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POWs and “escaped” (3' puntata)

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POWs and “escaped” (3' puntata)

Chi erano i prigionieri del campo PG 82 di Laterina

 

Il Campo di Laterina venne tenuto, fino all’8 settembre 1943, dal Ministero della Guerra italiano, affidato al comando del colonnello Teodorico Citerni che disponeva di 800 militari italiani per il servizio di sorveglianza dei prigionieri.

Non si deve però pensare che gli “ospiti” del campo di Laterina fossero semplicemente dei militari degli eserciti alleati catturati “alla spicciolata”, o lì trasferiti e reclusi nel recinto di filo spinato. I prigionieri giungevano in contingenti di centinaia e centinaia, per lo più in carri bestiame, in ragione dell’esito della guerra nei singoli scacchieri.

Da una ricerca pubblicata dal sito campifascisti.it, che costituisce un “Centro di documentazione on line sull'internamento e la prigionia”, si rileva che fra il settembre 1942 e il marzo ’43, nel campo di Laterina, inizialmente concepito come un attendamento per sottufficiali e truppa con una capacità 6.000 posti, erano reclusi dal minimo di 2.375 prigionieri iniziali alla punta massima di 2.771 del novembre 1942, ma mai al di sotto del dato minimo.

All’inizio vennero registrati 124 sottufficiali inglesi e 1.252 soldati di truppa, 10 soldati australiani, 1 ufficiale superiore sudafricano con 76 dei suoi sottufficiali e 895 soldati, 3 sottufficiali neozelandesi con 15 soldati.

I dati erano in continuo mutamento in relazione ai trasferimenti nei campi tedeschi e all’esito della guerra nel nord Africa dato che i prigionieri erano in prevalenza militari che avevano combattuto nella Campagna d’Africa ed erano stati catturati a migliaia dai tedeschi dell'Afrikakorps che il 24 gennaio dispersero nel deserto la divisione corazzata britannica e il 27 attaccarono la divisione indiana che perse 4.000 soldati. Nell’area di Derna, per esempio, i britannici persero in pochi giorni 377 mezzi corazzati e 3.300 prigionieri.

Sono impressionanti le fotografie delle migliaia di prigionieri (per la verità dell’una e dell’altra parte) che sfilano inermi nel deserto alla mercé del rispettivo nemico.

I tedeschi consegnavano i propri prigionieri alle autorità militari italiane che provvedevano al loro trasferimento in Italia, per l’appunto nei campi per prigionieri di guerra, da sud via via sempre più a nord e da cui, prima o poi, avrebbero proseguito per la Germania.

Successivamente un’altra quota consistente di prigionieri giunse invece dal fronte italiano, per esempio dai feroci scontri dello sbarco di Anzio e Nettuno, nel corso del quale interi reparti Alleati vennero decimati o fatti prigionieri, come apparirà nei racconti seguenti, e smistati verso i vari campi di prigionia.

Nel campo di Laterina, i prigionieri manifestavano una certa divisione per nazionalità: ciascun gruppo faceva un po’ vita a sé, si fidava poco degli altri e, nelle memorie dei singoli, si leggono talvolta, frasi sprezzanti degli americani nei confronti degli inglesi ed anche degli appartenenti ad altre nazionalità. Diversamente, fra i “francesi” prevaleva un certo spirito di corpo (la Legione straniera) al di là del fatto di avere provenienza spagnola, belga, italiana o francese mascherata (i francesi si dicevano belgi e gli italiani si facevano passare per spagnoli).

Qualche contrasto sembrava serpeggiare anche fra i prigionieri britannici e quelli dei “dominions”, appartenenti ai reparti del Commonwealth.

Il pomo del dissidio era rappresentato, secondo alcuni, dall’ingiusta distinzione tra prigionieri di guerra inglesi e quelli sudafricani. A differenza di questi, i primi ricevevano i pacchi della Croce Rossa con razioni di cibo, sigarette, ecc. Qualcuno faceva notare che i sudafricani (a Laterina erano per lo più bianchi) andavano bene quando si trattava di combattere e si poteva fraternizzare, mentre ora che si trattava di spartire il cibo venivano emarginati, “seduti nel sedile posteriore”.

Altri vedevano il pomo della discordia nella percezione di differenze nel trattamento fra ufficiali e soldati.

Altri ancora non vedevano alcuna animosità tra i diversi prigionieri di guerra e affermavano che i riferimenti agli eventi che avevano avuto luogo durante i combattimenti di Tobruk venivano sempre fatti per scherzo, e in linea di massima non c'erano animosità.

Karen Horn, della Stellenbosch University, nella sua Tesi di Dottorato in Filosofia della Storia “Prigionieri di guerra sudafricani”, pubblicata nel 2012, spiega: «Nel mese di ottobre 1942, il Campo 82 aveva due ufficiali britannici e due agenti sudafricani; 135 sottufficiali britannici e 94 Sottufficiali del Sud Africa. I prigionieri di guerra di truppa britannici erano 1.283 e 1.084 i Sud Africani. (Relazione n.1. Sul campo per prigionieri di guerra britannici in mani italiane PG 82, 8 Ottobre 1942).

Nel febbraio 1943 il campo aveva ancora due britannici e due agenti sudafricani, 139 sottufficiali britannici e 101 sottufficiali sudafricani, così come 1.368 di truppa britannici e 840 di truppa sudafricani» (Rapporto n ° 3 sul campo di prigionieri di guerra PG 82 all'ospedale di Arezzo, 25 febbraio 1943).

Secondo un rapporto dell'Ispettorato, del febbraio 1943, tutti gli ufficiali prigionieri ricevevano lo stesso cibo degli ufficiali italiani del campo, ma per “arricchire” la loro porzione dovevano aggiungere una somma in denaro.

Michael De Lisle, un prigioniero sudafricano di colore che parlava un fluente italiano e che a Laterina svolse il ruolo di interprete, racconta che «il ruolo del leader del campo fu fondamentale per mantenere il morale alto e l'armonia tra gli uomini di diverse nazionalità».

A Laterina il leader fu a lungo il Sergente Maggiore Buller Redvers Cockcroft, del 2nd Transvaal scozzese, (South African Military Forces) noto anche come “Snakebite (Morso di serpente) Cockcroft”, un soprannome che gli era stato affibbiato per la sua abitudine di impartire gli ordini con un cenno del capo e di dispensare rimproveri velenosi.

Catturato a Tobruk, “Snakebite” viene citato nei racconti e nelle memorie di molti prigionieri di guerra che passarono dal Campo 82 di Laterina e appare per lo più stimato per la sua super efficienza.

Secondo De Lisle, fu «la “dura disciplina” imposta da Cockcroft a far sì che 46 diverse nazionalità potessero benevolmente convivere». De Lisle non nega che, nel suo ruolo di interprete tra Cockcroft e il comandante del campo colonnello Citerni, si trovò spesso in difficoltà a causa dell’irascibilità del suo capo, in modo particolare quando pretendeva che tutto quello che diceva venisse tradotto alla lettera, anche quando diceva all’ufficiale italiano che era “un maledetto bastardo”».

Cockcroft non tollerava nemmeno la minima opposizione da parte dei prigionieri di guerra, e in un'occasione in cui i POWs australiani provarono a sostituirlo nel ruolo di leader, salì sopra un tavolo e accettò la sfida esclamando: «Se qualcuno di voi maledetti australiani pensa di poter fare il lavoro meglio di me, si alzi e venga qui davanti, e vedremo se gli uomini pensano che siete soldati o marmaglia».

Attraverso la Croce Rossa, che pubblicava anche un giornale, “The Prisoner of War”, destinato a loro, i prigionieri potevano inviare e ricevere corrispondenza ed i tanto agognati “pacchi” contenenti generi alimentari in grado di mitigare la fame nella quale gran parte di loro versava a causa della pessima alimentazione alla quale erano costretti.

In queste pagine figurano alcuni prigionieri passati per il campo di Laterina con la segnalazione, quando è stato possibile, della loro nazionalità e del reparto di appartenenza. Naturalmente sono solo una scheggia della sterminata umanità che sfilò attraverso il cancello del campo di Laterina e vuole essere soltanto indicativa della dimensione planetaria della guerra che si stava combattendo e delle sue dirette conseguenze sugli uomini che vi erano coinvolti, spesso partiti da migliaia e migliaia di chilometri di distanza per combattere il nazi-fascismo e che venivano a trovarsi increduli e delusi nella condizione di prigionieri di guerra. Proprio quello che era avvenuto ai catturati del Nord Africa uno dei quali raccontò: «quando sono andato nell’esercito sapevo che potevo perdere un braccio o le gambe, avrei potuto perdere la vista o potevo perdere la vita, ma mai di diventare prigioniero di guerra. Avevamo combattuto in difficoltà a Gazala per consentire alla retroguardia di rientrare, non abbiamo nemmeno capito che eravamo a Tobruk ... e la mattina dopo è arrivato l’ordine di distruggere i cannoni, distruggere i veicoli: Tobruk è caduta, e siamo diventati prigionieri di guerra».

E allora il desiderio principale era di non sottostare alla prigionia e fare di tutto per uscire dal recinto di filo spinato e sfidare la sorte in un paese che non conoscevano.

 

 

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