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POWs and “escaped” (2' puntata)

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POWs and “escaped” (2' puntata)

2. Celle, isole e filo spinato

 

Cosa non è stato il fascismo! Ricordiamolo ogni tanto a quelli che si sono autoassolti in nome di non si sa bene quale patriottismo e a quelli che a più di settant’anni di distanza continuano a guardare a quel regime con una immeritata benevolenza.

Già nel 1942 l’Italia (ed anche la provincia di Arezzo) era punteggiata di località destinate a qualche forma di prigionia per i “nemici”: interni ed esterni.

A parte le sezioni “politici” delle carceri, c’erano le isole e le altre località dove gli oppositori, in base alle “leggi fascistissime” del 1926, erano mandati al confino e quelle per il loro domicilio coatto.

Per i “nemici esterni” c’erano invece i campi di prigionia dei quali qui parliamo riferendoci il più possibile al territorio della provincia aretina.

Il PG 82 di Laterina per i prigionieri di guerra, che aveva alla proprie dipendenze anche una quindicina di “distaccamenti di lavoro” in altre località della provincia e di quelle limitrofe. Distaccamenti erano certamente a Borgo San Lorenzo, Bucine, Campi Bisenzio, Castelfiorentino, Capannori, Gambassi Terme, Livorno, Marliano, Mercatale, Monte San Savino, Pontassieve, Rufina, Siena, Taverne d’Arbia e Vaglia. In questi “distaccamenti” i prigionieri di guerra (anche in forma volontaria) venivano messi a disposizione di enti, società e aziende, anche private, ed impiegati in lavori edili ed in agricoltura.

Il PG 97 di Renicci d’Anghiari, per “internati civili” sloveni: internati perché la Slovenia era territorio d’occupazione italiano, ma la realtà è che si trattava di civili rastrellati e deportati da Lubiana, cinta con 41 chilometri di filo spinato, in vari campi in Italia. Dopo la caduta del fascismo, a Renicci furono trasferiti, dalle isole confinarie, gli anarchici che il governo Badoglio aveva promesso di restituire, come tutti i confinati, alla libertà, ma che tardava a farlo.

Il PG 38, Villa Ascensione di Poppi, dove erano concentrati ufficiali prigionieri di guerra (americani, australiani, canadesi, indiani, inglesi, inglesi dei domini, neozelandesi, sudafricani).

Il campo di concentramento di Villa Oliveto (Civitella in Val di Chiana), che non ha numerazione, dove inizialmente vennero trattenuti ebrei tedeschi, sudditi francesi, inglesi e polacchi e successivamente diventò campo di smistamento di gruppi familiari ebrei di nazionalità inglese provenienti dalla Libia. Dal giugno del 1942 gli internati isolati vennero trasferiti altrove e rimasero a Villa Oliveto solo i gruppi familiari libici. Il 5 febbraio 1944 tutti gli ebrei presenti furono prelevati dai tedeschi e trasferiti prima nel carcere di Firenze, quindi a Fossoli e infine a Bergen-Belsen, (il campo dove il 5 febbraio era morta Anna Frank) dove rimasero 4 mesi prima di essere liberati dall’esercito britannico.

Per sgombrare il terreno da equivoci, bisogna die che i campi italiani (quelli “aretini” per quanto ci riguarda) non avevano niente di simile a quelli che abbiamo conosciuto come campi di sterminio tedeschi. Qui i prigionieri venivano tenuti in condizioni che si rifacevano blandamente alla Convenzione di Ginevra: per quanto malnutriti erano tenuti nella più totale inattività e con la prospettiva del loro trasferimento nei campi di lavoro tedeschi.

A Laterina, i prigionieri provenivano tutti dai ranghi militari: nel campo si verificarono molte fughe e tentativi di fuga e per questo i prigionieri venivano chiamati molto di frequente a rispondere ad appelli e perquisizioni delle baracche: un prigioniero (per molto tempo fu un sergente maggiore britannico) fungeva da “referente” per il comandante del campo ed era chiamato a rispondere della disciplina. Anche la pratica dell’appello era complicatissima perché ogni volta si doveva fare la conta di circa 2500 persone che facevano di tutto per ingarbugliare l’operazione, sia come azione di disturbo che come modo per “coprire” gli evasi.

Come leggeremo in alcune memorie che vedremo più avanti, le condizioni igieniche del campo PG 82, allo stesso modo degli altri sparsi nel paese, erano pessime: carenza d’acqua, fame e pidocchi erano i compagni di prigionia dei soldati. L’unico sollievo era dato dall’arrivo dei pacchi della Croce Rossa che scatenavano il mercanteggiamento e lo scambio.

Fors’anche per uscire da quell’apatia, una parte di prigionieri si offrì quando venne posto il tema del trasferimento verso altri campi, come i “distaccamenti di lavoro” di Borgo San Lorenzo e di San Quirico d’Orcia. In quest’ultimo “campo” una quarantina di prigionieri vennero messi a disposizione del Marchese Antonio Origo, che dagli anni Venti aveva acquistato una vasta azienda a nord di Roma, fra Siena e il lago Trasimeno: una cinquantina di fattorie di quaranta ettari ciascuna che circondavano la fattoria centrale dove vivevano i proprietari. Il marchese era sposato con Iris Cutting, la leggendaria scrittrice anglo-americana più nota come Iris Origo che, nel pieno della guerra, accolse, ospitò e protesse una ventina di bambini (e qualche familiare) evacuati da Genova e Torino bombardate. Tutta questa vicenda, compresa la sorte dei quaranta prigionieri di Laterina e la storia della loro fuga verso le linee alleate, è raccontata nel suo “Guerra in Val d’Orcia, Diario 1943-1944”, pubblicato dapprima in Inghilterra (“War in Val d’Orcia”) e poi in più edizioni in Italia.

Dopo l’8 settembre 1943, appreso che l’Italia aveva firmato l’armistizio con gli Alleati, le guardie italiane del campo di Laterina si dileguarono in tutta fretta e i prigionieri abbatterono una parte del recinto e si sparsero affamati nei dintorni. Chi aveva capito che gli avvenimenti avrebbero potuto prendere una brutta piega, si allontanò il più possibile, trovando assistenza, cibo e abiti civili nelle case dei contadini. Alcuni si diressero a sud, incontro all’esercito alleato, che speravano di incontrare quanto prima. Una parte si dette alla macchia senza farsi coinvolgere nella guerra che continuava fra tedeschi e fascisti da una parte, alleati e partigiani dall’altra. Alcuni entrarono in contatto con le formazioni partigiane che operavano nell’area fra il Chianti, il Valdarno e le pendici del Pratomagno. Molti altri, invece, rimasero nei pressi del campo per non perdere, come disse il loro “referente”, la protezione della Croce Rossa e furono facilmente catturati dai tedeschi che sopraggiunsero il 12-13 settembre, presero possesso del campo e li rinchiusero di nuovo.

Ma anche con i tedeschi continuarono nel campo di Laterina la fame e le evasioni. Fallite e riuscite.

La differenza fu nell’asprezza tedesca rispetto alle bonarie guardie italiane, nella durezza del trattamento, nelle punizioni, da scontare in isolamento in un’apposita piccola baracca al centro del campo a razioni ridotte e nel fatto che si infittirono i trasferimenti verso gli Stalag in Germania e negli altri territori del Reich.

Parecchi anni fa, in piena estate, avevo casualmente conosciuto Frank Unwin. Dalla bassa finestra del mio ufficio, che dava sull’angolo di Piazza della Libertà, mi aveva chiesto di indicargli un mezzo pubblico per raggiungere Laterina.

Guardando dentro aveva scorto sulla parete dell’ufficio un ingrandimento della fotografia, che tutti conoscono, che rappresenta un blindato inglese imbandierato per le strade di Arezzo con a bordo partigiani festanti. Un po’ in inglese ed un po’ in uno incerto italiano, cominciò a parlare della guerra e disse di essere stato prigioniero a Laterina, il luogo che voleva andare a rivedere. Per puro atto di cortesia, perché capivo a malapena quello che diceva, lo invitai ad entrare e lui, forse anche per ripararsi dal gran caldo, accettò di buon grado. Quando gli andai incontro mi accorsi che era accompagnato dalla moglie, una donna piccola e minuta che sembrava la sua ombra.

Mi domandò notizie di quella fotografia e gli spiegai brevemente di cosa si trattava: da pochi mesi si era tenuto il convegno internazionale di studi “Seconda guerra mondiale e sterminio di massa. Stragi e rappresaglie nella lotta di Liberazione” e quella foto, che proveniva dall’Imperial War Museum di Londra, faceva parte di una pubblicazione della Provincia.

Forse pensò di avere di fronte un esperto (a quell’epoca non sapevo nemmeno dell’esistenza del Campo PG 82), tant’è che cominciò a raccontare della sua prigionia, di un suo primo e poi di un secondo tentativo di evasione.

Il suo racconto ripercorreva modalità che avevo visto al cinema e sapeva d’incredibile in una misura che valutai eccessiva. Ammetto che non gli credetti.

Terminò il suo racconto e poi mi salutò, lasciandomi un biglietto da visita che lessi quando lui era ormai lontano. C’era scritto “Frank C. Unwin / Console onorario di S,M. Britannica”.

Lo rividi nel 1999 al Convegno di studi promosso dal Comune di Laterina e ascoltai di nuovo il suo racconto, che poi venne pubblicato negli atti del convegno, ma mi mancò il coraggio di farmi riconoscere.

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