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POWs and “escaped” (8' puntata)

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POWs and “escaped” (8' puntata)

Prove di fuga in tunnel e campo di lavoro in Germania Cordino Longiotti Co. D 179 Inf. 45th Division USA

 

Originario di Greenville (27 maggio 1923) da una famiglia di immigrati italiani, Cordino Longiotti entrò nell’esercito nel febbraio 1943. Il 9 giugno salpò per l'Africa con la 45th Divisione 179th Fanteria degli USA. Il 9 settembre era sulla Testa di Ponte a Salerno. Il 18 febbraio 1944 venne fatto prigioniero sulla testa di ponte di Anzio.

 […] «Quel pomeriggio, siamo stati stipati in un camion, solo posti in piedi, e portati in un campo temporaneo, il PG54 di Fara Sabina a più di 120 chilometri da Anzio.

Siamo rimasti lì per tre giorni. Abbiamo dormito sul pavimento di cemento su mucchi di paglia pieni di pidocchi, senza biancheria e solo con la coperta e non abbiamo potuto usare neanche i nostri zaini. Poi di nuovo abbiamo viaggiato col camion verso nord, fino al campo PG 82 a Laterina, dove siamo rimasti per quasi tre mesi.

Si trattava di un grande campo con prigionieri degli Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, India, e di altri luoghi.

Il campo era circondato da un’alta doppia recinzione: due recinti distanziati di circa otto piedi e con filo spinato e agli angoli guardie in cima a torri di legno. C'erano anche le guardie che pattugliavano lo spazio tra le recinzioni con cani pastori tedeschi.

Le baracche avevano muri e pavimenti di cemento, e una latrina nella parte posteriore. Somigliavano a grandi magazzini, con solo una parete divisoria per separare la latrina dal resto dell'edificio. Non c'era alcuna privacy. La latrina era una grande cisterna della larghezza dell'edificio, con diversi fori nel pavimento, sui quali ti dovevi mettere a cavalcioni con i piedi, senza divisori o privacy.

L'acqua era razionata, così ci potevamo lavare solo a giorni alterni, e non c’era né una doccia, né una vasca da bagno.

I nostri letti non erano altro che un grande sacco pieno di paglia e una coperta su una rozza struttura a castello, che era invasa dai pidocchi e quindi era naturale che tutti noi avessimo i pidocchi.

Nei giorni più caldi ci sedevamo fuori al sole durante il giorno e ci scacciavamo i pidocchi di dosso, ma tutti erano nella stessa condizione, quindi non c'era nulla di cui essere imbarazzati. Abbiamo dovuto indossare i vestiti che avevamo addosso per più di quasi 4 mesi.

In questo campo vi era una baracca per gli ufficiali e anche loro che avevano letti a castello con materassi di paglia. Gli ufficiali venivano trattati un po' meglio rispetto ai soldati semplici.

Per quanto riguarda il nostro cibo, se si vuole chiamarlo così, era appena sufficiente per sopravvivere: consisteva in una tazza di caffè al mattino (non somigliava nemmeno, ma loro lo chiamavano così e almeno era caldo); a pranzo ci davano una tazza di zuppa acquosa; per il caffè e la zuppa dovevamo usare le nostre tazze di mensa; non c’erano piatti né posate. Non c'erano tavoli o sedie e dovevamo sederci sul pavimento o mangiare in piedi. Per cena una tazza di tè con una piccola pagnotta di pane da dividere tra 6 persone; le porzioni erano piccole e all’inizio questo era l'unico cibo solido che abbiamo ricevuto: il pane tedesco senza niente sopra.

Poiché era quasi impossibile fare sei pezzi di pane uguali, per evitare le liti la persona che tagliava il pane teneva i pezzi in mano dietro la schiena e faceva scegliere: mano destra o mano sinistra. Ci sono stati scontri piuttosto sgradevoli per il cibo; la fame fa fare cose strane alle persone. Ci servivano la zuppa in una grande pentola che veniva posta a terra nel mezzo della baracca. Solo per averne una goccia in più, alcuni raschiavano la pentola quando era già vuota.

Il giovedì ci davano riso o minestra d'orzo, che era come un piacere per noi perché almeno era più solida.

Qualche volta degli italiani sono venuti vicino al campo e hanno cercato di gettare delle pagnotte di pane oltre il recinto prima che le guardie tedesche li facessero scappare. Non ho mai avuto la fortuna di essere al posto giusto al momento giusto.

Aiuti medici o di qualsiasi altro tipo erano praticamente impensabili; uno doveva essere quasi moribondo per ottenere l’assistenza medica. Dopo circa un mese quasi tutti avevamo la dissenteria. Ci sono stati alcuni prigionieri che sono morti in questo campo, ma non so con precisione quanti.

Fuggire dal campo era impensabile; quando qualcuno veniva ripreso dopo aver provato a scappare, veniva tenuto in isolamento per molti giorni a pane e acqua. L'edificio usato per l’isolamento era fatto di legno con tre piccole stanze e una piccola finestra vicino al soffitto. Era al centro del campo, così tutti potevano vedere quando qualcuno veniva messo in isolamento.

La vita al campo era piuttosto noiosa: in fila ogni mattina e sera per l'appello, poi solo andare in giro per fare un po' di esercizio o sedersi a levarsi i pidocchi dal corpo o parlare, ma non più di tre o quattro persone, perché i tedeschi erano sempre sospettosi e non si fidavano di nessuno.

A volte l’appello veniva fatto due o tre volte al giorno o ogni volta che le guardie ne avevano voglia. Spesso e, a volte due o tre volte in un giorno, ispezionavano le nostre baracche per cercare qualsiasi cosa che ritenessero una minaccia. Erano sempre alla ricerca di qualcosa e sempre sospettosi per ogni piccola mossa che facevamo e, se vedevano un piccolo gruppo di prigionieri parlare insieme, lo interrompevano con le minacce.

Nei tre mesi che ho trascorso lì devo aver perso almeno 18 chili. Pesavo circa 40 chili quando abbiamo lasciato il campo per la Germania.

Un giorno i tedeschi portarono orgogliosamente, per così dire, una celebrità nel campo per mostrarlo agli americani. Si trattava di Max Schmeling, un ex-pugile e campione tedesco che alla fine di Trenta o i primi Quaranta aveva combattuto, ma aveva perso, con Joe Louis, ma non è andata come pensavano: per i tedeschi era un eroe famoso, invece la maggior parte dei prigionieri non aveva mai sentito parlare di lui».

In realtà Schmeling e Louis si erano incontrati due volte: il 19 giugno 1936, nel famoso Yankee Stadium di New York, Schmeling aveva battuto Joe Louis per KO all’ultima ripresa. La rivincita si era disputata, ancora allo Yankee Stadium di New York, il 22 giugno 1938 e questa volta era stato Louis, che da un anno era campione del mondo dei pesi massimi, a vincere per KO alla prima ripresa, dopo meno di due minuti di match e tre atterraggi del rivale. [per vedere https://www.youtube.com/watch?v=2LNzWHuygpw ]

«La baracca degli ufficiali era all'estremità del campo, a sette o otto metri dal primo recinto. In qualche modo alcuni prigionieri hanno scavato di nascosto il pavimento di cemento, sotto uno dei letti a castello, e hanno costruito un tunnel. Solo pochi prigionieri ne erano a conoscenza. Non ci si poteva fidare di tutti. Non mi ricordo come lo avevo scoperto, ma io lo sapevo.

Si vedevano uomini in giro per il campo con la terra che scendeva fuori da sotto le gambe dei pantaloni. Si riempivano le tasche o piccoli sacchetti da lasciare scivolare a terra camminando, facendo attenzione a pigiarla con i piedi in modo che non fosse evidente e, allo stesso tempo, facendo molta attenzione a non attirare il sospetto delle guardie.

Parte della terra fu gettata nelle fosse della latrina, nella parte posteriore della baracca, ma stando attenti a non esagerare per non attirare l’attenzione dei tedeschi. La costruzione del tunnel deve essere iniziata qualche tempo prima del mio arrivo, perché per scavare un tunnel abbastanza grande perché un uomo ci potesse strisciare, e lungo da 40 a 45 piedi [una quindicina di metri] e abbastanza profondo, non era un compito facile, e farlo senza essere scoperti era quello più difficile.

Bisognava anche essere attenti a non scavare nei pressi della recinzione mentre il cane e la guardia camminavano sopra, perché non sentissero il rumore. Non mi ricordo come venne portata la luce nel tunnel, ma doveva esserci qualche tipo di illuminazione per quelli che scavavano. Era tutto un grande rischio.

Tutto sommato il tunnel era stato scavato e una notte molti di noi erano pronti a scappare. Ogni cosa è stata controllata e ricontrollata e si è deciso che la fine del tunnel era ormai al di là della seconda recinzione. Tutto ciò che occorreva era di assicurarsi che le guardie fossero sull'altro lato del campo e non potessero vedere quando qualcuno fosse sbucato al di là del recinto.

Intorno alla metà di aprile, gli ufficiali e alcuni dei soldati semplici me compreso, circa settanta di noi, ci siamo riuniti di nascosto presso la baracca degli ufficiali, al tramonto, pronti a fare una sortita all'esterno.

Siamo stati molto attenti a non essere visti dalle guardie perché non ci era permesso di vagare in giro dopo il tramonto. Ogni cosa era semplicemente perfetta: una notte buia con cielo nuvoloso, senza luna né stelle.

Tutto ciò che restava da fare era di rompere il terreno verso l'alto alla fine del tunnel e uscire, quando è giunta, come un tonfo la brutta notizia: gli addetti allo scavo avevano calcolato che il tunnel arrivava a circa due piedi [meno di un metro] dalla seconda recinzione e si sarebbe aperto proprio in mezzo. Così abbiamo dovuto rimandare per due giorni e siamo dovuti sgattaiolare di nuovo alle nostre baracche. E' stata una grande delusione. Se fossimo potuti uscire avremmo avuto buone possibilità dal momento che gli italiani e i tedeschi non erano più in rapporti amichevoli fra loro.

I tedeschi sospettavano che qualcosa fosse in corso, ma non avevano idea che ci fosse un tunnel in costruzione, fino alla mattina seguente, quando un soldato, credo scozzese, ha fatto la spia.

I tedeschi lo portarono subito via per paura che qualcuno potesse picchiarlo o addirittura ucciderlo e penso che sarebbe potuto succedere.

I tedeschi poi ruppero il tunnel e lo fecero riempire di detriti.

Solo allora ci siamo accorti che il secondo recinto era stato superato di due piedi e che c’era stato solo un errore di calcolo da parte degli scavatori.

Molti ufficiali vennero messi in isolamento con pane e acqua per circa tre o quattro settimane».

Dalla descrizione, sembra che questo episodio sia quello già raccontato nella precedente puntata a proposito di uno dei tentativi di fuga di Roy Marlow, che costò al sergente 30 giorni di isolamento.

«Circa tre settimane dopo, il 1° maggio 1944 siamo stati caricati in piedi su un camion e portati in un campo a Mantova. Poi, il 17 maggio siamo stati caricati – e intendo proprio caricati – in vagoni ferroviari, talmente affollati che non tutti potevamo sederci allo stesso tempo e dovevamo farlo a turno.

Dopo tre giorni di viaggio, e fermandosi solo una volta per sgranchirci e per altri bisogni, abbiamo raggiunto la nostra destinazione, Stalag VII-A in Mooseburg, Germania».

Con altri 17 compagni di prigionia Longiotti venne inviato al lavoro in una fattoria a Unterthurheim, presso la famiglia di un anziano contadino e di sua figlia che aveva due bambini piccoli ed il marito era in guerra.

 

Cordino Longiotti, la cui intera storia che comprende il racconto della cattura dopo la battaglia nella testa di ponte di Anzio è facilmente rintracciabile sul web, fu liberato il 26 aprile 1945.

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