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POWs and “escaped” (9' puntata)

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Gunner Frank Unwin 68th Mod Regt. Royal Artillery Gunner Frank Unwin 68th Mod Regt. Royal Artillery

Una riparazione doverosa

 

Come ho già scritto, quando tanti anni fa Frank Unwin mi raccontò le sue evasioni, mi sembrò talmente inverosimile che non gli credetti.

Questa è l’occasione per porre rimedio all’incredulità di allora raccontando la sua storia. Per farlo ricorro alla sua testimonianza tratta dagli Atti del Convegno di Laterina del 27 marzo 1999 – curati da Ivo Biagianti – anche se, giocoforza, sono obbligato a sintetizzarla; ricorro anche un testo reso pubblico in occasione della sua partecipazione alle celebrazioni del 70° anniversario dell’Armistizio tenutasi a Fontanellato (Parma), da altri scritti che lo riguardano ed ai documenti degli archivi britannici.

In diverse occasioni Unwin aveva annunciato la prossima pubblicazione di un suo libro di memorie e di recente la notizia è rimbalzata su internet, con tanto di indicazione di Pen and Sword, del gruppo editoriale inglese Barnsley Chronicle, come editore, ma alla casa editrice, che ho interpellato, il libro non risulta in programma.

Ovviamente me ne dispiace, ma questo mi consente di raccontare adesso la sua vicenda.

Frank Unwin, classe 1920 (ha oggi 96 anni) aveva combattuto nella Royal Artillery britannica a Heraklion (Creta) nel maggio 1941.

Nel giugno 1942, dopo sette mesi di guerra nel deserto, venne catturato dai tedeschi nel Nord Africa, a Tobruk, insieme a gran parte del suo reggimento e trasferito in un campo di transito nordafricano.

Quando seppe che sarebbe stato trasferito in Italia – racconta – il suo primo pensiero fu quello di imparare i rudimenti della lingua italiana, perché aveva già in mente di scappare dai suoi sequestratori e la conoscenza della lingua gli sarebbero tornata utile.

Nel mese di agosto viaggiò con altri 2.000 prigionieri nella pancia di una nave che lo sbarcò a Brindisi e poi fu trasferito, in treno, nei soliti carri bestiame, a Laterina dove fu fra i primi “ospiti del campo PG82 appena istituito.

«Il campo, circondato dal filo spinato, era una volta una grande vigna ma con poche viti. Però c'erano ancora alberi per sostenere le viti. C'era solamente un edificio di mattoni, la cucina. Poi nell’altra parte del campo c'erano molte tende.

La prima cosa è stata l'appello. Questo ha richiesto molto tempo. Poi siamo stati tutti organizzati in diciotto uomini in ciascuna delle tende. Dopo abbiamo mangiato il nostro primo pasto ed era così cominciata la vita in Laterina».

«C'erano cinque ufficiali nel campo, tre medici e due preti, uno cattolico e uno protestante. Loro però non facevano nulla nell’amministrazione del campo.

Nel campo erano necessari molti lavori e per questo vennero costituite squadre di uomini da mettere al lavoro. C'era una squadra per la pulizia del campo, quella dei cuochi, barbieri, uomini per scavare latrine e parecchi altri lavori. Tutti questi uomini prendevano il doppio delle razioni alimentari per lavorare. I viveri normali per un giorno erano un panino di 120 grammi, una esigua razione di pasta e, due giorni alla settimana, una piccola misura di carne e per due altre giorni della settimana un pezzettino di formaggio.

C'era un grande spazio aperto fra le tende e la cucina e questo era usato per l'appello ogni mattina e, più tardi, diventò il campo di calcio. L'appello richiedeva sempre molto tempo e quando le sentinelle facevano un errore era necessario ricominciare di nuovo. Era sgradevole quando c'era molta pioggia ed era necessario stare nel fango profondo per molto tempo».

Poi vennero costruite le baracche in muratura da parte di un impresario che aveva alcuni operai italiani, ma che era autorizzato ad utilizzare anche molti prigionieri. Gli italiani si occupavano dell’impiantistica, mentre i prigionieri eseguivano le opere in muratura.

«Furono costruite undici baracche ed io stavo nella n°11. Per questo ho aspettato molto tempo. C'erano 250 uomini in ciascuna baracca. In fondo alla baracca c'era una stanza per lavarsi e una toilette.

Le baracche erano predisposte per la luce elettrica e l'acqua. Però non c'era mai potenza per l'elettricità e neanche per l'acqua. Era necessario scavare latrine aperte all’esterno e queste erano forse dieci metri di lunghezza, un metro di larghezza e un metro e mezzo di profondità. Ce n'erano sempre due o tre in uso. Quando una fossa era completamente usata, ne veniva scavata un’altra ed il terreno della nuova era portato a quella esaurita, fino a quando il terreno tornava ad essere ancora una volta terra ferma.

Poi venne costruita la baracca n°12 e questa aveva spazio per il barbiere, il magazzino etc. Una baracca era destinata agli ufficiali e anche al comandante. Poi c'era una tenda per concerti e spettacoli. E così il campo cresceva.

La passione più forte fra i prigionieri era il calcio. L'area dell'appello era perfetta per un campo di calcio. Con due squadre in ciascun baracca, c'era un Serie A e un Serie B. C'erano anche tornei internazionali: Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda e Sud Africa. Per una partita internazionale c'era una folla di spettatori di 2.000 persone. Tutti gli Italiani, ufficiali e soldati, volevano vedere le partite e così venne costruita una tribuna per farli stare comodi.

Gli Italiani ci hanno dato il legname per l'impalcatura della porta e alcuni pescatori sudafricani hanno fatto bellissime reti con il cordame dei pacchi della Croce Rossa. La tenda dei concerti fungeva da spogliatoio. Fra i prigionieri erano parecchi quelli che da civili erano calciatori e arbitri professionisti. Il calcio era molto sentito e costituiva un valido rimedio per combattere la noia del campo».

Passato l'inverno Unwin ricominciò a pensare ad evadere, ma aveva visto che quelli che ci avevano provato erano stati ripresi dopo qualche ora; allora pensò che sarebbe stato più facile scappare da uno dei tanti distaccamento di lavoro che dipendevano dal PG82 e così si offrì volontariamente per andare a lavorare fuori dal campo. Venne destinato a Borgo San Lorenzo, sopra Firenze. Il lavoro consisteva nella costruzione di una fabbrica per produrre lo zucchero di barbabietola.

In realtà l’Ufficio Prigionieri di guerra dello Stato Maggiore del Regio Esercito aveva previsto altrove la costituzione del distaccamento di lavoro di Borgo San Lorenzo: doveva essere presso la società anonima Soterna (Società Generale per l'Utilizzazione dell'Energia Termica dei Combustibili Nazionali), un’azienda nata quando la Società delle Nazioni aveva inflitto all’Italia fascista le sanzioni economiche in risposta all’aggressione all’Etiopia. Nel quadro dell’economia autarchica del regime la Soterna produceva impianti a gasogeno (alimentati a legna o a carbone) per la produzione di gas povero finalizzati ad applicazioni nell’autotrazione (automobili, furgoni, autobus). Lo Stato Maggiore aveva previsto di impiegare, in questo lavoro, scaglioni di 500 prigionieri alla volta, ma nel 1943 le pratiche burocratiche erano ancora in ritardo e così aveva destinato i prigionieri alla costruzione dello zuccherificio.

«Il campo di lavoro di Borgo San Lorenzo era situato nel campo sportivo del paese. Era circondato da un muro alto di mattoni e il filo spinato stava proprio all'interno del campo di calcio. Però, dietro a una delle porte, il filo spinato lasciava il campo di calcio e andava direttamente al muro di mattoni. Nei due punti dove era collegato col muro era facile salire sul filo spinato e saltare di là dal muro.

Avevo accumulato molto cibo dei pacchi della Croce Rossa: biscotti, cioccolata, uva secca, salmone, prosciutto cotto.

Non volevo scappare solo – racconta ancora Unwin – allora ho scelto un compagno. Sembrava buono e bravo e aveva anche lui un bel po’ di cibo. La sera che abbiamo scelto per fuggire i nostri compagni del campo hanno distolto le due sentinelle e noi siamo saltati sul muro».

Una volta fuori, con il proprio destino in mano, il suo compagno ebbe un ripensamento; venne colto dalla paura della fuga e volle tornare indietro, mentre Unwin decise di proseguire da solo.

Ci riuscì per una settimana, ma una domenica mattina fu visto e segnalato come evaso: venne arrestato e riportato a Borgo San Lorenzo e poi, col treno, a Laterina. All’arrivo lo aspettava la condanna a trenta giorni di isolamento.

La punizione non lo distolse però dalla voglia di evadere: nel campo sentì parlare dello scavo di un tunnel per organizzare una fuga: «C'era un gruppo di venticinque uomini che ci lavoravano e venne offerta una possibilità anche a me. Il tunnel cominciava dalla baracca n°6 e dopo tre settimane di lavoro era già a mezza strada verso il filo spinato. Ho già detto che i gabinetti nelle baracche non funzionavano perché non c'era l'acqua. Sotto i gabinetti c'era una grande cisterna di cemento. Venne rotto il muro della cisterna, poi gli scavatori andarono giù un altro metro e poi diretti verso il filo.

Ogni cosa era ben organizzata. Per rinforzare il tetto del tunnel venne usato il legname che i muratori avevano impiegato nella costruzione della baracca n°12 e venne rubata anche una sega ad un operaio italiano. Lo scavo era solido e sicuro. Il mio lavoro consisteva nello scavare la terra del tunnel e di trascinarla verso la cisterna, dove veniva messa in una carriola e portata in una latrina usata. Alcuni compagni stavano di sentinella a sorvegliare le guardie: questo lavoro clandestino andò avanti e, per un anno, tutto filò liscio.

Io ho lavorato per tre settimane. Il lavoro era pesante e faticoso e, con poco cibo, era dura andare avanti. Un'altra cosa difficile era l'appello al cancello ogni due ore, quando si stava sotto terra, coperti dal sudore e dalla terra sulla faccia e sui vestiti. L'Autorità britannica del campo non ci vedeva di buon occhio e rifiutò le nostre richieste di avere più cibo e un po’ d'olio per alimentare le lampade che facevano luce nel tunnel».

Infine il tunnel era quasi pronto: lo scavo era ormai vicinissimo al filo spinato, a pochi metri dall'uscita. Tutto era pronto per la fuga e ognuno sapeva che cosa fare. Per primi, a intervalli di pochi minuti l’uno dall’altro, sarebbero usciti i componenti del gruppo che aveva scavato. Poi, dopo un altro intervallo di almeno mezz’ora, l’uso del tunnel sarebbe stato a disposizione di tutti.

«Ancora non faceva buio e io potevo vedere la gente di Laterina a passeggio. Poi a Laterina è cominciato un rumore che è cresciuto velocemente. Dopo poco il rumore è arrivato più vicino, nel quartiere italiano del campo e poi è arrivato alle sentinelle. Loro gridavano: "La guerra è finita!" e buttavano i fucili in aria. Era l’8 settembre.

Siamo rimasti sorpresi ed era molto imbarazzante perché, sotto terra a scavare forte e tutto bagnato di sudore, c'era un nostro compagno. Ora bisognava andare giù, chiamarlo e dirgli: "Vieni fuori che la guerra è finita!".

Noi venticinque che avevamo scavato il tunnel abbiamo discusso insieme su cosa fare. Ognuno pensava "Miseria! Se vogliono finire la guerra possono finirla. Noi passeremo per il tunnel". Per qualche giorno ci fu molta confusione nel campo e la paura che arrivassero i Tedeschi».

Come sappiamo venne anche impartito l’ordine di non uscire dal reticolato, ma in molti lo disattesero.

«Io e tre amici del tunnel ci siamo preparati per scappare. Il giorno 12 settembre era circolato un allarme, che i Tedeschi sarebbero arrivati presto. Le sentinelle italiane scapparono e subito dopo noi quattro siamo fuggiti».

Unwin e i suoi tre compagni se ne andarono poco prima dell’arrivo dei tedeschi ed erano intenzionati a dirigersi a sud, incontro agli Alleati.

Malauguratamente lui ammalò subito dopo e, per non intralciare il cammino degli altri fuggitivi, fu costretto a separarsi dai suoi compagni che proseguirono da soli verso le linee alleate.

Per sei settimane Unwin, rimasto solo, vagò a lungo e febbricitante per la campagna cercando di allontanarsi dal campo, finché giunse a Montebenichi, il piccolo e bellissimo borgo collinare della Valdambra che, in linea d’aria, dista dal campo poco meno di venti chilometri. Qui venne accolto, un po’ inaspettatamente, dalla generosità degli abitanti del paese che, a loro rischio, gli fornirono riparo e cibo. Lo aiutarono a costruire una capanna nel bosco, a mezzo chilometro dal paese, usando rami di castagno e cespugli, per ripararsi al modo dei carbonai.

Racconta Unwin che due ragazze del paese fecero un elenco delle famiglie che, a turno, erano disposte a portargli il cibo: le persone che accettarono andarono da lui tutti i giorni, sia a ora di pranzo che la sera, correndo grandi rischi per loro stesse.

Dopo molti mesi, dato che le truppe alleate non si vedevano ancora, in compagnia di altri due ex prigionieri incontrati nel frattempo, Unwin riprese la marcia verso la linea del fronte, che da gennaio a maggio era rimasto bloccato sulla Linea Gustav e nella battaglia di Monte Cassino.

Purtroppo non ce la fecero perché, sulla strada per Sinalunga, vennero intercettati dai tedeschi e Unwin fu nuovamente catturato e questa volta, riportato a Laterina, non dovette scontare soltanto i trenta canonici giorni di isolamento: fu caricato in un treno e venne portato a Altengrabow, allora in Prussia, nel campo di lavoro denominato Stalag XIA, dal quale venne liberato solo il 4 maggio 1945 dal 9th US Army della 83a Divisione di fanteria statunitense.

In quel momento nello Stalag XIA erano rimasti 1.800 soldati di nazionalità statunitense, britannica, francese, belga e olandese, ma al 1° gennaio 1945 ne risultavano ancora 62.322: 22.983 francesi, 3.606 britannici, 4.438 belgi, 2.815 polacchi, 4.217 serbi, 22.258 sovietici, 1.072 italiani, 464 olandesi, 451 slovacchi e 18 americani: una commissione d’inchiesta accertò nel dopoguerra che in quel campo erano morti quarantamila prigionieri, a causa di una epidemia di tifo, per denutrizione e per malattia e che erano stati sepolti in uno sterminato cimitero nella prateria attorno al campo da dove gran parte di loro vennero riesumati.

 

 

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