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16 Agosto 1817

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16 Agosto 1817

 

 

 

Giovanni Maria Salati. Quanti siete a ricordare immediatamente questo nome e a collocarlo prontamente nella storia? Non vi venga la tentazione di pensare che io lo potessi fare fino a qualche giorno fa; mi rendereste un merito inopportuno. Mai sentito questo nome. Perlomeno non prima di aver subito la suggestione scaturita dalla lettura dell’ultimo libro di Paolo Ciampi (Le Nuvole del Baltico) che dedica a questo nome ed all’uomo che lo porta una bella pagina del suo racconto

È una bella storia quella di Salati: giusta per i romantici, i sognatori, per quelli che credono nella libertà e nel suo significato e anche per quelli che assurgono un unico gesto a simbolo di una intera esistenza. La storia di Salati è una storia marginale, di quelle che finiscono come folkloristiche curiosità in qualche museo di provincia e in qualche coraggiosa toponomastica autoreferenziale o che si incagliano nella mente fantasiosa di quei viaggiatori infantili che si sono nutriti di Verne e di Salgari. Provo a raccontarvela.

Giovanni Maria Salati nasce nel 1796 a Malesco nella piemontese Val Vigezzo, a ridosso delle Alpi. È un montanaro che poco avrebbe lasciato di sé alla memoria collettiva del nostro paese se non avesse compiuto un’impresa che è contemporaneamente un primato, una beffa e un imperioso gesto di libertà. Un montanaro abituato alla povertà, alla durezza degli ambienti alpini. Lavora, come molti suoi compaesani, fin dalla più tenera età come spazzacamino (per chi è interessato è proprio della Val Vigezzo l’unico museo italiano dedicato agli spazzacamini). Una vita che, data la fatica che non ricambia materialmente se stessa, spinge a proiettarsi verso altri orizzonti, verso una miglior fortuna. C’è sempre un “altrove” per chi non si rassegna e Giovanni Maria il suo “oltre” lo immagina nella Grande Armée napoleonica (nell’armata italiana). Diventò fuciliere di marina ed in questo ruolo combatté a Waterloo. La grande sconfitta napoleonica lo racconta ai posteri ferito e prigioniero. Prigioniero in un pontone inglese (una sorta di enorme chiatta galleggiante) ancorato poco distante dalle scogliere britanniche di Dover a sadica rappresentazione di carcere temporaneo dal quale si presume (si presume) sia impossibile scappare.

E per chi come me ama Verne, Salgari, i fratelli Grimm, Stevenson, Jack London… insomma per quelli che viaggiano con la fantasia e attraversano le storie a bordo delle sensazioni è automatico chiudere gli occhi e sentire le emozioni di quel ventenne montanaro abituato agli sguardi che sfiorano il cielo, avvezzo ai venti alpini ed ai tempi montani che si dilatano nell’impressione di immensità. Ce lo vedo, e lo sento, su quella specie di piattaforma ferrosa con lo sguardo imprigionato dalle scogliere inglesi e dalla claustrofobica marina. Proprio mi identifico fino a sentire la rabbia, il senso di impotenza e… e la certezza che dalle prigioni si esce solo se non le hai nella mente! E allora anche quel pezzo di mare (La Manica e quello stretto che a seconda della nazionalità di chi lo guarda si chiama in modo diverso) non è più un ostacolo alla libertà. È improvvisamente una opportunità.

E la notte del 16 Agosto 1817 Giovanni Maria si tuffa: vola oltre il ferro del pontone e il giorno dopo arriva in Francia da uomo libero, da primo uomo ad aver attraversato a nuoto La Manica e da montanaro nuotatore che (ironia della sorte) aveva imparato a nuotare nei pomeriggi estivi nelle acque gelide dei torrenti alpini e nelle marmitte glaciali dei suoi paesaggi natii. Morirà nel 1879 nei dintorni di Parigi dove poi, quella fortuna un po’ meno faticosa, l’aveva trovata facendo quello che sapeva fare: lo spazzacamino. E diventando con il tempo un “fumista”. La Federazione Italiana Nuoto lo onorerà eleggendolo ad iniziatore della disciplina del fondo; Malesco gli dedicherà un monumento ed uno spazio tutto suo nel museo del paese. Ma i più non conoscono la sua storia.

Per i veri conoscitori della storia dello sport, infatti, il primo uomo ad aver attraversato a nuoto la Manica è Matthew Webb, un ufficiale della Marina Mercantile Britannica, che coprì lo spazio tra Dover e Calais (circa 34 Km) il 24 Agosto 1875 in poco più di 21 ore. Sappiamo tutto di questa impresa: a che ora partì il capitano e quale era il colore del suo costume, a che ora toccò la terra francese, chi c’era a salutarlo alla partenza ed all’arrivo, come fu accolto e cosa avvenne nei giorni successivi. Sappiamo anche che Webb morì nel luglio del 1883 nel tentativo di attraversare a nuoto le cascate del Niagara nonostante fosse considerata da tutti un’idea suicida. Se si vive solo di primati è facile che, alla fine, si possa perire in qualche tentativo di superare un qualsiasi primato che faccia notizia (Hýbris, la chiamavano gli antichi greci, l’arroganza degli eroi che perdevano il senso del limite) ma è anche probabile che per quella morte ci si possa guadagnare impropriamente l’appellativo di “eroe”. Poco sappiamo invece della esperienza e dei pensieri che attraversarono la mente di Salati. Cosa pensava Giovanni Maria bracciata dopo bracciata? Avrà temuto di non farcela? Avrà avuto paura o ha nuotato felice sapendo di potercela fare? Avrà sofferto il freddo, la sete, la fame? E a chi avrà voluto consegnare la memoria di quelle ore? Ad un figlio? Un’amante? Il miglior amico? Certo non lottava per un semplice primato sportivo e certo non avrà immaginato se stesso nelle vesti di un eroe. Forse neanche per un attimo ha pensato che stava compiendo un’impresa che in molti dopo di lui hanno arricchito di prove e di primati (il primo attraversamento femminile, quello con andata e ritorno, quello notturno, quello invernale… etc) e che, compiendola, beffava la certezza carceraria che gli inglesi avevano assegnato al loro campo di concentramento galleggiante.

E riflettendo anche a me – come a Paolo Ciampi – viene in mente la canzone di Francesco Guccini, “La Locomotiva”, mi suona in testa una frase di quella canzone: “Gli eroi son tutti giovani e belli”… forse sì! Ma forse tutto questo è vero perché gli eroi in fondo raramente fanno in tempo ad invecchiare. Alcuni (anche se non tutti) muoiono prima nel tentativo di realizzare il loro personalissimo primato: quello di entrare nella storia per un qualsiasi motivo che faccia parlare di loro e delle loro gesta. I Matthew Webb rimangono nella storia anche per la loro morte e siamo in pochi a pensare che nella storia ci dovrebbero stare i Giovanni Maria Salati, che moriranno pure vecchi, ma dopo averci insegnato che la libertà è una meta che a volte raggiungiamo scommettendo la vita sulle nostre capacità e sulla nostra volontà.

Sarò forse poco romantica, ma ad un eroe morto per onorare se stesso preferirò sempre un uomo vivo che lo è ancora in virtù del suo ideale di libertà.  

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