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Fra cronaca e folclore

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Fra cronaca e folclore

Delitti arresto e morte del capo assassino Federigo Bobini detto “Gnicche”

 

 

E’ perfino superfluo dire che una rubrica come questa, fra cronaca e folclore, non poteva ignorare proprio un personaggio come Federigo Bobini detto “Gnicche”. E mi scuso subito ed invoco la pazienza dei lettori se in questa occasione proporrò un testo più lungo del solito.

A proposito e a sproposito, in molti hanno già scritto di “Gnicche”: dalla semplice riproduzione della famosa storia in ottava rima
ad un libro a fumetti curato da Francesco Guccini e disegnato da Francesco Rubino, dai racconti di Giorgio Batini al “romanzo” di Leonardo Zanelli, dallo spettacolo musicale messo in scena da David Riondino e Simone Cristicchi al film per Rai3 girato nel 1981 dall’aretino Ivan Angeli, alle pagine di wikipedia che si trovano nel web. In tutti storia e leggenda si intrecciano senza distinzione.

Proprio per il carattere di queste note, il mio racconto si limita invece agli aspetti assolutamente documentabili, desunti dalla stampa del tempo e da atti processuali conservati presso l’Archivio di Stato di Arezzo, senza eccedere in commenti e senza alcuna commistione fra la cronaca e la leggenda che su di essa si è stratificata nel tempo.

Il mito leggendario di Gnicche non ne risulterà intaccato, ma conto (e spero) che alla fine ne sapremo qualcosa di più.

Alle 10 di sera del 19 giugno 1845, ad Arezzo, in località “Le Fornaci”, nei pressi della Fonte Veneziana, nasceva Federigo Bobini. Era un giovedì e, dunque, l'auspicio non era dei migliori dato che "di giove e di marte non si sposa né si parte”.

I Bobini, Sebastiano (bracciante) e Domenica Lazzeri (lavandaia) da devoti quali erano imposero al neonato il nome di Federigo, lo stesso di 62 santi e di 40 martiri; anche nei secondi nomi non andarono per il sottile: sul registro dei nati della Pieve fecero scrivere i nomi di Gaudenzio e Columazio, i due martiri aretini (il nono vescovo di Arezzo e il suo vicario) che secondo la tradizione furono decapitati nel V secolo e seppelliti nei pressi delle Terme. Dunque: Federigo, Gaudenzio, Columazio Bobini, nato ad Arezzo nei pressi della Fonte Veneziana, in luogo detto "Le Fornaci".

Talune  fonti attestano l’esistenza di altri due figli dei Bobini: Giovanni, condannato per omicidio a 8 anni di carcere, e Donato che si vorrebbe “impiegato” in una casa di tolleranza, ma la notizia è per me incerta e non ha trovato riscontro.

Certo è che il piccolo Federigo venne iscritto alla scuola serale e domenicale dove imparò a leggere, scrivere e far di conto.

Ma già nel 1863, ad appena diciott'anni, Federigo fece la conoscenza della galera: l'8 di novembre, armato di una lama di sciabola senza elsa ed in compagnia di un gruppo di coetanei, nella parte alta della Città affrontò per ignote ragioni Bernardo Giusti, un bottegaio. Ne nacque una colluttazione ed intervenne la forza pubblica. Il Bobini tentò la fuga, ma venne catturato a San Bernardo, nei pressi dell'An­fiteatro romano, e per la prima volta entrò nel carcere cittadino (l’attuale sede della Biblioteca di Arezzo), fra rapinatori e assassini, vagabondi e teppisti raccolti nella cella comune. Processato, ebbe 8 mesi di carcere per resistenza e lesioni; il pagamento delle spese mediche occorse al Giusti; 42 lire di multa e 18 lire e mezzo di spese processuali: una condanna che, oltre al carcere, costava il corrispettivo di due mesi di lavoro come bracciante.

Verso i primi di settembre del '64 Federigo esce dal carcere ed ha già iniziato la sua “carriera": in capo a 7 mesi è di nuovo in tribunale per rispondere dell'accusa di tentato omicidio ai danni di un certo Pasquale Bobini (che nonostante l'omonimia non era suo parente). Viene assolto con formula dubitativa, ma ormai è entrato nel mirino della Polizia, è diventato "una conoscenza". Ricompare nelle cronache giudiziarie quattro anni dopo, quando già è “sopracchiamato Gnicche” e presenta un curriculum di tutto rispetto:  furto ai danni di Pasquale Nocentini a Poggio Mendìco, 6 giugno 1868; furto ai danni di Alessandro Pasquini a Pieve a Bagnoro il 30 giugno successivo; furto aggravato ai danni di Ferdinando Carenini di Arezzo il 12 agosto; furto ai danni del macellaio Magni il 15 maggio dell'anno dopo.

Arriviamo al 9 di giugno del '69 e sorprendiamo Gnicche in un atto che sarà da tutti deplorato, forse ancora più dei furti e delle violenze: dopo un diverbio in famiglia alza le mani sul proprio padre ed infrange l’obbligo dell’intangibilità della figura dominante della famiglia patriarcale.

Il padre reagisce cacciandolo di casa, denunciandolo e facendogli affibbiare, in contumacia, tre mesi di carcere.

A quella data Gnicche aveva ormai accumulato un debito di oltre 9 anni di prigione. La sola scelta che gli restava da compiere era quella della latitanza proprio in un anno, il 1869, denso di conflitti sociali, come la ribellione contro la “tassa sul macinato” imposta dal secondo governo Menabrea. Un’altra storia, che fa da corollario a questa, ma che non la sfiora.

Sul finire del Sessantanove lo ritroviamo nella casa di una famiglia di contadini di Santa Firmina. Con lui c'è Agostino Ghiori, detto "Ghiora", originario di Tegoleto in Valdichiana, suo coetaneo.

Nella notte fra il 7 e l'8 novembre, probabilmente a seguito di una soffiata, un brigadiere dei carabinieri prova, con altri tre militi, a sorprenderli. Ne nasce uno scontro a fuoco nel corso del quale il carabiniere Primo Gnudi venne colpito in più parti del corpo da almeno tre palle ed in capo ad un mese perdeva la vita.

Si va al giugno del Settanta:  due tabaccai chianini, David ed Olinto Tiezzi, detti "Beltrami" una mattina di buon'ora, si recano ad Arezzo a fare provvista mensile di sale e tabacchi per la loro rivendita di Foiano. A Ponte del Rio, vengono affrontati da due individui armati e mascherati. Due colpi bastano a mettere fine all'incontro: Gnicche e Ghiora di certo.

Possiamo tralasciare a questo punto piccoli e minori episodi, ma non quello che avvenne verso la mezzanotte del 25 luglio del ’70 e la mattina seguente:  Gnicche tornò in Borgo Santa Croce e passò una serata nella casa di tolleranza del quartiere (vigilato da suoi “ammiratori”) che poi sarebbero stati chiamati a rispondere di complicità davanti al Tribunale; alle 5,30 del mattino del giorno successivo ebbe invece uno scontro a fuoco con due carabinieri: riparato  dietro una "maestà" che si può ancora vedere proprio dirimpetto al cancello della Godiola, sparò numerosi colpi contro i carabinieri appostati dietro il muro di recinzione della villa, poi si dileguò. Nella tarda mattinata, sulla via che da Ponte alla Chiassa porta alla Chiassa Superiore sparò ad un cantoniere, certo Piantini, che aveva scambiato per un carabiniere, fracassandogli la mascella e ferendolo gravemente al petto.

Infine, nella notte fra il 2 e il 3 ottobre 1870 venne catturato, probabilmente a seguito di una delazione, in un capanno nei pressi di Santa Firmina.

Interrogato in carcere disse:

“Sono e mi chiamo Federigo Bobini di Sebastiano e Domenica Lazzeri, di anni 25, nato e domiciliato alla Fonte Veneziana di Arezzo, scapolo, muratore, alfabeta, non militare, altre volte condannato e carcerato.

Questa notte dopo il tocco sono stato arrestato dai carabinieri in una capanna di un contadino che non conosco, nei pressi di Santa Formena in luogo detto S. Giovanni. So di essere colpito da mandato di cattura ed in specie so di essere imputato del furto Magni e dell'uccisione di un carabiniere perché staccai da me i fogli che erano affissi alla mia abitazione a Fonte Veneziana”.

Però, prima che si celebrasse il processo, previsto per il 20 dicembre 1870, Gnicche riuscì a corrompere un secondino, tale Pasquale Giusti, e ad evadere assieme ai suoi compagni di cella, tutta gente poco raccomandabile:

Angiolo Bragotti, 32 anni, da Anghiari, in carcere con l’accusa di 7 furti violenti commessi fra il novembre 1867 e il giugno del '69 a Pieve S. Stefano, Arezzo, Tegoleto, Sansepolcro, Frassineto e Talla; un furto violento con stupro e violenza carnale; l'omicidio, in concorso con altri, del parroco di Ruscello; l'omicidio di Cosimo Angioli e lesioni gravi a Giuditta Angioli; associazione di malfattori; aggressione al domicilio di Marco degl'Innocenti a Bibbiena; ricettazione.

David Vettori, 31 anni, da Anghiari, cognato del Bragotti, accusato di omicidio premeditato di Pietro Senesi di Sansepolcro il 1° maggio 1862; 5 furti violenti (alcuni dei quali in compagnia del cognato) commessi a Sansepolcro, Arezzo, Pieve S. Stefano e Subbiano fra il 1866 e il 1869.

Francesco Rossi, detto “Gigetto romano”, 39 anni, da Città di Castello. Accusato di furto violento con stupro (assieme al Bragotti) ai danni dei coniugi Fontana a Pieve S. Stefano; furto violento con omicidio ai danni di Filippo Tantini nei pressi di Arezzo; 4 furti violenti fra l'agosto del '67 e il febbraio '68 a Poppi, Arezzo, Tegoleto, Bibbiena, taluni dei quali in compagnia di Vettori e Bragotti.

Sebastiano Menchiari, di Grosseto, già condannato a 13 anni di carcere per furto violento ai danni di Pasquale Tavanti (4 gennaio '70) a Tavarnelle d'Anghiari.

Desiderio Gori, detto “Melino”, di Arezzo, già condannato all'ergastolo come mandante dell'omicidio del parroco di Ruscello commesso dal Bragotti.

Al gruppo degli evasi si aggregò Agostino Ghiori, detto “Ghiora”, 25 anni, da Tegoleto, che vantava l’accusa di omicidio premeditato e lesioni gravi (con il Bragotti) ai danni dei coniugi Angioli. Tentativo di furto violento e omicidio (con Gnicche) ai danni dei fratelli Tiezzi, detti “Beltrami". Omicidio mancato ai danni di Luigi Sacchetti ed altri, ad Arezzo nel luglio '70. Tentato omicidio ai danni di Saverio Savandres di Arezzo; 8 furti violenti fra il maggio 1868 e il maggio '70 (tutti commessi in compagnia di Gnicche o del Bragotti) a Tegoleto, Bibbiena, Talla, Sansepolcro, Monte S. Savino, Cortona e Arezzo.

Pasquale Giusti, il secondino che era scappato con gli evasi, pentito si costituì nel volgere di pochi giorni.

Poi il gruppo dei fuggiaschi si divise e Gnicche andò a cercare la spia che lo aveva fatto arrestare: si trattava di un certo Cesare Fracassi, detto "il Brutto", un colono che, stagionalmente, lavorava presso un frantoio a Sargiano.

Gnicche lo attese, al termine di un pranzo, quando il Fracassi ed altri quattro uscirono sul piazzale antistante il convento di Sargiano e presero a giocare a lastra..

Federigo Bobini, con il fucile a tracolla, il revolver ed il pugnale infilati nella cintura,  sbucò dal bosco che circonda il convento.

Narra la vulgata che Gnicche, imbracciato il fucile avrebbe intimato "chi non ha a che fare si scansi, sennò tiro nel mucchio".

Colpito in pieno da una fucilata alla gola il Brutto cadde a terra; Gnicche gli si accostò, gli appoggiò un piede sul petto per tenerlo fermo, quindi estrasse la pistola e lo finì con un colpo a bruciapelo.

Verso la metà di gennaio, grazie all’allarme lanciato da un pastore, Gnicche, Ghiora e Gigetto sfuggirono alla cattura da parte di un reparto di Carabinieri e di truppa che li avevano accerchiati. Poi Gnicche si allontanò per breve tempo, spostandosi a Cortona, dove si mosse con molta prudenza limitandosi a rare azioni come una estorsione ai danni del fattore del conte Pieri-Merli (che gli fruttò 500 lire) , ed altre azioni di minor rilievo, finché venne a sapere che Assunta Mencagli, la quarantenne che lo ospitava nella sua casa di Creti, era stata vista discorrere per strada con un gendarme: Gnicche sospettò che lo avesse “venduto” e tanto fu sufficiente perché l'8 marzo 1871, alle dieci di mattina, si presentasse, fucile alla mano, nel piazzale antistante l'abitazione della donna. La chiamò e la invitò a scendere in strada. Appena sulla porta la Mencagli fu investita da un colpo di fucile che le squarciò il petto, mentre Gnicche si era già voltato e se ne andava senza neanche allungare il passo.

L’epilogo dell’avventura di Gnicche avvenne la sera del 14 marzo 1871, quando una pattuglia mista, composta da due carabinieri e da un soldato di linea distaccato come rincalzo presso la caserma di Badia al Pino, si trovò a passare nei pressi dell'abitazione contadina della famiglia Casucci.

Come confermano le diverse versioni e lo stesso rapporto degli agenti, da quella casa (che essi sapevano abitata da una famiglia di modestissime condizioni economiche) proveniva un invitante profumo d'arrosto e di buone cose da mangiare: quanto bastava a sospettare che qualcosa di losco stesse per verificarsi.

Saltiamo a piè pari tutte le congetture (del resto ovvie) che la situazione suggerisce.

Appostati dietro ad un fienile i carabinieri videro comparire la sagoma d'un uomo piuttosto alto e snello che portava il fucile a tracolla: quando questi raggiunse la porta il carabiniere Mongatti gli fu addosso per immobilizzarlo e gli altri due corsero a dargli man forte.

Lo sconosciuto cominciò a divincolarsi e a chiamare aiuto: per impedirglielo il Mongatti gli pose una mano davanti alla bocca e cercò di farlo tacere, ma questi reagì con un morso che staccò di netto la falange dell'indice della mano che gli serrava la bocca.

Infine lo sconosciuto fu sopraffatto e disarmato ed i suoi polsi bloccati con un paio di pesanti manette. Tamponato alla meglio l'indice del Mongatti e di fronte al risoluto silenzio dell'arrestato, i carabinieri decisero di condurre lo sconosciuto alla caserma di Badia al Pino dove sarebbe stato carcerato per resistenza alla pubblica forza ed interrogato con comodo.

Nel corso del trasferimento verso il loro quartiere, distante pochi chilometri, due agenti si posero ai lati dell’arrestato e lo tenevano per le ascelle, mentre il Mongatti, col dito sanguinante, li precedeva portando sulle spalle l'equipaggiamento dei propri commilitoni e le armi sequestrate allo sconosciuto.

Bastò un istante di distrazione: con uno strattone Gnicche si liberò  dei suoi custodi e, saltata a piè pari una siepe che delimitava la strada dai campi si gettò in una corsa disperata.

Prima di riferire l'attimo conclusivo della vicenda, che è conosciuto in due versioni rese a distanza di una settimana l’una dall’altra, non tralasciamo un importante dettaglio: i polsi di Gnicche erano stretti ai ferri e quindi i suoi movimenti ne restavano impediti.

Nella prima versione si affermò che “dopo non poco tragitto l'arrestato scappava loro di mano, slanciandosi con un gran salto oltre una siepe. Inseguito dai carabinieri, cadde, ma rialzatosi si abbandonava a disperata fuga con quella velocità che gli è ormai proverbiale. I carabinieri, dopo avergli intimato invano di fermarsi, gli esplodevano contro dei colpi con le loro armi da fuoco, e l'ultimo di questi partito dal revolver di un giovane alunno carabiniere investiva nella regione dorsale il Bobini, e lo stramazzava a terra mortalmente ferito”.

Nella seconda versione si disse invece che “giunti a pochi passi da un ponte alquanto rialzato l'arrestato con un salto a pie’ pari valica un'alta siepe e si dà alla fuga nel vicino bosco; la notte era scura ed egli sarebbe stato un'altra volta salvo se i tre carabinieri inseguendolo a tutta forza non fossero giunti a riponerlo in mezzo e che il Di Laghi, con un colpo di revolver aggiustatogli alle reni non lo avesse gettato a terra”.

Per accreditare una delle due versioni si può aggiungere che l'autopsia sul cadavere di Federigo Bobini refertò che il bandito era deceduto in seguito ad una ferita d'arma da fuoco prodotta da un proiettile esploso a distanza ravvicinata sulla regione dorsale, all'altezza delle reni.

La sentenza emessa dalla stampa locale fu lapidaria: il giovane Di Laghi, uccidendo Gnicche “ha risparmiato un compito ingrato alla giustizia".

Soltanto lungo il tragitto, lo sconosciuto, morente, mormorò alcune parole: con un fil di voce e con gran meraviglia degli agenti preoccupati per la piega presa dagli avvenimenti, disse di essere Federigo Bobini, il ricercatissimo Gnicche.

Nella successiva perquisizione gli agenti trovarono nelle sue tasche un portafogli di pelle rossa contenente biglietti buoni e falsi per 120 lire ed un biglietto nel quale erano annotate, a lapis, cifre incolonnate che davano totali di 3000 e 1800. Le sue armi consistevano in fucile Lefaucheux a retrocarica, una pistola a rotazione con l’impugnatura d’avorio finemente intarsiata ed un pugnale.

Al momento della cattura Gnicche indossava una camicia a righe rosse e nere, un panciotto di panno misto giallastro ed una giacca a due petti; i pantaloni erano a quadretti bianchi e neri ed ai piedi aveva un paio di stivaletti finissimi in marocchino, tutti trapunti di seta bianca; completava il suo abbigliamento un cappello a cencio.

L'indomani il cadavere, adagiato su un carretto scoperto, venne trasferito ad Arezzo, presso la stanza mortuaria dell'ospedale cittadino sopra i ponti del Castro: composto su un giaciglio in un cortiletto interno nei pressi della stanza mortuaria dell'ospedale, fu esposto ed il "pubblico" fece ressa per vederlo non appena la notizia si propagò.

Poi il corpo di Gnicche, rivestito dei suoi panni, fu posto fra i tre agenti che lo avevano sorpreso e ucciso per scattare una foto-ricordo nella quale i tre militi mimano l'atto di una avventurosa cattura. Fu compito del fotografo Bellotti occuparsi dei necessari ritocchi che dovevano far apparire aperti gli occhi di Gnicche e trasformare quel muro del cortile, che era servito da sfondo alla foto, in un immaginario paesaggio campagnolo teatro della cattura del famoso brigante.

Senza che fosse stato processato per i 5 omicidi ed i 6 tentati omicidi che gli venivano attribuiti e considerando che erano rimasti ingiudicati una decina dei suoi furti, al momento della morte era assegnata a Gnicche una "lista di delitti conosciuti" (commessi fra l'8 novembre 1863 e l'8 marzo 1871) con 27 capi d'imputazione ed aveva già accumulato condanne per 20 anni e otto mesi di carcere A completamento del quadro noteremo soltanto che gli omicidi e tentati omicidi (11 in tutto) riguardavano 5 agenti di PS o carabinieri, 2 persone ritenute da Gnicche agenti, 2 delatori o presunti tali, fino ad un totale di 9; gli altri due erano i fratelli “Beltrami” di Foiano.

Nel’edizione del 19 marzo 1871, il settimanale “La Provincia di Arezzo”, assieme al resoconto dell’avvenuta cattura ed uccisione di Gnicche, informò che “circola una storia in prosa e in versi che si vende a milliaia di copie in tutti i paesi della provincia”. La storia in prosa era firmata dai fratelli Borghini, quella in  rima da Giovanni Fantoni, poeta popolare di Ponte Buriano.

 

Enzo Gradassi

 

Delitti arresto e morte del capo assassino

Federigo Bobini detto Gnicche

Scappato dalle carceri d’Arezzo

ed ucciso dai carabinieri reali

presso Tegoleto


                                                                

Se Apollo assisterà la mente mia,

onde possa cantar d'ottava rima,Articles

e con l'aiuto di Gesù e Maria,

arriverò dell'argomento in cima;

spero non sarà tempo butto via,

benché storie non fei, questa e la prima;

vita e morte racconto e vi raffino

d'un giovane scorretto il rio destino.

 

Federigo Bobin da piccolino

appunto principiava a camminare;

di campagnuolo si fe' cittadino

e col padre dentro Arezzo andiede a stare.

Questo ragazzo fa come lo spino,

che nasce aguzzo per voler bucare,

porta in tasca un coltello fatto a cricche

per soprannome fu chiamato Gnicche.

 

Se lo tocchi però ti dà le chicche,

e a' quindici anni ancora non è giunto

vuol bene a fiori, quadri, cuori e picche,

e per il giuoco dorme poco o punto.

Vestir vorrebbe da persone ricche;

è ghiotto quanto un gatto intorno a l'unto.

Tu vuoi star tanto ben, ma che arte fai?

manuale e scaccin da paretai.

 

Non ha da fare e non lavora mai...

Gnicche si mette ozioso per Arezzo;

un dì entrò in casa a certi bottegai,

Prese a una donna quattro anelli e un vezzo.

Pure che il corpo non patisca mai...

Per i vizi lo vende a caro prezzo,

Lo giuoca, fa di mezzo, e poi di tutto,

E in breve resta il portafogli asciutto.

 

Gnicche senza quattrini come è brutto!

Né per farli si adatta alle faccende,

e piglia al padre dei sudori il frutto

e altre robe di casa gliele vende;

vede al cattivo sempre più si è butto

il padre, e fortemente lo riprende,

e Gnicche vuol ragione, e ci quistiona

e invece di tacere... lo bastona.

 

L'accusa al Tribunale, e non canzona,

e lo fa condannar per quattro mesi;

lui fugge la giustizia e va a Cortona,

e si butta bandito in quei paesi.

E là ferisce più d'una persona;

ha revolver, schioppo ed altri arnesi,

sempre lo cerca più la Polizia

con altri malfattor va in compagnia.

 

Sempre rigira lì Santa Maria,

Santa Firmina, San Zeno e Sargiano,

L'arrestano i soldati per la via:

pare un leone, non par più un cristiano:

dove chiappa, la pelle porta via.

E li ferisce e scappa lor di mano,

sicché li rispettò come somari,

poi se ne andò a Castello e verso Anghiari.

 

Lui va sempre dai ricchi e vuol denari,

in Chiana nel Valdarno e in Casentino.

Chi a lui resiste non la cava pari,

perché gli fa baciar qualche santino.

Benchè cattivo ha degli amici cari

spesso spesso ritorna all'Aretino,

e più volte ne andò ben monturato

alla commedia e a passeggiare al Prato.

 

Una donna spogliò lo sciagurato,

la strapazzò, ma non le fe' ferita;

Tutti i panni di lei si fu indossato

per andare a ballare fece partita.

Dicevan tutti: - Una donna è impazzita!

Fuggiva a casa ignuda e impaurita,

non può parlare, che gli manca il fiato

e dopo disse: - Gnicche m'ha spogliato...

 

Un giorno in un caffè va lo sfrontato

E Gnicche, vi trova il sindaco a sedere

lo saluta e gli va dal destro lato.

Mi conosce? Chi son lo vuol sapere?

Fo' il sindaco ancor io, molti ho tassato

e più di lei io faccio il mio dovere

perché ha tassato ancor la bassa gente

ed io tasso i signori solamente!...

 

Gnicche lo saluta e parte prestamente

e il sindaco gli disse: - A rivederlo!

E poi domanda a tutta quella gente

Se sia sindaco proprio quel bordello.

Quell'è Gnicche, essi disser, certamente,

sor Sindaco, non guardi che sia bello!

Resta stupito, e gli cadde la tazza,

e dopo Gnicche fuggì a Parigi, in Piazza.

 

Che cosa fa codesta testa pazza?

Va alle Camere, su da quei signori,

lo salutan tutti, e li ringrazia,

non so se fe' interessi e tornò fuori.

Poi va a casa di un prete e non l'ammazza.

Gli disse: - Lei è il più potente fra i Priori,

io son Gnicche, e di si mi deve dire:

Da lei stasera... voglio mille lire!

 

Non ho neppure un soldo, prese a dire,

mio caro Gnicche non l'avere a sdegno,

fra tre giorni li avrò, potrai venire.

Disse Gnicche: - Mi dia la serva in pegno!

E il Prete: Piuttosto vo' morire,

ma la mia serva non te la consegno!

In tutti i modi il caso è disperato,

gli contò i franchi, e via l'ebbe mandato. .

 

A veglia vuole andar, ch'è innamorato

di una ragazza di Santa Formena,

che a sue passioni sempre sfogo ha dato.

Fu avvisata la Forza e lo incatena,

da un contadin che il vino avea alloppiato,

dormia là in campagna dopo cena,

e Gnicche non potè mettersi al trotto

e lo legano in sedici o diciotto.

 

Gli par mill'anni menarlo di botto

in carcere fra tanti altri birbanti:

chi di sopra lo tiene, e chi di sotto,

chi lo regge di dietro e chi davanti.

- Eccolo qua il nostro patriotto!

Allor dissero ad Arezzo tutti quanti.

In carcere fu messo da un'armata

e la seduta è tosto preparata.

 

Per la prima sentenza che fu data

messo in casa di forza per sett'anni,

poi c'è un'altra condanna separata

per motivo d'un furto ed altri danni;

poi c'è quella che mai non ha scontata

che ai soldati strappò la pelle e i panni.

Infine piccolezze a centinaia...

Guadagnato s'è il pan per la vecchiaia!

 

Non c'è persona che un altro non paia:

v'era una guardia detto il Secondino,

Gnicche che parla piano e non abbaia,

disse: - Non hai la palla d'un quattrino,

se mi apri tu l'avresti quasi a staia;

alfin lo compra e gli apre l'usciolino

e gli s'affila dietro anche i compagni

non si sa il Secondin quanto guadagni.

 

Non vi so dir se battono i calcagni!

Prestamente scavalcano le mura.

Acciò del Secondin nessun si lagni,

di non abbandonar promette e giura.

Sta tre dì tra le macchie ed i castagni,

forse avrà fatto sacco... e poi assicura

di scappar ratto per la via più stretta,

e lì pianta i panioni e la civetta.

 

Al Tribunal ritorna con gran fretta

con la speranza d'esser perdonato.

Alle sue scuse non vien dato retta,

comandan che sia presto carcerato.

E lui di nuovo in ginocchion si getta

e dice: - Fui tradito ed assaltato!

Contro la forza non giova la ragione.

Non è creduto a niente e va in prigione.


 E subito s'armaron mille persone,

perché Gnicche evase dalla gabbia.

Chi qua, chi là, soldati a processione

per rimetter l'uccello nella gabbia.

Ma di Gnicche dirò la sua intenzione:

che veglia il contadino con gran rabbia

dietro ad un poggio con fucile in mano

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