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POWs and “escaped” (6' puntata)

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POWs and “escaped” (6' puntata)

L’evasione di Pierre Dotremont dal campo PG 82 di Laterina

 

Pierre Dotremont era un uomo grande e grosso, alto e smanioso di andarsene prima possibile, di evadere dal campo di prigionia di Laterina.

Caporale della Legione straniera, quindi dei reparti gollisti “Francia libera” che avevano combattuto in Africa, mi raccontò le tappe dei suoi trasferimenti attraverso il campo PG 66 di Capua, il PG 75 di Torre Tresca (Bari), poi il PG 77 a Pissignano una frazione di Campello sul Clitunno (Perugia) e, infine era arrivato il campo di Laterina, contrassegnato come PG 82, del quale mi raccontò molte cose

Per esempio che il PG 82 aveva una decina di distaccamenti sparsi in Toscana come campi di lavoro, ossia luoghi dove i prigionieri venivano mandati a lavorare per enti pubblici, ma anche per i privati, presso aziende agricole (le viti, il tabacco, per esempio) ed industriali. Ho cercato questi distaccamenti (potenza di internet) e risultano segnalati e documentati in varie località: a Borgo San Lorenzo, Bucine, Campi Bisenzio, Castelfiorentino, Gambassi Terme, Capannori, Livorno, Mercatale, Pontassieve, Monte San Savino, Rufina, San Quirico d’Orcia e Vaglia, tutti dipendenti dal PG82: una parte di essi è elencata qui .

«Fra i legionari c’erano molti tedeschi e, quando siamo arrivati a Laterina hanno saputo che fra questi prigionieri c’erano dei tedeschi che facevano la guerra contro la Germania. Un giorno tutti i prigionieri sono stati schierati. Un ufficiale è salito sopra a una pedana e ha cominciato a chiamare. Chiamava i tedeschi, col nome vero, ma nessuno si muoveva…. (si disse che fosse stato un maresciallo, un tedesco, che era fra i prigionieri, che aveva fatto la spia per salvarsi, raccontando tutto… Lui poi è stato fucilato dall’esercito francese, dopo la guerra). Quelli che hanno individuato li hanno portati via e non li abbiamo mai più visti.

Con noi, sempre a Laterina, c’erano anche 117 italiani della Legione straniera, molti si facevano passare per spagnoli. C’erano anche gli spagnoli veri, di quelli che avevano fatto la guerra civile: gente che era arrivata alla Legione straniera prima della guerra, con l’esperienza della guerra di Spagna e che quindi era abituata alla guerriglia. Erano furbi, esperti: sono stati loro a scoprire la via di fuga attraverso lo scarico dei gabinetti».

Finalmente Dotremont ebbe il consenso degli spagnoli, che di fatto gestivano le evasioni in quel settore del campo.

«Io sono fuggito il 17 di luglio del ‘43 mi raccontò – non lo sapevo che le cose andavano così».

Pierre fu davvero sfortunato in quella occasione. Scivolato nel tubo di scarico, nudo, con i vestiti legati in testa e gli escrementi fino alla cintura, raggiunse lo sbocco sul torrente Bregna.

Calatosi in acqua risalì un po’ la corrente e si lavò, poi cominciò la scalata della scarpata con la convinzione di avercela fatta. Fu tradito dalla luna (che in quel momento fece capolino) che lo illuminò per la guardia italiana che stava sull’altana a una distanza di almeno ottanta metri. La guardia aprì il fuoco col mitragliatore: fu un colpo casuale, fortuito, quello che andò a bersaglio.

«M’hanno sparato addosso: una pallottola mi è entrata da qui [Pierre mi mostrò un’ampia cicatrice sul lato destro del dorso] e mi è uscita da qui [altra cicatrice, più piccola, sul lato destro del petto].

Poi sono stato portato via; mi hanno portato all’ospedale tedesco, ma non avevano le medicine per curarmi, mancavano di tutto. Allora mi portarono all’ospedale civile di Arezzo, dal professor Cocci».

Il professor Giovanni Cocci, del quale si può leggere una scheda biografica scritta da Donato Angioli in Società Storica Aretina , faceva parte della rete dell’antifascismo aretino e, evidentemente, si spese per favorire l’evaso: in primo luogo con la sua formidabile pratica ospedaliera (la pallottola non aveva leso organi vitali ed era fuoriuscita), poi trattenendolo più a lungo possibile e, infine, riportando all’organizzazione antifascista l’informazione della sua presenza in ospedale.

Dopo la capitolazione italiana e l’armistizio dell’8 settembre anche l’ospedale venne preso sotto custodia tedesca e proprio in quei giorni lo stimatissimo professor Cocci moriva improvvisamente.

«Poi i tedeschi hanno fatto partire tutti i malati che stavano dentro al “Garbasso” e ci hanno messo solo feriti tedeschi. Hanno saputo che c’era un prigioniero, dunque sono venuti a trovarmi. C’era due o tre ufficiali tedeschi, c’era quello che comandava l’ospedale, che aveva la carta [la tessera] del partito fascista e c’era il prete, che andava più d’accordo coi fascisti che con altri. Hanno cominciato a chiacchierare, mi hanno chiesto se parlavo tedesco (io parlavo bene tedesco), mi hanno chiesto se parlavo l’italiano. E io “non parlo niente, parlo francese, io”. Così stavo ad ascoltare per bene quello che dicevano, e ho capito che mi volevano spedire in Germania.

E a questo momento è comparsa tutta una organizzazione: ho cominciato a vedere della gente che veniva a trovarmi, a visitarmi, da mezzogiorno al “tocco”, che mi portavano delle sigarette, e tutta una cosa che ha cominciato a mettersi in movimento...

Tutto questo guidato da Alamiro, il fornaio. Hanno organizzato tutto questo, col Cocci, con Cafiero (che vendeva il parmigiano) e poi due donne che io, per loro, ho avuto gran rispetto, due donne del casino di Arezzo. Queste due donne sono venute e piano piano mi hanno portato pezzi di vestiti, da vestirmi per bene in borghese».

Probabilmente, quelle che Pierre scambiò “due donne del casino” dovevano essere Nadia e Darinka, le due ragazze profughe slave che si distinsero in molte rischiose azioni per conto del CLN, compreso il trasporto delle armi al gruppo di partigiani del Tenente Donnini nascosti a Palazzo Albergotti nei giorni della liberazione del capoluogo.

Il “fornaio” era invece Alamiro Brachetti che, fin dall’inizio, ospitò nel proprio forno di via Aurelio Saffi, nel cuore del centro storico, riunioni clandestine del nascente movimento, che vi creò un vero e proprio deposito di armi e che fu in prima fila nella opposizione al fascismo di Salò e agli occupanti tedeschi; fino al dicembre 1943, quando cominciarono i bombardamenti Alleati sulla città e dovette sfollare a Monterchi.

«Dopo è di nuovo Pierre che racconta hanno proibito le visite, perché mi avevano messo in isolamento. Al principio avevo una sentinella italiana, ma dopo le sentinelle italiane sono sparite, dopo la cosa di Badoglio, l’otto settembre...

Avevo cominciato a capire che mi volevano far scappare perché veniva un uomo che parlava con un giovanotto accanto a me. Così facendo mi dava tutte le spiegazioni per farmi fuggire. Insomma mi hanno fatto uscire da questo ospedale e mi hanno portato nella zona di Bagnoro e Santa Firmina e poi a Battifolle».

Come scrisse Antonio Curina in “Fuochi sui monti dell’Appennino Toscano”, dopo l’8 settembre il Comitato Provinciale di Concentrazione Antifascista, come ancora si chiamava il movimento, «si preoccupò soprattutto di organizzare clandestinamente l'assistenza ai prigionieri alleati e slavi evasi dai campi di concentramento di Laterina e dei Renicci. Essi vennero accolti e sistemati presso fattorie, e specialmente nelle famiglie di contadini».

A Laterina, dall’11-12 settembre, il destino campo venne preso nelle mani dei tedeschi: da allora si chiamò “Campo prigionieri di guerra Dulag 132” ed il comando venne assunto dal Oberst Friedrich Linhart, del 4. Panzer Grenenadier.

Intanto Pierre venne trasferito dall’organizzazione clandestina nella zona di Battifolle dove incontrò altri evasi da Laterina che, al momento, non erano intenzionati a tornare a combattere i tedeschi, ma preferivano attendere gli eventi e l’avanzata alleata; intanto stavano nascosti, per evitare il rischio di essere ripresi ed inviati in Germania.

Di recente Ruggero Basagni, che era di Viciomaggio e che fu direttore didattico e vicesindaco di Civitella nel dopoguerra, ha ricordato la sua frequentazione con Pierre e con gli altri evasi.

Basagni era allora un ragazzo di 15-16 anni e ricorda che gli evasi stavano nascosti nel bosco di Gaenne.

«Mi ricordo che andai a trovarli lassù a Gaenne, in queste capanne provvisorie. Piero ci stette da ottobre a dicembre.

A Viciomaggio c’erano i tedeschi e noi ragazzi ci si giocava a pallone.

Che ci fossero questi soldati francesi, belgi e sudafricani, gli abitanti del paese lo sapevano tutti, ma nessuno diceva niente, anzi li aiutavano. Con generi alimentari, vestiti. Tutto il paese li “copriva”: Alberto, quello che conoscevo meglio, la sera andava da un barbiere, andava in casa, cenava, parlavano… e dopo tornava nel bosco.

Di giorno stavano nascosti, la sera, invece, andavano a cena nelle case dei contadini. Piero arrivava, conosceva tutti, e una sera qua, una sera là, andavano a mangiare dalle famiglie contadine».

Non che tutto filasse liscio a Battifolle e a Viciomaggio: la memoria locale dice che un gruppo degli irrequieti sudafricani si macchiò di qualche sgarro nei confronti della popolazione del luogo e parla di una diffusa insofferenza che sarebbe potuta sfociare in qualche incidente che poteva compromettere la delicata situazione.

C’è da pensare che sia stato per questo che, verso la fine di ottobre, come scrive Curina, 21 di loro vennero trasferiti da Aldo Donnini, attraverso un percorso accidentato, fino a Vallucciole.

Fra gli abitanti di Battifolle e Viciomaggio che li avevano assistiti Curina cita Alfredo Vestri di Policiano (fucilato nel luglio 1944 dai tedeschi a Castiglion Fibocchi, dove il suo corpo venne ritrovato casualmente il 13 dicembre) la famiglia Boschi, quella dell'impresario edile Matteini e di Donato Rossi a S. Giuliano.

Dopo il dissolvimento della “Formazione Vallucciole”, una “banda” di sudafricani ricomparve in primavera nella parte di territorio in riva destra dell'Arno, fra Ponticino, Figline Valdarno e la cresta del Pratomagno, nell’area dove operava la “XXIV brigata bande esterne Arezzo”, a fianco della formazione di Berto Goffredo, Bob, che era in rivale competizione con l’VIII Banda autonoma di Raul, che ne disapprovava la condotta. Una vicenda, quella di Bob e dei Sudafricani, poco nota e quasi assente dalla memorialistica della resistenza in Pratomagno.

«A Viciomaggio – prosegue Basagni – nessuno denunciava: c’erano anche dei fascisti, non di quelli cattivi, e insomma facevano finta di niente e questa gente la sera circolava tranquillamente… Perfino il Migliorini, che era stato fascista (era stato podestà fascista), a un certo punto (magari aveva capito che il vento cambiava) dava la roba da portare ai prigionieri.

Addirittura i tedeschi avevano fatto uno spaccio, una specie di bar, e una volta ci si portò Piero a bere. E lui si mise a parlare in francese con un maresciallo tedesco, uno che giocava al calcio con noi. Si picchiava eh… anche loro picchiavano forte. E dopo questo diceva “Ma come parlava bene il francese…” E ci credo! Per forza, era francese!

No, ma noi eravamo ragazzi, non ci si rendeva conto… ci si comportava così… senza pensarci, senza renderci conto del pericolo che si correva.

Poi per Natale tutti andarono a mangiare da qualcuno: Piero andò a Mugliano, a casa dello “Stoppa”, Francesco Frosini, che aveva una famiglia numerosa, quattro o cinque figlioli. Ci andò a mangiare per Natale e poi rimase lì».

Tutto questo avveniva sebbene i tedeschi offrissero ricche ricompense per chi avesse denunciato gli ex prigionieri.

Tutte cose che trovano conferma nel racconto di Pierre Dotremont:

«L’assistenza esterna è venuta, perché io sono stato aiutato: posso dire che almeno 16 famiglie si sono preoccupate di me, al Battifolle...

Francesco Frosini, di Mugliano, mi ha tenuto a casa sua, una casa piccinina, lui aveva sei o sette figlioli, abitava a 1500 metri dal comando tedesco che stava alla villa dell’Albergotti...».

A tanti anni di distanza Basagni rammenta alcune delle famiglie che ospitarono gli evasi: «Gli Ignesti, di Battifolle, i Santinoni a Mugliano, i Caggesi, il Frosini, ma bisognerebbe dire tutti a Mugliano, alla Salciaia, a Battifolle». Tutti a rischio della propria incolumità e di quella delle proprie famiglie.

Infine, come mi ha scritto sua figlia Martine, Pierre «partì da solo, a piedi verso il sud dell'Italia per raggiungere una divisione blindata canadese il 9 luglio 1944. Venne trasferito in Inghilterra, a Londra, e fu congedato all'inizio del 1945».

Nel dopoguerra Pierre tornò ogni anno ad Arezzo, in visita a quelli che lo avevano aiutato perché si sentiva «un po’ toscano ed aretino» e considerava fratelli quelli che lo avevano protetto.

Ma non capì, nel profondo, il senso di libertà di quelle persone che, mettendo a repentaglio la propria vita, avevano assicurato la sua libertà accogliendolo nella sua fuga dalla prigionia.

A me, alla fine, disse: «E tante volte ho detto, anche a Alamiro, “ma ditemi un po’: ma perché m’avete aiutato? Della politica non ne fate... c’è due ragioni possibili: o siete coglioni o siete troppo buoni”».

 

Precisazione:

Nella puntata n. 3, sempre parlando di Pierre Dotremont, avevo scritto di Michael de Lisle, l’interprete sudafricano, definendolo “di colore”. Come mi fa notare Janet Kinrade Dethick, amica e storica inglese che da anni si sta occupando dei prigionieri di guerra alleati, de Lisle era tutt’altro che nero «perché il suo numero di matricola - 108279 - non è preceduto da una N (per i neri) o da una C (per i coloured - di razza mista.)».

Si tratta dunque di un mio errore, del quale mi scuso, ed aveva ragione Pierre ad affermare che nel periodo nel quale lui fu a Laterina «mai, mai, mai abbiamo visto nel campo un nero».

 

 

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