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«Eviva Maria intorno all’albero della libertà» (15' puntata)

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«Eviva Maria intorno all’albero della libertà» (15' puntata)

La conquista di Siena e l’assalto al Ghetto

 

Scrisse il Guillichini: “Mentre Arezzo pensava alla scelta dei mezzi efficaci per sloggiare i Francesi da quella Città, l’Onnipotente, che voleva sollevare prontamente quella desolata Città, ispirò nel cuore del Cap.o Natti, e di Don Antonio Massi la risoluzione di tentare essi in particolare questa impresa”. Dunque, almeno per le prime fasi, avvenne come era accaduto a Cortona: mentre ad Arezzo si studiavano piani militari per entrare in Siena, il Capitano Giovanni Natti passava all’azione, con un’operazione audace, ma piuttosto improvvisata.

Il 27 giugno partì la “truppa” per Siena, da diverse località controllate dal Natti, che aveva la sua base a Montepulciano: da San Casciano dei Bagni, Cetona, Chiusi, Torrita, Bettolle, Sinalunga, Rapolano, Montalcino e persino da Radicofani. Lungo la strada si aggiunsero vari altri contingenti e fra questi quello di Asciano.

Al momento dell’arrivo degli insorgenti, Siena era ancora presidiata da circa 400 soldati francesi, comandati dal Capitano Giuseppe Ballet.

Nel primo pomeriggio del 28 giugno, i cavalleggeri aretini - “circa venti armati a cavallo” - al comando di Natti, arrivarono improvvisamente nei pressi delle mura senesi. Si divisero in due drappelli e si diressero verso Porta Tufi e Porta Romana.

Le differenti fonti e memorie variano l’ora, fra le 14 e le 16. Probabilmente, coloro che potevano dire effettivamente la loro versione, essendo a vario titolo “attori” della vicenda, non pensarono di guardare … l’orologio, mentre quelli che ci guardarono, erano alquanto distanti da non avere la giusta cognizione delle reali vicende e dei tempi effettivi.

Sul fatto che i primi soldati delle Bande siano entrati da Porta Romana non avrei dubbi: oltre ad essere la porta più comoda per chi proviene dalla Valdorcia, abbiamo molte testimonianze sia da parte degli armati, sia da parte di coloro che dall’interno li aiutarono ad entrare e sia da parte di vari testimoni che li videro sfilare per le strade di Siena. (Foto 1)

A Porta Romana in quel primo pomeriggio del 28 giugno, c’erano i genieri francesi che stavano approntando una difesa; alla vista dei cavalieri aretini, rientrarono precipitosamente in città e si affrettarono a chiudere la porta con i vari catorci e chiavistelli.

Gli aretini del Natti avanzavano verso la Porta, bersagliati dagli spalti dai soldati francesi e dai giacobini ed ebrei della Guardia Nazionale, quando una moltitudine di popolani senesi, assieme a gran parte dei soldati della stessa Guardia, fecero allontanare i pochi francesi ed i loro alleati, riaprirono con le accette la porta, chiusa con i chiavistelli, e accolsero con festose grida “la piccola vanguardia aretina”. Penetrato in Siena, il piccolo drappello aretino – ripeto, 20 cavalleggeri - “si divide in varie contrade, e al replicato rimbombo de’ colpi di fuoco e dei Viva Maria, il popolo accorre in folla, e si unisce co’ suoi vendicatori”.

Vari testimoni diretti dei fatti, ci informano che entrati in Siena i primi armati si dirigono velocemente verso la Fortezza, parte per la via Banchi di Sotto e poi per “la strada di Camollia”. Ci fu uno scambio di fucilate con i francesi a La Lizza e quindi i transalpini ed i loro alleati senesi si rifugiarono in Fortezza.

Sentiamo le testimonianze; racconta un senese: dopo d’esserci unitamente portati ad aprire la Porta Romana agli aretini, come si fece, perché dopo che andiedimo su per la strada di Camollia alla volta della Fortezza …”. Un altro conferma che dopo essere entrati in Siena da Porta Romana, gli armati “andarono quelli, che vidi io verso la Fortezza … io andai su con i medesimi per la Strada di Camollia”.

Che ci fossero operazioni militari contro la Fortezza ci viene confermato anche da un’ulteriore testimonianza. Sul tardo pomeriggio del 28 giugno il dichiarante andò “verso il Sole, e precisamente a veder tirare contro la Fortezza” . Anche il Brigidi scrive che “I più ardimentosi – i cavalleggeri aretini – si avanzano di trotto verso la fortezza, con animo di attaccare il presidio francese”.

Altri armati - presumibilmente qualche soldato delle Bande e senesi (cittadini e campagnoli) - si diressero all’Osteria del Sole, vicino alla Piazzetta degli Alberghi (via dei Montanini), dove erano normalmente alloggiati diversi soldati francesi. Vi furono scambi di fucilate e poi alcuni francesi fuggirono, mentre gli antifrancesi entrarono nell’Osteria alla ricerca di eventuali soldati ancora là nascosti.

Ecco la testimonianza dell’oste:“Io Santi Tiezi oste al Sole in Siena attesto che il giorno che venne li Aretini entro per le camere di me suddetto con altre persone e si batterono con quei francesi che vi erano alloggiati e non fecero alcuna sudiceria …” .

Vediamo adesso le drammatiche fasi dell’assalto al Ghetto. Il Brigidi ci dice che dopo l’ingresso in Siena degli armati, “Si uniscono a loro venti o trenta paesani (senesi, n. d. a.), uomini vili e spietati … Si trovavano in queste file canagliesche il Pettirossi ebreofobo – il noto e fido messaggero dello Speziale – il bottegaio guercio da un occhio, soprannominato il Moro; i due facchini di esecrata memoria Riccolo e Pinona, e uno strascino d’istinti animaleschi, conosciuto col nomignolo di Gallinaccio”.(Foto 2)

Anche gli Ebrei senesi concordarono con tale versione; asserirono come una buona parte,(degli armati penetrati in Siena, n. d. a.) a guida e di concerto con dei senesi che da qualche tempo tramavano tale tragedia, investirono il Ghetto direttamente. Cioè, gli ebrei sostenevano che in tale assalto ci fosse stata premeditazione da parte di alcuni soggetti cittadini .

Fu così che un’ondata di personaggi, in gran parte appartenenti alla plebaglia senese, colse l’occasione della momentanea assenza di ordine, sia per farsi giustizia da sola - sui presunti filo francesi, fossero giacobini o ebrei – ma ancor di più per procurarsi un “ricco bottino”, in quelle case dove immaginavano fossero custoditi chissà quali tesori.

In massa assalirono il Ghetto, sfondarono le porte dei negozi, delle abitazioni e della Sinagoga, rubarono quello che poterono, devastarono gli interni, offesero, percossero, ferirono ed infine uccisero alcune persone. Anche in altre parti della Città furono assaltate le botteghe degli ebrei e dei presunti giacobini, con ferimenti ed uccisioni; quattro ebrei trovati chissà come e dove, furono uccisi in Piazza del Campo. In tutto furono massacrati 13 ebrei.

Siccome c’era chi aveva ammassato in Piazza del Campo i resti dell’albero della libertà, con molti altri emblemi del governo francese e aveva acceso un gran falò, per distruggere i simboli dell’oppressione straniera, alcuni vi portarono i corpi dei quattro ebrei massacrati nella stessa Piazza e li gettarono tra le fiamme. Un testimone racconta che uno ancora era semivivo!

Nel tardo pomeriggio, altri senesi accompagnarono gli armati alle abitazioni dei giacobini e con il pretesto di ricercare armi o documenti, razziarono quello che vollero: soldi, orologi, gioielli ecc. Furono arrestati tutti i giacobini che ancora non erano riusciti a fuggire e fra questi ci furono anche almeno due sacerdoti.

Verso il tramonto, una numerosa folla portò processionalmente un’immagine della Madonna del Conforto nella Piazza del Campo, cantando laudi e ringraziando la Patrona di Arezzo per la liberazione di Siena.

Finalmente, a notte fonda arrivarono a Siena i reparti aretini inviati dalla Suprema Deputazione, che avrebbero dovuto partecipare alla presa della città, ma che erano stati preceduti e tagliati fuori dall’improvvisa operazione del Natti. I Senesi li salutarono con grandi fuochi di giubilo e con forti applausi.

Nella giornata del 29 giugno molti altri reparti aretini arrivarono in città. Solo alle dieci di sera, finalmente arrivò anche il Comandante in Capo dell’armata Austro-Aretina, Carlo Schneider. Anche per lui ci fu una gran folla munita di fiaccole, a dargli il benvenuto.

Il primo luglio arrivarono da Arezzo anche alcuni pezzi di artiglieria per iniziare le operazioni contro la Fortezza. Venne intanto nominato Comandante militare di Siena l’ufficiale austriaco Antonio Girlanitz, il quale invitò i nobili, rifugiatisi nelle loro abitazioni di campagna, a tornare in città.

Lo Schneider emanò un ordine che intimava ai saccheggiatori delle prime fasi della liberazione di Siena di riconsegnare entro 24 ore quanto rubato nelle abitazioni devastate. Anche se ci sembrerà incredibile, una grande quantità di oggetti fu riconsegnata in poco tempo. Lo Schneider, però, invece che restituire la refurtiva recuperata ai derubati, la fece portare ad Arezzo quale bottino di guerra. Ecco cosa scrissero i massari dell’Università ebraica al Senato fiorentino: “… Fu emanato un ordine, che chi avesse delle robe rubate le riportasse. Ne furono riportate molte allo stesso generale Schneider, ma questo, invece di renderle ai proprietari, le mandò ad Arezzo, ove portossi posteriormente ...”.

 Non contento, Schneider chiese un contributo, pari a 15.000 lire, agli ebrei senesi, che per poterlo pagare dovettero impegnare i “pochi argenti restanti all’Università” dopo il saccheggio del 28 giugno; in caso di mancato pagamento, l’austriaco minacciò di dare fuoco al Ghetto.

Il 6 luglio lo Schneider richiese agli Ebrei senesi altre 10.000 lire, da consegnare entro il giorno successivo, pena l’invio di tutti gli individui della comunità ad Arezzo, in catene. Altri contributi verranno richiesti successivamente dal Girlanitz. Al ritorno di Ferdinando III gli ebrei senesi riottennero le 25.000 lire pagate ai comandanti austriaci. (Foto 3)

Il saccheggio del Ghetto e le successive imposizioni, crearono problemi grandissimi alla Nazione Ebrea di Siena. Ecco una testimonianza degli stessi Massari della Comunità ebraica di Siena, inviata ai Deputati della Comunità civica nel 1801: … Ciò che soffersero le famiglie ebree nell’invasione aretina, e per il saccheggio, e per l’imposta, non è immaginabile, né concepibile. Molte famiglie che sussistevano, perderono interamente la sussistenza e quei pochi di comodi che restarono, oltre ad aver perduto parte delle loro sostanze, si trovarono a carico oltre i miserabili, e poveri <…>, i mediocri diventati poveri e miserabili per qualche triste combinazione. L’Università degli Ebrei non ha un fondo che frutti un soldo. Il pagamento del Rabbino, il mantenimento della Scuola, la spesa delle feste sacre, il salario del custode […], i maestri di Scuola, due sciattini; il mantenimento e sovvenzione ai poveri e miserabili, tutto il bisognevole per questi se sono malati, compreso il medico chirurgo e le medicine, le spese dei parti e levatrici, il mantenimento dei poveri forestieri che sono di passaggio, le sovvenzioni a titolo di doti alle fanciulle e molte e molte altre spese straordinarie, che portano a somme immense …” . (Foto 4)

Santino Gallorini

 

FOTO

1 - L’ingresso degli aretini in Siena, da Porta Romana, Stampa del 1800.

2 - Mappa di Siena della fine del XVIII secolo. Al centro è raffigurata la Sinagoga e il Ghetto.

3 - Archivio della Comunità Ebraica di Siena: Cronaca dei fatti del giugno 1799, spedita dai Massari della Comunità al Governatore di Siena. Vi si loda il Granduca, per aver restituito le somme sequestrate dallo Schneider.

4 - Lettera dell’Arcivescovo di Siena, del 4 luglio 1799, con cui chiede ai senesi di evitare le azioni che turbano la Carità Cristiana, la pace privata delle famiglie e la pubblica quiete.

 

 

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