardie erano distratte, Mackintosh era balzato giù dal camion in movimento ed era scappato. Sfortunatamente per lui i civili italiani (nostri compaesani aretini, sembra di capire), ai quali chiese aiuto in un casolare vicino, lo tradirono alla prima occasione e alcuni tedeschi arrivarono e lo fecero marciare a piedi nudi per 5 miglia verso il campo di Laterina.

Sei settimane dopo il suo arrivo a Laterina, Mackintosh progettò di scappare, dopo che aveva contato 16 prigionieri morti sulla strada per Montevarchi, uccisi alle spalle da Hoffmann colpevoli, marciando, di aver, secondo lui, «solo voltato la testa verso la strada».

Insieme al soldato Zimmermann, Mackintosh scappò mentre le guardie facevano fuoco su di loro. Due proiettili trafissero i suoi vestiti, ma fortunatamente senza colpirlo. La coppia riuscì a dileguarsi e a raggiungere una formazione partigiana nelle montagne di Arezzo, probabilmente sull’Alpe di Catenaia. Certamente con i partigiani andò un altro evaso della marcia, il sudafricano Ronald Backhause, che rimase fino all’ultimo con l’VIII Banda Autonoma Amiata di Raul Ballocci, fra Roveraia e Pontenano, in Pratomagno.

Un altro che riuscì a scappare gettandosi in una macchia di rovi nei pressi del Ponte Romito fu il soldato Wellesley Avon Maine, della 2nd South African Division S.A., che non venne ripreso e si nascose nei boschi intorno a Laterina. A lui e alla sua storia è dedicata la prossima puntata.

Un altro racconto viene dal sergente Solomon Saltiel, 50 Greek Infantry Division, catturato dagli italiani in Albania nel 1941 e che era stato utilizzato come interprete nel campo di Villa Ascensione di Poppi (PG38) dato che parlava greco, italiano, francese e spagnolo.

Saltiel raccontò i suoi tentativi di fuga, uno dei quali, quando era stato trasferito a Laterina, nel corso della marcia forzata verso Montevarchi quando, durante l’attraversamento di Levane, era sgattaiolato fuori della colonna e si era infilato in un vicolo laterale. «Ero vestito in abiti civili coperti con una giacca e tuta americane e portavo con me una piccola valigia. Tutto ad un tratto ho sentito un colpo e la luce di un faro si è abbattuta su di me. Due o tre tedeschi hanno cominciato a inseguirmi, così mi sono infilato nella porta di uno degli edifici. Dalla porta ho visto uno, due, tre prigionieri morti e mutilati, così ho rinunciato. Mi gridavano in tedesco e non mi capivano. Mi hanno spinto contro il muro di cemento e hanno posizionato le mitragliatrici per fucilarmi.

In un attimo ho pensato che stavo morendo e non avrei più visto mia madre Ho giunto le mani e ho cominciato a parlare con loro in italiano dicendo che avevo una vecchia madre che non vedevo da anni. Ho detto che non avevo mai combattuto i tedeschi ed ero prigioniero degli italiani. Ho detto che ero prigioniero già da quattro anni e li ho supplicati di risparmiarmi perché potessi rivedere la mia vecchia madre che mi aspettava a casa. Non capivano una parola di quello che dicevo. Un soldato mi ha colpito alla testa con il calcio della pistola e come ho cominciato a sanguinare, ho cercato di tenere la mitragliatrice lontano da me e ho ripetuto il mio appello in francese. Stavo quasi per piangere e si sono fermati per un momento. Uno di loro parlava francese, ha detto qualcosa agli altri soldati e allora mi hanno tirato per le braccia e hanno cominciato a colpirmi con una pistola sulle ginocchia e sulla schiena, urlando “Raus, Raus”. Mi hanno spinto indietro verso la lunga fila di prigionieri. Mi avevano preso gli occhiali e quando abbiamo raggiunto la colonna, le guardie del campo volevano uccidermi sul posto, ma alcuni australiani ed altri prigionieri si sono opposti, mi hanno afferrato e mi hanno spinto in mezzo alla colonna. Mi hanno nascosto in modo che le guardie non potessero farmi niente. Era un miracolo che fossi vivo».

Uno che invece riuscì a scappare durante l’attraversamento di Levane fu, secondo le fonti neozelandesi, (http://nzetc.victoria.ac.nz/tm/scholarly/tei-WH2Pris-_N98583.html) il soldato J. A. Cleland del 21 Btn, che era stato catturato a Cassino a fine marzo ed era a Laterina da tre mesi: Durante l’attraversamento di Levane riuscì ad infilarsi in un portone e aveva aspettato che la colonna si allontanasse; successivamente si era «unito un gruppo ribelle fino a quando non era stato disperso da un attacco tedesco, e poi si era nascosto fino a quando era venuta l'occasione di ricongiungersi con le forze Alleate».

Per quanto si è potuto accertare, a guerra finita gli assassini nazisti descritti dal caporale Levenberg non furono mai rintracciati dalla Commissione per i crimini di guerra.

 

 

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