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La strage della Fontaccia e la fallimentare «Operation Jump» del Long Range Desert Group nell’aretino

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La strage della Fontaccia e la fallimentare «Operation Jump» del Long Range Desert Group nell’aretino

 

In vista della liberazione di Roma e nella convinzione di una rapida risalita della penisola, gli strateghi militari britannici avevano stabilito di paracadutare, oltre le linee tedesche, commandos di osservatori con l’ordine di studiare il territorio, il dislocamento tedesco, gli obiettivi da colpire con l’aviazione e di riferire ai comandi.

Una di queste azioni era stata progettata a partire dal 22 maggio 1944 ed i reparti che dovevano eseguirle erano stati scelti fra uomini ritenuti esperti e di grandissima professionalità, tutti volontari, che provenivano dal LRDG, l’unità dell’esercito britannico specializzata in ricognizioni a lungo raggio e raccolta di informazioni, che aveva operato fino a poco tempo prima nel deserto africano.



Il Long Range Desert Group disponeva di un quartier generale con compiti logistici e di due squadroni: il primo, lo squadrone «A» venne destinato alla sorveglianza dei movimenti marittimi nazi-fascisti nell’Adriatico settentrionale, specie nella zona istriana, mentre lo squadrone «B» che entrò in azione dopo essere stato inviato ad un mese di addestramento speciale nel Gargano, per abituarsi alle condizioni italiane, prima della propria missione.

Lo squadrone «B» era costituito da quattro pattuglie, la W1 e W2, la M1 e M2, ciascuna formata da un ufficiale (capitano o tenente), un sergente e sei soldati. Tutti erano volontari, ben addestrati, armati ed equipaggiati, con sulle spalle svariati anni di servizio costellati di successi come esploratori e osservatori della disposizione del nemico da dietro le sue linee, nonché come esperti guastatori e franchi tiratori e doveva entrare in azione a partire dall’11 giugno 1944.

Nelle disposizioni era stabilito che ciascun membro della missione avrebbe dovuto presentare un proprio rapporto personale, mentre l’ufficiale avrebbe tenuto anche un diario giornaliero.

La missione affidata agli uomini del LRDG oltre le linee riguardava l’esplorazione e trasmissione di informazioni sulla condizione delle strade, sulla loro capienza e transitabilità e accertare analoghi particolari riguardo ponti e torrenti.

Da un punto di vista di strategia militare, la missione fu un insuccesso quasi totale, per certi versi, disastroso.

Fin dall’inizio la sorte sembrò avversa perché i lanci, previsti per la notte dell’11 giugno, dovettero essere rinviati di ventiquattrore a causa del maltempo, ma la notte dopo, indossando la regolamentare divisa britannica, le pattuglie M2 (agli ordini del tenente Simon D. Fleming) e W2 (agli ordini del tenente J. Bramley) vennero finalmente paracadutate.

Per tutti l’obiettivo era fissato sulle alture tra Castiglion Fiorentino e Palazzo del Pero, ma le due pattuglie atterrarono invece a sud-est di Siena; la notte seguente vennero lanciate anche le pattuglie M1 (agli ordini del capitano Ashley Martin Greenwood) e W1 (agli ordini del tenente Gordon Fardel Rowbottom).

La sorte della pattuglia M2 fu tragica: il paracadute del tenente Fleming non si aprì e l’ufficiale perse la vita, ed anche un altro uomo della pattuglia, di cui non si conosce il nome, rimase ucciso nel lancio; il resto della pattuglia passò successivamente, senza alcun risultato, le linee alleate.

La memorialistica britannica dice che il tenente Simon D. St. L Fleming, di 23 anni, della Royal Artillery e Long Range Desert Group “è stato ucciso in azione il 16 giugno 1944 ed è sepolto nel British Divisional Cemetery a Foiano della Chiana, in Italia”.

La seconda pattuglia del primo lancio fu più fortunata e il tenente John Bramley riuscì a trasmettere ai comandi alleati una serie di rapporti molto utili, almeno fino al 17 giugno quando si scaricarono le batterie della sua radio trasmittente; continuò a prendere appunti e a disegnare mappe nel proprio taccuino, dopo di che la pattuglia puntò a sud e il 28 giugno, senza altri inconvenienti, riuscì a passare la linea del fronte e a consegnare anche la documentazione scritta, ma su un’area che non faceva parte della missione.

Le pattuglie W1 e M1 invece non furono in grado di inviare le informazioni, perché anche quel lancio si rivelò del tutto sballato.

La pattuglia W1, quella comandata dal capitano Rowbottom, atterrò al completo in un punto a 25 chilometri a nord-ovest di Arezzo invece che nel punto, alla stessa distanza, ma a sud-est.

A giudicare dalla conformazione orografica del terreno, i britannici erano convinti di trovarsi, come previsto dal loro obiettivo, sulle alture tra Castiglion Fiorentino e Palazzo del Pero, mentre invece si trovavano nei pressi di Ponte Buriano, a una decina di chilometri dal campo di Laterina.

Oltretutto le due pattuglie, che erano atterrate su due diversi versanti dell’Arno, finirono nella boscaglia e persero tempo prezioso per orientarsi e, così, non riuscirono a ricongiungersi.

Malauguratamente, la pattuglia M1, comandata dal capitano Greenwood, atterrò proprio in mezzo a un paese presidiato dai tedeschi (non è chiaro dove). Greenwood atterrò sul tetto della chiesa e quando riuscì a districarsi si nascose nel cimitero. L’intera pattuglia venne catturata, a parte lui ed il fuciliere Ford che riuscirono a passare il fronte il 25 giugno, senza risultati.

Per la verità il Capitano Ashley Martin Greenwood era un personaggio straordinario. Avvocato ed appassionato di alpinismo, aveva già compiuto azioni in Grecia e Montenegro. Nel dopoguerra, fra i tanti incarichi che ricoprì, fece parte del governatorato alleato in Austria, diventò Procuratore generale in Uganda nel 1946 e Consulente della Corona nel 1954; fu nominato Procuratore Generale delle Fiji dal 1956 al 1963, quando diventò Procuratore Generale di Gibilterra.

La pattuglia di Rowbottom, già nel corso della notte ebbe invece uno scontro a fuoco con una pattuglia tedesca e si disperse nel buio trovandosi frazionata in tre gruppi in fuga.

Lo stesso Rowbottom fu catturato dai tedeschi, che probabilmente lo scambiarono per un evaso del campo di Laterina. Il tenente venne caricato su un camion per essere ricondotto, sembra di capire, a Laterina, ma dopo mezz’ora di viaggio l’automezzo ebbe un incidente e si rovesciò. Il conducente rimase stordito così l’ufficiale riuscì, non solo a fuggire, ma anche a recuperare il proprio equipaggiamento e a involarsi. Poco dopo rintracciò fortuitamente i caporali Buss e Matthews, due uomini della sua pattuglia, mentre il sergente Morley, rimasto isolato, intraprese una piccola guerra personale (di cui dette una versione guasconesca nella propria relazione) e, dopo aver raccolto una grande quantità di informazioni che giudicò utili, dopo tre tentativi, passò le linee. Morley fece il proprio rapporto al comando della 4a divisione indiana, dove gli venne chiesto di tornare subito indietro come guida per il 1/9 Gurkha Rifles ed accettò di guidare quel reparto nel territorio che disse di conoscere.

E torniamo a Gordon Fardel Rowbottom, che con molte peripezie si aggregò alla formazione partigiana “Raul” che agiva alle pendici del Pratomagno.

Nel 1987, al convegno “Stragi e rappresaglie nella lotta di liberazione”, che si avvaleva della consulenza scientifica del compianto Ivano Tognarini, ed all’organizzazione del quale collaboravo per la Provincia di Arezzo, lo storico inglese Roger Absalom presentò una relazione che si basava sul ritrovamento di importanti documenti presso il Public Record Office di Londra che erano stati fino a poco tempo prima secretati.

Si trattava del “Diario del Long Range Desert Group” e della relazione del Tenente Rowbottom.

Su questi materiali hanno lavorato, nel tempo, Enzo Droandi che, già nel 1947 aveva parlato della presenza inglese in zona in un articolo del “Nuovo Corriere”, lo stesso Absalom e Francesco Sisti in un libriccino pubblicato dalla Provincia di Arezzo.

La cosa singolare che Absalom notò (e lo ascoltai personalmente nelle fasi di preparazione del convegno) è che la relazione di Rowbottom figurava negli archivi inglesi in tre diverse versioni: quella del diario, nella quale sono segnalate le reazioni tedesche alle sue azioni dinamitarde, comprese le violenze sulla popolazione civile, con giudizi sulla resistenza italiana limitate a qualche commento sui capi partigiani.

Nella seconda versione, nella quale sono esaminate in forma analitica le rappresaglie tedesche e le prestazioni dei partigiani sotto il profilo attitudinale, militare e politico.

Per esempio Raul (Ballocci) veniva giudicato molto coraggioso, ma poco versatile tatticamente, di scarse capacità militari e probabilmente comunista.

Nella terza stesura, quella destinata alla stampa, e che venne distribuita ai giornalisti inglesi, sotto forma di “nota ufficiosa”, le azioni del RLDG e le reazioni tedesche erano state soppresse cosicché le vicende di Orenaccio e Fontaccia andavano a finire nel capitolo delle “atrocità” tedesche “connesse ad azioni partigiane”.


Gli attentati stradali compiuti con esplosivo non potevano essere materia partigiana, perché in nessuna formazione c’erano uomini con specialità da artificieri o guastatori. Il materiale esplosivo proveniva da un lancio inglese raccolto dalla banda di Raul nella zona di Borro, ma Raul tenne per sè le armi, mentre il materiale esplodente fu preso da Rowbottom e dai suoi e nel diario l’ufficiale racconta gli episodi nei quali ne fece uso: sulla strada fra San Giustino e Castiglion Fibocchi contro i pali del telegrafo e sulla strada, dove una mina fece saltare un’autocisterna con quattro tedeschi a bordo e che provocò la fucilazione di 31 civili al ponte Ornenaccio. E poi un’altra mina collocata sulla strada fra Meliciano e Castiglion Fibocchi, che fece saltare un automezzo, poco dietro il quale viaggiava in automobile il generale di divisione
Eberhard Rodt che aveva alle proprie dipendenze la 15. Panzergrenadier, il reparto responsabile delle impiccagioni e delle fucilazioni della Fontaccia.

Rowbottom fu sprezzante nei confronti dei partigiani, che certamente erano militarmente inesperti, ma che fino a quel momento avevano attaccato solo i fascisti e le caserme della gnr e, nei casi in cui avevano colpito i tedeschi, si erano premuniti di occultare con cura uomini e mezzi che avevano colpito (azione che Rowbottom bollò come “mosse temerarie”).

Rowbottom fu invece l’emblema di una missione britannica fallimentare sotto il profilo tecnico-militare (nessuno venne paracadutato nel luogo giusto); quasi totalmente inefficace sotto il profilo dell’intelligence (i comandi britannici non ottennero le informazioni desiderate); disastroso per la perdita di vite umane (sia fra i componenti della missione che fra i civili uccisi a causa dei sabotaggi, militarmente inutili, dell’ufficiale del LRDG).


Enzo Gradassi


 

 

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