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POWs and “escaped” (4' puntata)

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POWs and “escaped” (4' puntata)

Vita nel campo di Laterina PG82

 

A vederne un certo numero, i campi di prigionia si somigliano tutti: cha siano italiani per i prigionieri alleati o inglesi, statunitensi, neozelandesi o sudafricani per i prigionieri italiani e tedeschi. Rappresentano il massimo dell’intelligenza urbanistica di guerra delle gerarchie militari.

Un’area pianeggiante, un reticolo (singolo o doppio) di filo spinato, altane di sorveglianza agli angoli, sentinelle armate. Poi una distesa (secondo i casi) di tende, baracche in legno o in muratura, a volte un locale che funzionava da chiesa, uno da infermeria, aree destinate allo sport, in alcuni casi al teatro. Più o meno, visto uno, visti tutti.

La differenza stava nelle condizioni dei prigionieri all’interno dei campi, sotto il profilo igienico, sanitario, alimentare, disciplinare.

Per quanto ci riguarda ci occupiamo dei prigionieri alleati nel campo PG 82 di Laterina, prima della capitolazione e dell’armistizio (gestione italiana) e dopo l’11-12 settembre 1943 (gestione tedesca).

La fase di gestione Alleata del campo (ossia quella della reclusione dei tedeschi e dei fascisti) e quella dei repubblichini in attesa di accertamento nelle fasi successive non è oggetto di questa specifica ricerca.

Nel giugno 1998 ho conosciuto Pierre Dotremont, ex Caporale dell’Esercito Francese che era stato dichiarato disperso nei combattimenti del 18 e 19 gennaio 1943 alla frontiera libica.

Pierre, per la verità, combatteva nella Legione straniera e dunque nelle formazioni gaulliste di “Francia libera”, mentre dall’altra parte, con i tedeschi e gli italiani, c’erano i raparti francesi del governo collaborazionista di Vichy. Il caporale Dotremont era stato preso prigioniero, come migliaia d’altri combattenti francesi, del Commonwealth britannico e degli Usa.

Pierre era nato il 4 ottobre 1919 a Bilsen in Belgio, nel Limbourg (territorio fiammingo) e a 18 anni, nel 1937, si era arruolato nella legione straniera e aveva partecipato alle campagne d’Algeria, Marocco e Tunisia.

Nel suo racconto mi spiegò che, inizialmente, i prigionieri come lui erano stati portati a Capua (campo PG 66 di Capua in provincia di Caserta, istituito nell’aprile 1941), dice lui “vicino al Vesuvio”, quindi nei pressi di Bari (PG 75 di Torre Tresca, istituito nel 1941) e, man mano che gli americani, sbarcati in Sicilia avanzavano, venivano spostati più a nord: in un primo momento, a Pissignano una frazione di Campello sul Clitunno, nel campo per prigionieri di guerra contrassegnato come PG 77, dove nel marzo 1943 vennero reclusi 1.372 prigionieri di guerra: 6 inglesi, 22 sudafricani bianchi e 1.344 degaullisti bianchi (termine col quale i fascisti indicavano i militari di “Francia libera”).

Infine il trasferimento al campo di Laterina, contrassegnato come PG 82 dove, secondo la versione di Pierre, c’erano in quel momento circa 4.000 prigionieri, tutti sotto il comando italiano.

Come vedremo in seguito, la sua descrizione del campo di Laterina, con poche varianti, sarà ripetuta da molti altri.

Nell’estate del 1942 il campo, allestito in una vecchia vigna dismessa della quale restava qua e là qualche pianta di vite col relativo paletto, comprendeva, scrive Sandro Bassetti nella biografia del generale repubblichino, poi frate in odore di beatificazione, Gianfranco Chiti, «solo un edificio in muratura, la cucina. In un lato sono alzate numerose tende da campo, in ognuna delle quali alloggiano diciotto prigionieri. Nell’autunno del 1942 inizia la costruzione delle baracche in muratura per i prigionieri, che sono impiegati nei lavori di costruzione. Sono costruite dodici baracche ciascuna delle quali può ospitare 250 prigionieri. Nella dodicesima baracca c’è il magazzino e la sala per il barbiere. Una costruzione serve all’alloggio degli ufficiali».

Nelle baracche «mancano l’acqua, l’energia elettrica, il riscaldamento e le tubature fognarie. Per lo scarico dei liquami una squadra di prigionieri è addetta allo scavo di latrine all’aperto lunghe circa dieci metri per un metro di larghezza e un metro e mezzo di profondità. La presenza costante nel campo di una media di 2.500-3.000 prigionieri, la scarsa igiene, la sottoalimentazione, provocano nei prigionieri malattie debilitanti: dissenteria e tifo».

All’interno del campo, fra i prigionieri, comandava un graduato, di qualunque nazionalità fosse, designato al ruolo di “leader”: come già sappiamo, a Laterina questo compito fu svolto dal sergente maggiore sudafricano Buller Redvers Cockcroft, detto “Snakebite” le cui disposizioni avevano il valore di ordini sotto il profilo militare. Anche gli ufficiali presenti erano chiamati a collaborare, perché si trattava di organizzare l’intera “popolazione dei prigionieri”, ma solo lui era chiamato a rispondere agli ufficiali superiori italiani ed era responsabile di ciò che giornalmente poteva avvenire nel campo.

«Gli ufficiali italiani – racconta Dotremont – non entravano quasi mai nel campo. Venivano una o due volte, ma per le cose normali...

Ma gli ufficiali italiani in realtà, non comandavano niente, perché c’erano cinque o sei ufficiali tedeschi e con questi non c’era da discutere. Loro erano “gente speciale” (nel senso cattivo).

A Laterina l’ufficiale italiano che comandava non l’abbiamo quasi mai visto, però doveva essere un uomo buono... ricordo che quando è venuta la stagione delle pesche ha fatto dare una pesca a ogni prigioniero! Non è niente una pesca... è molto!».

Per la verità, ma di questo Pierre non era a conoscenza, quell’uomo “buono” era il colonnello Teodorico Citerni, che comandò il PG 82 dall’agosto 1942 al settembre 1943.

Originario di Scarlino (Grosseto) a 36 anni era capitano dei Carabinieri addetto al comando della 46° Divisione del Regio esercito nella disfatta di Caporetto ed in questa veste fu uno dei 1.012 testimoni della “Commissione d’inchiesta Caporetto” nel corso della quale venne ascoltato il 24 maggio 1918. Nel primo dopoguerra venne trasferito a Napoli, da dove venne poi destinato a Bologna, col grado di Maggiore, nel febbraio 1922.

Nel 1936, fu protagonista nella campagna d’Etiopia, dove prese parte alla costituzione e al comando delle “Bande Autocarrate dei Reali Carabinieri” nella guerra coloniale, compito che gli fece meritare una medaglia d'argento al valor militare. Parte delle sue “gesta” sono raccontate in Gastone Breccia, “Nei secoli fedele”, che cita anche dispacci riservati sulla inaffidabilità delle bande locali aggregate ai reparti dei Carabinieri.

Promosso Colonnello, come scrive Flavio Agresti in "Cari socci: aneddoti e personaggi del Novecento scarlinese”, Citerni mantenne una incrollabile fede monarchica e non condivise mai la dittatura fascista.

Forse per questo, a 61 anni, venne relegato al ruolo di comandante di un campo di prigionia come quello di Laterina. Un compito che, tuttavia, gli costò caro sotto il profilo della propria onorabilità militare perché, su richiesta del governo britannico, venne indagato e processato nel dopoguerra, il 13 agosto 1946, dalla War Crimes Commission delle Nazioni Unite, per crimine di guerra, «nel senso che a Laterina, Italia, in date tra agosto 1942 e settembre del 1943, in violazione delle leggi e delle usanze di guerra, è stato interessato nel maltrattamento del Signalman n. 5110163 J. Harlow, Royal Signals, e gli altri prigionieri di guerra».

Citerni venne condannato alla pena, per quanto simbolica, di un giorno di carcere promulgata il 20 agosto 1946. Allo stesso modo vennero indagati per tortura, su richiesta inglese e belga, i suoi collaboratori, il Tenente Colonnello Pio Pedini, Ufficiale amministratore e il Capitano Gino Perodi, ufficiale della sorveglianza del Campo PG 82.

«Nel campo prosegue il racconto di Pierre, riferito al suo tempo trascorso a Laterina le giornate erano lunghe.

Tutti i giorni, in ogni campo di prigionieri che esista al mondo, si contano i prigionieri, si fa la conta. Allora: poiché il nostro compito era di disturbare sempre, disturbavamo anche questo. Se eravamo in una fila di otto e loro cominciavano a contare: uno, due, tre... noi cambiavamo posto. Facevi un passo indietro... alé.

Capitava sempre che ne mancavano cinque o sei, perché scappavano sempre i prigionieri... Tutti i giorni mancavano i prigionieri a Laterina... e non hanno mai capito il perché, come facevano...».

Per spiegarlo Pierre fece un abbozzo di disegno del campo in un pezzo di carta e si mise a spiegare.

«Il campo di Laterina era stato fatto per l’Esercito italiano. Vuol dire che qui, al fondo del campo, c’erano i gabinetti e c’era questo pozzo nero, di cemento, chiuso sopra, per bene.

Ma dopo sono arrivati quattromila prigionieri e queste quattro o cinque buche non bastavano più. Dunque hanno aperto tutto il fondo del campo e lì c’erano ottanta buche. Così hanno aperto il muro che prima rappresentava la fine dei gabinetti degli ufficiali.

Al principio, quando c’erano solo i militari, per portare via la “merce” che stava nel pozzo nero avevano messo sopra una griglia di cemento. Si apriva e portavano via la robaccia con la pompa. Ma dopo con tutti questi prigionieri, hanno messo un tubo in leggera pendenza e quando la “merce” arrivava al livello, questa merda andava via pian piano.

Quando gli spagnoli se ne sono accorti, hanno detto: “basta alzare la griglia, e scivolare dentro”. Dapprima hanno fatto una prova con una scatola, un po’ di grasso, un fiammifero bruciava come una candela per vedere se dentro ci stava l’aria o l’anidride carbonica. Quando hanno visto che la luce non si spegneva, hanno provato.

Due o tre alzavano il coperchio e chi voleva scappare si accordava con gli spagnoli, entrava lì dentro, pian piano andava fino al tubo e, come se fosse a una festa si metteva i vestiti legati in testa e, scivolando pian piano arrivava all’Arno. Tutti i giorni mancavano i prigionieri».

In realtà il tubo non sbucava nell’Arno (che è distante quasi duecento metri), ma nel torrente Bregna, che scorre proprio sul confine del campo. L’aspirante fuggitivo risaliva un po’ la corrente per trovare acqua pulita, si lavava e dopo aver guadato il torrente si rivestiva per poi sgattaiolare su per la scarpata fino alla via di Santa Maria in Valle.

«Tutti, nel campo parlavano dell’Indicatore: che una volta fuori bisognava raggiungere Indicatore; quando uno parlava di fuggire sapeva che doveva andare verso ovest e cercare Indicatore perché da lì si poteva prendere un treno».

Pierre mi raccontò della vita nel campo: «In ogni baracca del campo eravamo 270. Trenta letti.... insomma... cose di legno: tre di sotto, tre nel mezzo e tre di sopra. Trenta letti a castello per nove (tre posti ogni piano) per un totale di 270 prigionieri per ogni baracca.

In cucina c’erano queste marmitte, perché era un mangiare un po’ speciale: non delle bietole, ma una verdura che si assomiglia, come si chiama... come foglie di bietole, ma più grosse... di queste ce ne avanzavano in cucina... Facevano la minestra con queste e in ogni marmitta, per 200 prigionieri, ci mettevano un litro d’olio. Di questa ce ne davano un ramaiolo a mezzogiorno, un ramaiolo la sera...

La mattina un ramaiolo più piccolo di caffé... insomma, di caffé... colore del caffé, perché il caffé non c’era nemmeno per gli italiani. Orzo, castagne, non so cosa era. Il giovedì 40 grammi di formaggio e la domenica 40 grammi di “ciccia” e del pane... davano panini e un panino fa un etto, ma noi si aveva diritto a 80 grammi di pane e allora davano 4 panini per cinque prigionieri. E lì, nel campo, sono cominciate le discussioni. Alcuni, perfino, si picchiavano... Eravamo obbligati, sempre, cinque ad essere insieme, sempre gli stessi uomini. Qualcuno aveva trovato il trucco; dice: va bene, tutti giorni si prende un panino per uno e uno rimane senza, a turno. Dopo, diceva, uno li prende tutti quattro, sempre a turno, e gli altri stanno senza, nel giro di quattro giorni. Così, almeno, un mangiava abbastanza pane per un giorno.

Poi abbiamo cominciato a ricevere i pacchi della Croce Rossa... quando la ferrovia andava bene e i treni non erano stati colpiti dai nostri... e allora, tutta la notte... nel campo c’era il mercato.

Le scatolette erano bucate, per impedire di fare la riserva per fuggire... Le bucavano le sentinelle, ma con una tale velocità che qualcuna rimaneva intatta.

Queste scatole non bucate, al cambio, costavano molto più delle scatole bucate.

Abbiamo cominciato ad avere confidenza con le sentinelle italiane... Nelle scatolette della Croce Rossa c’era cacao (cioccolato) e aveva un gran valore; loro ricercavano lo zucchero, la cioccolata, il burro... mentre i prigionieri cercavano soldi, perché tutti i prigionieri volevano scappare, e allora avevano bisogno di soldi.

A Laterina si stava abbastanza bene, per come si può star bene in un campo di concentramento...».

«Ai quattro angoli del campo c’erano i mirador, insomma le sentinelle armate nelle altane e due righe di filo spinato alto circa tre metri, ben distanti una dall’altra, tanto è vero che spesso i tedeschi giravano attorno coi i cani, tra una linea e l’altra... e questo a noi faceva ridere... Si diceva “ma questi sono lì per noi, o sono lì per gli italiani...”, perché non andavano mica tanto daccordo eh...

Nel campo non si faceva niente: al di là del mercato e di chiacchierare... Circolavano parole nel campo... si chiamava il buttillon. Il buttillon è il piatto dell’esercito, dove si mangia tutto, così non c’è bisogno di pulire.

E il buttillon del campo di prigionieri era il contatto con una sentinella: dopo aver scambiato delle scatolette con delle sigarette, dice: “come vanno le cose”; e l’altro “eh non c’è male... gli americani fanno questo...” quasi niente. Questo, ammettiamo, era la mattina. E dopo cominciava il telefono arabo, come si dice. Alla sera, la piccola cosa che si diceva la mattina, diventava “Tu non lo sai, l’esercito americano è a venti chilometri da qua...”.

Qui c’è una baracca grande [Indica ancora sul suo disegno] dove c’è un medico o due, un prete cattolico, uno protestante e uno ebreo. Ed erano ufficiali. Dopo c’è l’infermeria e lì tutte le baracche dove tutti i giorni un italiano entrava nel campo e parlava con il capo che comandava e diceva: ”Va bene, fatene venire trenta”. E allora trenta andavano là, perché tutti i giorni c’era l’interrogatorio. Volevano sapere dove eravamo stati fatti prigionieri, con quale esercito... Perché nessuno sa niente eh... Nel campo tutti hanno perso il cervello eh... Tutti dicevano il proprio nome e numero di matricola... perché le disposizioni erano che non si poteva dire niente.

Nel campo di Laterina più della metà facevano parte dell’esercito francese, o meglio della Legione Straniera. Non c’era, fra i francesi, un solo militare dell’esercito francese normale. Tutti eravamo della Legione Straniera. Poi c’erano molti australiani, un pochi della Nuova Zelanda, ma tutti sotto l’esercito inglese, canadesi molti, inglesi e sud africani, ma solo bianchi: forse nell’esercito ci doveva già essere l’apartheid; e poi indiani, non proprio bianchi, però mai, mai, mai abbiamo visto nel campo un nero».

Pierre, forse, aveva dimenticato l’interprete Michael De Lisle.

Poi Pierre evase, ma con qualche conseguenza. E questo sarà un prossimo racconto.

Qui, nel sito museale della Provincia di Arezzo che ho personalmente ideato e curato fra il 2000 e il 31 agosto 2008, si può vedere una sequenza di pochi secondi di un filmato, acquisito dalla provincia di Arezzo nel 1987, realizzato dall’Army Film and Photographic Unit britannica, nel quale si intravvede l’area del campo PG82 di Laterina http://www.memoria.provincia.arezzo.it/filmati/filmato_VIII.asp?film=21

 

 

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