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LE RUGHE DI CORTONA

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LE RUGHE DI CORTONA

Un viaggio verso casa non può che essere un viaggio verso l'infanzia



 

A Pietro, al bimbo che ha solcato le rughe del mondo con il suo dito indice ed è tornato indietro a restituirci la poesia del viaggio e della vita.

 

Leggendo l'ultimo libro di Tito, mi sono scoperta, in più parti, un'espressione inaspettata sul volto: tenerezza, divertimento, nostalgia e commozione. Ho attraversato le rughe della Cortona postbellica insieme ad un bimbo sognatore e felice. Quelle rughe piene di neve, di voci, di sedie a guardia di porte aperte, di pane che vola da una finestra ad un'altra, di sorprese e scoperte lì… proprio lì, dietro l'angolo della ruga. Quelle strade che diventano "rughe" perché attraversano la pelle di una città fino a tracciarne una mappa che è la stessa vita che vi scorre.

E dopo la Patagonia, dopo l'Antartide, dopo il Tibet, l'Alaska, la Siberia, dopo i posti del mondo che sono alla fine del mondo, Tito ci riporta a casa. Non la sua: la nostra. In quel posto che è casa perché, casa, è da dove si parte per ritornare, dove  si trascorre l'infanzia e dove si rientra per tornare bambini dopo che si è stati troppo tempo adulti. "Casa" è quel posto dove il tempo, prima o poi, gioca a fermarsi per darci il respiro che serve per continuare la salita e per aggiungere senso e valore alla vita.

"Casa" è quel posto in cui il ricordo diventa mito. "Casa" è quella stanza, quella sala Medicea del palazzo Casali di Cortona dove Tito ha presentato il suo libro il 13 ottobre; casa è quella stanza che si riempie, all'inverosimile, per abbracciare il ritorno di Tito, per festeggiare il giovane sindaco che racconta di sé nel suo nuovo libro per raccontare tutti gli altri. Perché a casa col cuore pieno di amore ci si torna solo se sei grato alla via di ciò che sei diventato. A casa si torna per ripartire più forti o forse per restare e incontrare un altro modo di viaggiare.


BIOGRAFIA DELL'AUTORE TRATTA DAL WEB –  In primo piano, per decenni, nella politica Toscana, all’improvviso non ne senti parlare più. Chiedi e nessuno sa darti notizie. Poi scopri che ha fatto una cosa che molti vorrebbero fare, ma sognano soltanto: dare lo stop alla vita di sempre e partire. Tito Barbini, classe 1945, sindaco di Cortona a 24 anni, poi presidente della Provincia di Arezzo, infine assessore regionale per 15 anni all’Urbanistica e Agricoltura, amico personale di François Mitterrand. Si mette dietro le spalle tutto questo, e intraprende un viaggio lungo cento giorni, che lo porta dalla Patagonia all’Alaska. Cento giorni a piedi e in corriera. Per bagaglio uno zaino. Il risultato è il libro Le nuvole non chiedono permesso (premio Tagete 2007). È ormai, a tempo pieno scrittore di viaggi. Non solo geografia fisica, paesaggi e luoghi, ma geografia della mente. In Patagonia o nel Tibet un mondo altro, fatto di dolori, speranze, delusioni. Ha pubblicato inoltre Antartide (finalista premio Albatros 2008), Caduti dal Muro, scritto con Paolo Ciampi e premio "Scrittore dell’anno Toscana" (2009). Sempre con Vallecchi ha pubblicato I giorni del riso e della pioggia (2010) e il Cacciatore di ombre (2011).

INTERVISTA

Laura – È bello leggerti ancora Tito. Ma questo libro sembra quello che, insieme a «Caduti dal Muro», ti ha costretto ad una nudità dolorosa. Fra tutti, sembra il tuo libro più sofferto…

TITO – Si, è vero. «Le Rughe di Cortona» mi ha costretto a un esercizio molto sofferto di sincerità.  Ma non parlerei di nudità dolorosa. Forse c’è anche dolore ma prevale la consapevolezza di una vita, certo segnata da tanti errori e tante vicende dolorose, ma anche dalla certezza di non aver smarrito quei valori che mi hanno trasmesso fin da bambino.  E quindi anche gioia e leggerezza. Alla fine è venuto fuori un intreccio tra un diario molto intimo, una riflessione esistenziale e un quaderno di viaggio dentro le rughe della mia città.

Laura – Perché hai avuto bisogno di Pietro, di un alter ego immaginario, per raccontare la tua storia di bambino?

TITO – Alle volte sento il bisogno di estraniarmi dal racconto, uscirne fuori. Non voglio che la narrazione, quella che ha origine dalle cose della mia vita, sia sempre raccontata in prima persona. Un altro nome, la terza persona aveva un senso per questo. Non un espediente narrativo, piuttosto una giusta esigenza di distacco. Per capire meglio come riallacciare i fili della mia memoria e l’altalenarsi dei ricordi. Mio nipote, Pietro, ha tredici anni e forse mi ha trasmesso la voglia di tornare ai suoi anni.

Laura – La storia di Pietro che diventerà Tito è segnata da un mappamondo…

TITO – La mia voglia di viaggiare ha inizio con il ricordo di quel mappamondo che mi regalarono i miei genitori. Dopo la lunga parentesi della politica ho scelto di viaggiare e di scrivere. Scrivere è stato un imprevisto, una sorta di urgenza ma anche una scelta naturale. Tornare al mio mappamondo mi permette di guardarmi indietro di girovagare nel tempo come se i ricordi fossero una o tante stazioni di un viaggio immateriale.  Questo ho cercato di fare anche con «Le Rughe di Cortona»: avventurarmi sui sentieri del passato e bighellonare oltre i limiti del tempo come se ieri non fosse ancora stato e domani fosse già accaduto.

Laura – Nel libro c'è una tristissima riflessione: il tuo ritorno è segnato da un vuoto e da un silenzio. Quello dell'assenza delle sedie a guardia dei portoni e del silenzio di chi li occupava. Mi ha reso consapevole di una nostalgia che sapevo di avere e a cui non sapevo dare un oggetto. Ce ne parli?

TITO – In diversi libri che ho scritto mi sono impegnato nello sforzo di raccontare le città incontrate nei miei viaggi. Lo considero una specie di necessità quella di raccontare i luoghi dell’anima. Su Cortona dovevo dare al lettore la sensazione piena del mio amore speciale per questa città.  Gli scrittori lo hanno sempre fatto nella loro città di appartenenza, a volte per dovere d'informazione, altre volte per stabilire un legame personale con le proprie radici. Quel legame che spesso, specialmente oggi, sembra sul punto di dissolversi. Perciò è necessario riannodare, in un modo o nell'altro, le fila.  Nelle “Rughe” ho fatto riferimento al libro cartolina della Mayer «Sotto il sole della Toscana». Ho parlato del rischio di dare un’immagine ingannatrice della mia città.  Io cerco di prestare ascolto, per così dire, all'aspetto nascosto di una città, distinguendone la grana dentro la babele delle invasioni turistiche. Quindi perseguo la necessità di un legame totalmente individuale cercando nella realtà odierna il filo di un ricordo, o di un sentimento passato. In tutti i casi, esiste un punto comune che ci unisce quando torniamo la dove siamo nati, la persuasione che il carattere di una città sia la somma del modo in cui ciascuno dei suoi abitanti  la pensa e la percepisce.

Laura – Il libro è un incontro intenso e delicato con la figura di tuo padre. L'immagine di lui alla tua elezione a sindaco è toccante. Cos'hai di lui?

TITO –Avevo 24 anni quando fui eletto sindaco di Cortona, poca esperienza e tanta paura di non farcela.  Ero nato in una ruga di quella città  e chissà cosa sarebbe stato di me se non avessi avuto quel padre giacobino. Un sindaco giovanissimo con tanta paura, davvero. Tutte le volte che ho assunto impegni nel mio lungo viaggio nelle istituzioni ricordo quel primo giorno nella grande sala medievale del consiglio comunale gremita di gente in cui fui nominato sindaco: il quarto dopo la liberazione. E ricordo il mio vecchio. Giù in un angolo, che piangeva come una vite tagliata. Forse, chissà, quelle lacrime arrivavano dalla sua storia di miseria e sacrifici ma, per me, erano il suo ultimo dono. Morì dopo pochi mesi.

Laura – Mi piacerebbe immaginare la tua vita di sindaco prendendo a simbolo la riapertura della Porta Etrusca: fare politica è aprire porte, creare accessi, ingressi, spazi di transito…

TITO – Ancora oggi, tutte le volte che arrivo in una nuova città, in una qualsivoglia parte del mondo, il mio primo sguardo cade sulle cose meno evidenti  e magari meno importanti per il viaggiatore abituale: la pulizia della città, l’arredo urbano, il funzionamento dei trasporti, i servizi agli anziani e all’infanzia e cosi via. Il mio è una sorta di riflesso condizionato che scatta anche a dispetto di quello che magari vorrei vedere veramente. Quando ero sindaco di Cortona per me la città era come un albero di Natale per un bambino: mancava sempre qualcosa da appendere ai rami spogli. Il funzionamento di una città è in realtà un fatto molto complesso: non lo scopro certo io. Però sono convinto che la capacità di rispondere ai bisogni materiali, soprattutto di offrire servizi alla persona per lo meno dignitosi e di rendere una città più accogliente, è direttamente proporzionale alla passione, all’impegno e direi perfino alla fantasia dei suoi amministratori.  Per quanto mi riguarda è stata l’esperienza più bella e formativa.

Laura – In un punto del tuo libro, quando racconti Don Antonio,  richiami ad una differenza sostanziale fra religiosità tout court e "religiosità del vivere": alla prima basta la fiducia alla seconda serve l'esperienza della spiritualità, il contatto con la natura delle cose…

Laura – Spinaldo, il maestro. Voglio riproporti la sua domanda: «Tito, hai voglia di fare la rivoluzione? La rivoluzione dei sognatori contro i ladri di futuro e di memoria»? Al nome da dare a questa rivoluzione ci penseremo poi…

TITO –  Rispondo alle due domande con una sola riflessione. Ha ragione Umberto Eco. Anch’io penso che la voglia di rivoluzione non si esaurisce mai. Ho bisogno, ancora oggi, di una grande idea, di un progetto di vita, di un fine non banale, voglia e capacità di indignarmi.  Passione per il cambiamento, infine. Allora, tutto questo ha a che vedere con quella “religiosità laica” di cui parla Eco, riconoscendo un senso del sacro, una propensione alla comunione, o comunque alla sua attesa, che riesce a convivere anche, come nel mio caso, in assenza di religione. 

Laura – Avrei così tante domande: le rughe, la piazza, la poesia, i viaggi… mi fermo riservandomi l'ultima. Ti sei mai accorto che da bimbo eri povero quando, con Pietro, correvi fra le rughe del tuo paese o lo hai saputo solo dopo?

TITO –  No, non ho mai percepito la povertà nella mia infanzia e nell’adolescenza. Anzi mi sembrava un incentivo alla mia libertà. Dopo è arrivato il 68 e l’impegno nella politica con il movimento studentesco. Sapevi che negli anni sessanta soltanto il 3 per cento dei figli degli operai e dei contadini arrivavano all’università?

 

 

 

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