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POWs and “escaped” (11' puntata)

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POWs and “escaped” (11' puntata)

Come fuggire dal campo PG 82 con disinvoltura. Cpl Pasquale "Pat" J. D'Amato Pfc James "Scotty" Adamson 3rd Ranger Bn, E Company

 

Durante i quattro mesi della campagna di Anzio il VI Corpo Alleato subì più di 29.200 perdite in combattimento (4.400 morti, 18.000 feriti, 6.800 prigionieri o dispersi). Due terzi di queste perdite (il 17% della forza effettiva del VI Corpo) furono subiti tra gli sbarchi iniziali e la fine della controffensiva tedesca del 4 marzo. Tra le perdite in combattimento, 16.200 erano americani (2.800 morti, 11.000 feriti, 2.400 prigionieri o dispersi). Le perdite subite dai tedeschi in combattimento vennero stimate 27.500 (5.500 caduti, 17.500 feriti e 4.500 prigionieri o dispersi), numeri molto simili a quelli delle perdite Alleate. 

La battaglia di Cisterna, le cui reali implicazioni sul conflitto e sulla liberazione di Roma sono ancora da studiare e forse da rivalutare, fu per gli americani un disastro sotto il profilo militare: la 1st Armored Division perse 100 tanks solo nel corso della la prima giornata. Le perdite del VI Corpo superavano le 4.000 vittime. Dei 700 uomini del 1st e 3rd Ranger Battalions che avevano preso parte all'operazione, oltre 400 furono uccisi o feriti, gli altri vennero presi prigionieri. Al campo di Anzio rientrarono solo in 6.

Quelli che erno caduti prigionieri, dopo essere stati trattenuti per un paio di giorni in un vecchio edificio alla periferia di Cisterna, furono trasferiti dagli italo-tedeschi, via Fara Sabina (campo PG 54) allo Stalag II B, un campo di concentramento tedesco a 2 chilometri e mezzo da Hammerstein.

La stessa sorte sarebbe certo toccata ai protagonisti di questa storia, che vennero mandati invece a Laterina, ma nel corso della giornata del 12 febbraio 1944 la coppia formata dal Cpl Pasquale J. D'Amato e dal soldato di prima classe (Pfc) James Adamson uscì indisturbata dal cancello principale del campo di concentramento di Laterina e si dette a una avventurosa fuga. I due avevano indossato degli abiti civili sporchi e consumati e da quel momento scomparvero dagli elenchi dei prigionieri di guerra tedeschi.

Iniziarono un lungo trasferimento durato fino al 9 giugno, sempre muovendosi lentamente verso sud in direzione di Roma, dove raggiunsero la 34th Infantry Division americana e il 9 giugno 1944 rientrarono nei ranghi militari.

D'Amato (la cui identità tradisce un’origine italiana, ma è notorio che le autorità militari statunitensi impiegarono negli sbarchi in Sicilia prima e di Anzio e Nettuno poi, moltissimi soldati di origini italo-americane) e Adamson erano stati compagni in combattimento e decisero di esserlo anche in fuga: il primo era originario di Bristol, nel Connecticut, dove era nato nel 1917, il secondo da Clearfield County, in Pennsylvania, dove era nato nel 1918.

Dopo la Battaglia di Cisterna, il 30 gennaio 1944, quando erano stati catturati, furono portati con molti altri a Roma, dove i tedeschi li fecero marciare per le vie del centro, in mezzo agli ufficiali nazisti e ai gerarchi fascisti, tutti in uniforme nera; li fecero filmare e fotografare. Quando D’Amato lo raccontava disse che immaginava che nella didascalia avrebbero scritto: «I primi americani a Roma in marzo».

Qui si può vedere il filmato https://www.youtube.com/watch?v=R6On497eUSc

Poi con un treno li avevano portati al PG 54 di Fara in Sabina e, successivamente, al PG 82 di Laterina.

A Fara in Sabina rimasero solo una notte, chiusi nei vagoni sorvegliati, in attesa di partire per Laterina.

Raccontò D’Amato che, quando giunsero al PG82, trascorse i primi due giorni ad analizzare la situazione intorno alle baracche. Lui e il suo compagno erano nella n. 8 di una linea di 14. Ogni baracca conteneva 150 letti a castello. Attenti e pronti ad ogni evenienza, loro studiavano la situazione e le abitudini di quanti si trovavano nel campo.

L’alimentazione, rammentò D’amato, era rappresentata da una ciotola al giorno di minestra liquida. I tedeschi avevano portato nel campo alcune botti d’acqua e la distribuivano, ma solo per un'ora al giorno: una sola conduttura d’acqua veniva aperta e tutti i 2.100 prigionieri dovevano fare la fila per un bicchiere d’acqua.

La prima idea che venne loro in mente fu quella di fuggire durante la notte, ma la scartarono subito perché seppero che le guardie sparavano senza fare domande a chi usciva di notte dalle baracche.

C’erano dei civili italiani, che lavoravano nel campo e che erano autorizzati a entrare e uscire, e D’Amato notò che erano poco controllati, salvo un minimo di conteggio al cancello, ma senza bisogno che mostrassero un “pass” vero e proprio: allora lui e Adamson pensarono ad un piano da mettere in pratica alla luce del giorno, semplicemente lasciando il campo in incognito, come se fossero stati lavoratori italiani.

Il primo al quale venne chiesto di aiutarli fornendo abiti civili, un operaio italiano, si rifiutò per paura di essere scoperto dai tedeschi e delle conseguenze che ne avrebbe avuto.

Allora cercarono l’abbigliamento necessario fra gli altri prigionieri e lo ottennero con uno scambio con due prigionieri di guerra britannici, catturati a Tobruk e fuggiti dopo l’armistizio, che accettarono di prendere le loro uniformi in cambio degli abiti sporchi da civili che avevano comprato in un mercato prima di essere ripresi.

Per prepararsi alla fuga D'Amato e Adamson studiarono con attenzione la procedura da seguire al cancello e si allenarono ad imitare il comportamento degli operai italiani che uscivano, in modo da essere il più possibile simili a loro al momento di andarsene. D'Amato parlava piuttosto bene l’italiano, mentre Adamson non sapeva nemmeno una parola, così avrebbe dovuto solo annuire e rispondere "Si, si" a tutto. Si rasarono con l'unico rasoio del campo, di proprietà del capitano Joe Larkin, il loro comandante di compagnia, e infine indossarono gli abiti civili.

Si mossero il 12 febbraio 1944 alle 14: andarono verso la baracca 13 dove erano acquartierati prigionieri di guerra indiani, arabi e scozzesi perché avevano saputo da un amico che c'erano un pezzo di tubo e delle piastrelle di fronte alla baracca. Dalla baracca 8 raggiunsero la 13 controllando il movimento delle guardie tedesche e cercando di muoversi solo quando i tedeschi erano di spalle. Raggiunta la baracca 13 videro che il tubo e le piastrelle c’erano davvero.

Un sergente americano, che forse aveva intuito le loro intenzioni, passando lì vicino, scalciò il tubo con un piede, accostandolo di un bel po’ verso la porta.

Loro due raccolsero il tubo e le mattonelle e lasciarono la baracca dalla porta posteriore per evitare di incrociare le guardie che stavano davanti e che sembravano avere una certa familiarità con gli operai italiani.

Erano distanti dal cancello poco più di 150 metri, ma per loro erano come 150 miglia. Durante quel tragitto ebbero la loro prima sorpresa: dovevano per forza passare in mezzo a un gruppo di cinque italiani, sui 16 anni, che lavoravano presso l’infermeria e con loro c’era una guardia tedesca. Erano in apprensione, ma la guardia rimase tranquilla e i ragazzi del gruppo, che si erano accorti della manovra e che sapevano che non si trattava di operai perché quei due indossavano scarpe da combattimento, posarono le loro pale e fecero finta di niente.

Quando, con un sospiro di sollievo raggiunsero il cancello, D'Amato fece un cenno alla guardia per mostrargli che dovevano portare le mattonelle di fuori. Il cancello si aprì e i due passarono ancora in mezzo a diversi nazisti impegnati in vari compiti e a pochi passi da una squadra di prigionieri al lavoro. Anche alcuni dei loro compagni erano in questa squadra e, uno di loro che aveva riconosciuto Jim, «stava per parlare quando "ha mangiato la foglia" ed è rimasto in silenzio».

Posarono il tubo nei pressi di un camion tedesco e poi si diressero verso una pila di legname vicino ad un capanno degli attrezzi. Finsero di raccogliere del legname da costruzione ed entrarono nel capannone. Attraverso una finestra potevano controllare se i loro movimenti avevano destato sospetti; visto che era tutto tranquillo, uscirono dalla porta posteriore e attraversarono un campo aperto, largo quasi due chilometri e si allontanarono senza mai guardare indietro.

Calcolavano che avrebbero avuto tempo fino all'appello delle 17,30 prima che scattasse l’allarme. Con un vantaggio di circa tre ore potevano sperare di eludere le squadre di ricerca.

Stavano camminando da almeno tre ore sulla carrozzabile quando vennero salutati da due civili che lavorano in un campo. Adamson e D'Amato esitarono, ma videro che stavano arrivando alcuni camion tedeschi e allora si diressero verso quegli uomini in modo da non essere visti dalla strada. Uno degli uomini disse subito: "Scommetto che siete fuggiti dal campo di prigionia!"

L'uomo spiegò di aver capito che non erano civili italiani dal loro modo di camminare, troppo svelto rispetto agli operai italiani, e li consigliò di muoversi con più calma.

Orientandosi con il sole i due evasi presero la via delle colline si diressero a sud, verso Roma sperando in qualche italiano che gli fornisse del cibo. Contavano anche sul fatto di incontrare qualcuno che, non temendo le ritorsioni naziste, avrebbe dato loro un posto per dormire. E così fu poiché, nel riconoscerli come liberatori americani, un uomo fornì loro perfino un letto con tre materassi.

Nel frattempo, negli Stati Uniti, la moglie di D'Amato, Clara – come ebbe modo di raccontare – non aveva idea di quello che era successo al marito. «I tedeschi non avevano comunicato alla Croce Rossa che Pat era stato catturato».

L'11 marzo 1944, finalmente, ricevette un telegramma: il Ministro della Guerra si scusava per la tardiva informazione e comunicava che suo marito risultava disperso dal 30 gennaio. Prima di sapere che il marito era vivo e al sicuro, sarebbero trascorsi altri tre mesi di angoscia.

Gli evasi decisero di viaggiare di giorno, per quanto fosse rischioso con tanti fascisti intorno. Temevano più i fascisti che i tedeschi, dato che i tedeschi rastrellavano anche gli italiani per farli lavorare per loro, mentre gli altri si preoccupavano solo di incassare il premio per la cattura degli evasi. Dovevano stare continuamente in allerta, dal momento che non avevano documenti e le carte di identità con la foto, che gli italiani avevano l'obbligo di portare sempre con loro.

Più volte, dice D’Amato, nelle colline incrociarono bande partigiane ed ebbero l’occasione di unirsi a loro, ma rifiutarono perché il loro obiettivo era quello di attraversare le linee del fronte.

Dalle indicazioni che si ricavano dai racconti, i due fuggiaschi dovevano trovarsi nella zona poco a nord di Grosseto perché fanno riferimento ad una banda nella quale conobbero sudafricani, britannici, alcuni soldati russi e sei tedeschi che avevano disertato e si battevano dalla parte degli alleati: una descrizione che somiglia molto a quella della 3a Brigata Garibaldi “Antonio Gramsci” di Roccastrada, guidata dall’ex sergente maggiore Sady Basi.

Nella prima settimana di marzo Pat e Jim raggiunsero Farnese, in provincia di Viterbo. Qui incontrarono alla macchia cinque sudafricani, ex prigionieri di guerra che vivevano insieme in una grotta ed accettarono l’invito a fermarsi per un po’ di tempo.

Quando Clara aveva ricevuto quel primo telegramma, Pat e Adamson vivevano con i cinque soldati sudafricani. Dato che il tempo non era favorevole per viaggiare, preferirono aspettare la stagione migliore. A volte ottenevano un po’ di cibo dai civili, altre volte si adattavano a rubacchiare quello che potevano nei terreni delle aziende agricole vicine al loro rifugio. Una volta rubarono un paio di pecore. Uno dei sudafricani, che da civile era un agricoltore, era capace di macellarle e scuoiarle. Accesero il fuoco e fecero uno stufato aggiungendo delle erbe scelte e raccolte lì attorno, per dargli un po’ di sapore.

Nella prima settimana di aprile i due fuggitivi decisero di ripartire con l'intenzione di attraversare Viterbo. I tedeschi, però avevano fortificato pesantemente la zona e non sarebbe stato possibile riuscirci, per persone non identificate e senza documenti.

Questa è la zona nella quale anche il Lt. William Newnan, anche lui evaso, ebbe le maggiori difficoltà di passaggio, come raccontò nel dopoguerra nel suo libro di memorie “Escape in Italy”.

Tornarono allora alla loro caverna. Poi nelle settimane successive cominciarono a spostarsi spesso per non offrire punti di riferimento ai tedeschi. Ogni giorno era sempre peggiore di quello precedente: gli Alleati, dall’aria, bombardavano e mitragliavano i loro obiettivi obbligando le truppe tedesche a continui spostamenti. La presenza di un maggior numero di unità tedesche e fasciste ridusse anche la disponibilità dei contadini ad aiutare gli ex prigionieri di guerra.

«Un nome che non dimenticherò mai – affermò D'Amato – è quello di Emilia Fiorenti. Ci portava cibo ogni volta che poteva e quando una sua amica le aveva detto “Se ti beccano i tedeschi ti ammazzano” aveva risposto “Sono vecchia. Non mi importa e non sono preoccupata”. Dopo la guerra Clara le scrisse una lettera per ringraziarla e mandarle un po' di cioccolato, che le piaceva tanto, ma la lettera tornò indietro con la scritta “destinatario sconosciuto”. Non abbiamo mai scoperto cosa le sia successo».

E’ in questo periodo che Pat e Jim seppero che due dei soldati sudafricani della grotta erano stati fucilati. Il 6 giugno, per celebrare il suo 21° compleanno e ignorando i consigli dei suoi amici, uno dei due era sceso fino a Farnese ed aveva bevuto troppo vino. A Farnese aveva addirittura scroccato una sigaretta a un ignaro tedesco che era seduto in un prato e, mentre si chinava per farsela accendere, gli era caduta la pistola dalla tasca.

L'altro sudafricano, appresa la notizia della cattura del suo compagno, era sceso a Farnese quella stessa notte nella speranza di liberarlo, ma venne catturato a sua volta.

Come prigionieri di guerra sarebbe spettata loro la corte marziale, ma non avevano indosso divise militari e i tedeschi li avevano fucilati senza indugi. D’Amato si rese conto solo allora che, in caso di cattura, il fatto di indossare abiti civili significava essere subito fucilati come spie.

Il 29 maggio 1944 entrarono in contatto con un italiano di lingua inglese e con lui si diressero verso Roma e si nascosero ad Allumiere in attesa dell’avanzata alleata, finché un giorno un ragazzo italiano arrivò di corsa urlando che le truppe americane erano arrivate.

«Dopo che siamo usciti allo scoperto, in città si diffuse la voce che c'erano due americani – raccontò D’Amato – e abbiamo avuto una grande ovazione popolare. Non lo dimenticherò mai».

In breve raggiunsero la periferia di Roma – per D'Amato e Adamson 400 miglia e cinque mesi di fuga – e incontrarono due ufficiali americani e un soldato in una jeep. Era il 9 giugno 1944.

Il seguito della loro storia racconta del loro trasferimento a Civitavecchia per il debriefing di livello G2 mentre i vestiti che avevano indossato per la fuga venivano bruciati per eliminare i pidocchi che li infestavano. «Altrimenti me li sarei portati a casa come souvenir» ebbe a dire D’Amato.

Per gli americani la prassi voleva che i soldati che erano stati catturati dal nemico ed erano riusciti a fuggire venissero mandati a casa, piuttosto che tornare al fronte. D'Amato e Adamson rientrarono negli Stati Uniti alla fine di giugno 1944.

Negli anni seguenti D’Amato fu a lungo vicesceriffo a Bristol, nel cui ospedale morì il 22 aprile 2011, mentre il suo compagno Adamson prestò servizio presso l’ospedale militare Halloran di New York ed era morto il 25 luglio 1995.

 

 

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