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Cortine fumogene intorno ai marò

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Cortine fumogene intorno ai marò

Questa storia puzza, un pasticcio sfruttato a fini propagandistici.

 

Io so di non sapere. So tuttavia che troppi parlano senza avere minima cognizione. So tuttavia che molti parlano senza dire quanto sanno. So tuttavia che molti parlano per interesse.

Da qui la voglia di dedicare qualche minuto ad approfondire alcuni aspetti della questione dei due marò indagati in India, anche dopo le parole scambiate coll'Amico Andrea.

Temo una classica operazione di “deceivement” o “deception”, disinformazione come si direbbe da noi.

Molti ricordano gli episodi di pirateria navale che hanno visto anche battelli o marinai italiani coinvolti, specie nel mar Indiano o nei pressi del Corno d'Africa o Muscat.

Navi militari di varie nazioni impegnate a pattugliare quei bracci di mare, persone tenute in ostaggio, navi depredate, come nelle storie di Salgari. Salgari ne sottolineava l'aspetto romantico, ma qui come al solito i soldi contano più di qualche marinaio napoletano o filippino.

Soldi pubblici, non solo per gli elevati costi di una nave sentinella, ma anche per i riscatti pagati dallo stato; soldi privati, degli armatori o delle assicurazioni piuttosto che per il valore delle merci sottratte.

Tant'è che a fine 2011 è andato a regime quanto il parlamento aveva approvato, bipartisan, con i Nuclei militari di protezione (NMP), squadre di 6 marò con base a Gibuti da imbarcare a difesa.

Cito dal sito Analisi Difesa del 2011:

L’Italia arriva ultima tra i grandi Paesi occidentali nell’approvare leggi che consentano di proteggere i mercantili dai pirati somali che attaccano oltre 120 navi ogni anno catturandone diverse decine. Al momento sono in mano ai pirati la petroliera Savina Caylyn e la motonave Rosalia D'Amato con 44 marinai a bordo 11 dei quali italiani. L’impiego di guardie armate rappresenta l’unica misura di protezione efficace contro i pirati almeno fino a quando la comunità internazionale continuerà a limitarsi a scortare i cargo rinunciando a scatenare offensive militari contro le barche e le “tortughe” dei criminali somali che detengono 34 navi e oltre 700 uomini d’equipaggio. Quasi tutti i Paesi occidentali hanno autorizzato l’imbarco di guardie private armate mentre la Francia ha assegnato piccole squadre di fanti di Marina ai mercantili e pescherecci in transito nell’Oceano Indiano. L’Italia autorizza entrambe le soluzioni, rivelatesi efficaci. Contractors, che sono per lo più ex militari, e soldati hanno respinto in molte occasioni i barchini dei pirati provocando anche severe perdite agli aggressori. L’accordo era stato messo a punto nei mesi scorsi da Marina e Confitarma, ma aveva incontrato alcune resistenze da parte del ministro della Difesa, La Russa, perplesso circa la possibilità di porre squadre di militari agli ordini di comandanti della marina mercantile. Il Decreto Legge sembra risolvere la questione affidando al comandante di ciascun nucleo di militari la responsabilità esclusiva dell'attività di contrasto militare alla pirateria con l’attribuzione delle funzioni di ufficiale e di agente di polizia giudiziaria riguardo ai reati relativi alla pirateria. La nuova missione della Marina non piace al deputato di Futuro e Libertà e medaglia d'oro al valor militare Paglia, che parla “militari in affitto” e ironicamente propone “un emendamento che permetta a chi abita in posti isolati con alto tasso di criminalità di prendere in affitto a proprie spese una volante dei Carabinieri o un carro armato dell'Esercito per contrastare la delinquenza”. Nessuna perplessità per l’ammiraglio Fabio Caffio, esperto di Diritto del mare, secondo il quale “il contesto può apparire nuovo ma con questo incarico la Marina assolve il compito istituzionale di proteggere gli interessi nazionali all’estero. Inoltre non si tratta di dare la caccia ai pirati ma della sola protezione delle singole navi in caso di minaccia in atto”. L’impiego dei militari a tutela degli interessi economici e commerciali non è certo nuovo nella storia marittima e imbarcare gruppi di soldati sui mercantili (a Gibuti e in altri Paesi dell’area) avrà costi inferiori rispetto alle navi da guerra schierate nell’Oceano Indiano che non potranno mai proteggere tutti i mercantili italiani in transito.

Soldi: il pensiero e le pressioni della associazione degli armatori, categoria molto interessata.

E' l'armatore a farne richiesta. Ed è sempre l'armatore a provvedere al rimborso dei relativi oneri, "incluse le spese accessorie per il personale, il funzionamento e il sostegno logistico in area" (sebbene i militari non siano legati da vincoli gerarchici con il capitano della nave e rispondano al comando presente in una base logistica). Gli armatori, se vogliono, sono liberi di ingaggiare anche dei contractor, ovvero dei vigilanti privati.
Quindi un armatore fa domanda al ministero, che valuta l'esistenza del rischio pirateria nella rotta ed in caso positivo comunica la disponibilità dei marò; qualora siano impegnati altrove, l'armatore può imbarcare milizie private armate (contractors) per le stesse finalità.

Il ricatto economico è chiaro: Infatti non poter scegliere se avere milizie private a bordo, secondo il presidente di Confitarma, Paolo d’Amico, farebbe migrare gli armatori: “Gran parte della nostra flotta potrebbe cambiare bandiera per la mancanza di un provvedimento amministrativo a costo zero”, ha detto d’Amico che ha anche inviato una lettera a Cancellieri per sollecitare la pratica. La gigantesca nave tonniera “Torre Giulia”, operante nell’oceano Indiano, per questo motivo ora batte bandiera francese. Se si considera una nave come un’azienda nazionale, cambiando bandiera è come se “delocalizzasse” la propria attività che, come nota Luigi Giannini, direttore generale di Federpesca, “non sarebbe coerente con la difesa di un patrimonio nazionale quali sono i mercantili e i pescherecci”.

Un inciso: mi risulta che la nave citata continui a battere bandiera francese, quindi il provvedimento non ha mutato gli interessi dell'armatore, quindi lo Stato non ci ha guadagnato niente.

Tale servizio di sicurezza, ancorché fornito dallo Stato, è di tipo oneroso; in sostanza l’armatore deve rimborsare allo Stato Italiano per un nucleo di sei marò una cifra giornaliera di circa 3.900 euro, pari a circa 650 euro a testa al giorno.

Il dubbio sulle competenze e comandi pare risolto: chi paga, comanda.

Inoltre, in virtù delle norme di diritto internazionale, e in particolare del diritto della navigazione, il comandante è sovrano sulla nave.

Dopo l'approdo in India della nave con i marò, qualche parlamentare interroga i ministeri “se i Ministri interpellati non ritengano di assumere iniziative normative,.., tese a precisare se, in caso di attacchi di pirateria o depredazione armata sia il comandante della nave (e/o l'armatore) a decidere oppure il comandante del nucleo militare di protezione imbarcato, in tale direzione, valutando l'opportunità di introdurre il principio che gli ordini assunti dal comandante della nave che possano ripercuotersi sullo status giuridico e dunque sulle sorti dei militari italiani all'estero impegnati nel contrasto alla pirateria internazionale siano sempre preceduti da un parere obbligatorio e vincolante del comandante del nucleo di protezione militare imbarcato sulle navi.

La risposta è  che  “la Forza armata sta approfondendo la questione”. L'errore è evidente, adesso.

E spiega la posizione eccessiva di La Russa, ministro della difesa cui si deve questo pastrocchio.

L’utilizzo di team di privati anziché di militari in servizio – proprio per la natura privatistica del rapporto che si viene a delineare – può evitare, in caso di incidenti, complicazioni di carattere diplomatico con delicate dispute di diritto internazionale, come quella attuale.

Questa, infatti, la scelta di tutte le altre nazioni tranne la Francia: mercenari per armatori.

Ricordo che è il capitano della Erika Lexie a condurre la nave in un porto indiano con le ben note conseguenze, quindi è l'armatore che di fatto consegna i marò, suoi stipendiati, alle autorità indiane.

I marò che si sono consegnati, ubbidendo ad un civile, riscuotono un bel soprassoldo; vorrei essere sicuro che le successive spese (detenzione in hotel, viaggi con aerei militari, cauzioni, risarcimenti, personale diplomatico e legale etc etc) non pesino sule nostre tasche. Penso a tutti quei casi di italiani detenuti all'estero senza sostegno governativo, ed il confronto non mi sembra equo.

Se fossero coinvolti due mercenari italiani, ci sarebbe lo stesso sdegno? Ci sarebbero le pressioni dei sindacati militari? I cartelli del Pdl? La foto di Monti con loro? I blog?

Poniamo poi che i marò abbiano veramente ucciso i due pescatori: in tale tristissima evenienza, che non mi sento di escludere, hanno agito sotto pressione del loro datore di lavoro temporaneo?

Se non c'è stato attacco, non c'è difesa né legittima né eccessiva: sola ipotesi l'assassinio.

Posso temere che la nostra bandiera sia usata per fini non cristallini?

Stendo un pietoso velo sul comportamento mediatico della diplomazia italiana, riescono a far fare bella figura agli indiani per i loro scopi di politica interna.

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