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IL CACCIATORE DI OMBRE: Intervista a TITO BARBINI

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IL CACCIATORE DI OMBRE: Intervista a TITO BARBINI

Venerdì 16 Dicembre (alle ore 21) presso il Circolo Artistico (in Corso Italia ad Arezzo), Tito Barbini sarà presente, insieme ad Andrea Bocconi all’incontro dal titolo: PARTENZA DA AREZZO PER DESTINAZIONE ALTROVE

 

 

Nel corso della serata (alla quale tutti siete invitati) i due autori presenteranno i loro ultimi lavori:

«Il Cacciatore di Ombre» (Tito Barbini)

«India formato famiglia» (Andrea Bocconi)

Relatore della serata Francesco Maria Rossi e letture di brani da parte di Fernando Maraghini

Il tempo di certi percorsi si misura solamente con la distanza che metti tra la scelta di andartene e il futuro che ti aspetta [Tito Barbini  «Il Cacciatore di Ombre», Vallecchi Editore]

Cacciare le ombre è un gioco da bambini; lo avete mai giocato? Se sì, provate a ricordarne la sensazione: corri sapendo di inseguire un altro te stesso ma dandogli di volta in volta un ruolo diverso. Non me ne voglia Tito se paragono il suo libro al gioco di un bimbo ma comprenda, piuttosto, che in questo paragone c’è tutta la bellezza del viaggio interiore che ha compiuto nel suo incontro con Don Patagonia. Un altro sé stesso che lo riconcilia con la sua ombra: un missionario esploratore e sognatore che la sua terra sembra non voler ricordare.

Il cacciatore di ombre non è un solo viaggio; è cento viaggi insieme che si snodano negli incontri e negli occhi dei personaggi con i quali Tito dialoga per ricostruire una storia che rende ragione della straordinaria esistenza di Don Alberto Maria de Agostini (o Don Patagonia): il salesiano missionario, esploratore, sognatore, appassionato del volo, della fotografia e dell’uomo, documentarista e scrittore, cartografo e geografo.

Cento viaggi insieme nell’incontro con i preti salesiani che, a volte, non trattengono l’amarezza; con le madri di Plaza de Mayo e la loro tenacia; nelle piccole e preziose librerie che non reggono l’impatto con la contemporaneità e la fretta del consumo. Tanti viaggi per incontrare gli scrittori e gli scienziati che hanno raccontato la Patagonia e che hanno volato nei cieli dell’Argentina fino alla Terra del Fuoco. Viaggi dentro le “riserve” per gli Indios: quelli che la nostra cultura politicamente corretta definisce con la parola “estinti” ma che la storia ci rimanda brutalmente e metodicamente trucidati e quelli che ancora tentano di difendere la loro terra dalla voracità delle multinazionali. Viaggi dentro le immagini di treni che si srotolano in quella terra che sembra proiettarsi nel nulla e all’infinito, fatta di vento e di paesaggi senza orizzonti. E alla fine (o forse all’inizio) un arrivo da cui ripartire per riappropriaci della memoria, della storia di vita di un uomo che ha voluto lasciarci testimonianza dell’esistenza di un popolo attraverso foto (qui alcune foto  tratte dal sito di Tito Barbini)  libri e film muti e che il libro di Tito Barbini ci restituisce in tutta la sua preziosa umanità.

C’è qualcosa che incanta in questo diario della ricerca, c’è qualcosa che lascia dentro il senso profondo della nostalgia per i propri talenti inespressi e per quelli che non sappiamo neppure di avere: perché l’ombra verso la quale tende  il bambino correndo è in fondo quel se stesso che lo costringe a correre verso il futuro. A noi la scelta se voler alzare gli occhi dall’ombra per coglierne il messaggio o costringerci ad una perenne nostalgia. E alla fine del viaggio di Tito una risposta si trova: nel cacciatore che lascia l’ombra per trattenere l’impronta.

INTERVISTA

Tito Barbini è nato a Cortona nel 1945 ed attualmente risiede ad Arezzo. Tito, sindaco di Cortona a poco più di vent’anni, ha dedicato la propria vita, per quasi quarant’anni,  alla politica attiva ed all'impegno nelle istituzioni amministrative. Poi abbandona la politica (ma non l'impegno civico) e adesso si occupa di lettura, scrittura, viaggi e sogni. Ha pubblicato anche «Le nuvole non chiedono permesso» (2006), «Antartide. Perdersi e ritrovarsi alla fine del mondo» (2008), «Caduti dal Muro» (2009 – qui recensito),  «I giorni del riso e della pioggia» (2010)

(il blog di Tito Barbini «Le nuvole non chiedono permesso» contiene splendidi album fotografici e coinvolgenti brani letterari; all’interno anche album dei viaggi in Patagonia e le fotografie di Don Alberto de Agostini).

Laura – Ho una curiosità urgente che mi viene da una affermazione contenuta quasi all’inizio del tuo racconto: in Patagonia lo hai trovato il continente nascosto che ti porti dentro?

TITO –  Credo di si. Per me è un luogo dell’anima. Quando hai la sensazione di appartenere a un luogo come questo vuol dire che davvero hai fatto un bel pezzo di strada. Intendo, naturalmente, un bel pezzo di strada nei territori della tua anima. In Patagonia guardo spesso indietro senza che questo mi impedisca di gettarmi nel futuro. Passato e futuro, in tutti i miei libri, sono due facce della stessa medaglia.

Un tempo – lo capisco sempre di più e lo capisco meglio proprio stando in Patagonia – sia il passato che il futuro (il mio passato e il mio futuro) erano qualcosa di molto spazioso, ma in fondo appena sufficiente per contenere quello che troppo spesso ho chiamato passione e scambiato per passione, pur essendo solo egoismo. E quell’egoismo l’ho contrabbandato in molte forme, ma soprattutto in due, che ho tenuto sempre ben strette, come se non mollarle fosse questione di vita e di morte. Parlo della politica, parlo dell’amore. E ora di tutto questo cosa mi rimane? Molto di più di quanto ho lasciato. Al cospetto degli spazi e delle solitudini della Patagonia e della Terra del Fuoco è più facile tentare bilanci. Non è che in ogni caso siano complicati, basta essere onesti con se stessi.

Laura – Perché hai scelto di viaggiare per incontrare Don Alberto? Cosa ti ha colpito nella sua storia tanto da andare fino all’estremità della terra per conoscerlo?

TITO –   Nel 2006 viaggiavo verso l’Antartide.  Nelle ore lasciate libere dal mio incanto antartico mi lascio andare alla lettura di libri che trovo nella piccola biblioteca del rompighiaccio.  Narrazioni dedicate ai viaggi, alle esplorazioni, alle imprese marinare e ai naufragi Fra tutte mi ha colpito un’autobiografia, che assomiglia molto a un diario. Si chiama «I miei viaggi nella Terra del Fuoco» e l’ha scritta padre Alberto De Agostini nel 1923.

Non so a quanti questo nome possa dire qualcosa oggi in Italia, a me, in quegli anni, non diceva molto. Più probabile che per tutti si accenda una lucina ripensando a un altro De Agostini che, personalmente, mi riportava tra i banchi della scuola elementare. Alberto De Agostini era il fratello minore del De Agostini più conosciuto, quello che avrebbe fondato la casa editrice che ci ha portato il mondo a casa.

Sono tornato per anni in Patagonia e nella Terra del Fuoco alla ricerca di De Agostini. Questo misconosciuto salesiano ha scalato montagne, scoperto ghiacciai, percorso migliaia di chilometri a piedi per documentare la geografia degli ultimi lembi del mondo, salvato dall’oblio la vita di interi popoli che sono rimasti almeno nelle sue ventimila fotografie. Un viaggiatore raro e fantasioso che forse ha messo più passione nell’arrampicarsi sulle vette innevate che nel convertire gli abitanti della Terra del Fuoco.

Arrivò in Patagonia e la raccontò molto molto prima di Bruce Chatwin. Tanto per dire: negli stessi anni da quelle parti si aggirava lo scrittore Antoine Saint-Exupéry che lavorava al corriere postale aereo per Punta Arenas e che solo diversi anni più tardi avrebbe scritto «Il piccolo principe».

Don Patagonia, l’hanno chiamato in Argentina e in Cile. E le foto, le raccolte messe insieme da questo sacerdote oggi sono gelosamente conservate in diversi musei della Terra del Fuoco. Ho avuto modo di vederle. Però di lui non avevo mai letto nulla. Ho ripercorso assieme a lui le pagine che ha scritto ma soprattutto ho viaggiato con lui.

Laura – Perché ci siamo scordati di Don Alberto? O – meglio – perché troviamo scomodo ricordarcelo?

TITO – Perché non è stato capito e aiutato dai suoi confratelli. L'eterna lotta e l'ambiguità tra luce ed ombre: la storia del mondo. Alberto Maria de Agostini, Don Patagonia, visse sulla propria pelle queste contraddizioni. A suo modo rivoluzionario discreto ma tenace, amico e non solo pastore delle genti che incontrò a imparò a rispettare pur nella loro incredibile differenza, si batterà fino alla fine per evitare il massacro dei nativi dell'America Australe che si consumava di fronte ai suoi occhi. Una posizione coraggiosa e anche scomoda per i suoi superiori,  rispetto ad un abito che ai tempi suggeriva di seguire percorsi diversi, spesso ben lontani dalle ragioni che Don Patagonia aveva maturato venendo così a contatto con quelle tribù rimaste indietro nel tempo, ma non meno sagge. È incredibile riflettere sulla vicinanza di questi eventi. Con il viaggio non mi imbarco sui galeoni spagnoli dei Conquistadores alle porte del 1500; il viaggio con De Agostini, è affrontato sulle “tecnologiche” imbarcazioni di appena un secolo fa, storia recente, quando già la modernità aveva raggiunto i suoi risultati migliori, evidentemente in scienza, non umanità. Un diario di un viaggio lungo cento anni.

Laura – Cos’hanno in comune l’ex militante comunista ed il prete salesiano?

TITO –  Alla fine hanno molto in comune. Due cacciatori di ombre. Quali ombre e in quale tempo? Bisogna leggere il libro per scoprirlo.

Laura – Sai cosa mi viene fatto di pensare? Che ogni lettore troverà un’ombra diversa in un tempo diverso.

Nel tuo libro sostieni che le peggiori delusioni vengono dalle cose che non si sono fatte e non da quelle che facendole sono venute male. Tu cosa rimpiangi e che delusione riscatti attraverso il racconto della vita di Don Alberto?

TITO –  Ho già parlato del mio luogo dell’anima.   Faccio un bilancio e cedo alla tentazione di riaprire il discorso. Ogni volta cedo alla tentazione di riaprire la vita, di fare piazza pulita per ricostruire altro, a volte è bastato un fragile gesto della bellezza, una parola appropriata, un’emozione mascherata da felice intuizione. La passione mai appagata e mai spenta, di volta in volta sognata e mai vissuta veramente.

Tutti hanno qualcosa da rimpiangere perché il tempo che unisce e separa la vita delle persone ci conduce, quasi sempre, all’incontro con la felicità nel momento sbagliato. Credo, a esempio, che il sentimento dell’abbandono e del distacco pesi su tutti come un macigno. Credo che questo abbia molto a che vedere anche con il mio bisogno di viaggio, benché ancora non abbia la capacità, o il coraggio, di esaminare i contorni e la sostanza di questa relazione. I brutti ricordi vengono da soli e non ci possiamo fare niente, anzi. Spesso c’inseguono per anni fino a raggiungerci, per quanto lontano tu vada.

Laura – …la Patagonia non ha segni all’orizzonte e lascia dentro l’impressione del vuoto dove puoi compiacerti della libertà di non dover essere      qualcuno. È una citazione quasi letterale di un brano del tuo racconto. Chi è l’uomo che si nasconde dietro questa affermazione? E quanto hai pagato la schiavitù di dover essere qualcuno?

TITO – Penso che la risposta, a ben leggere, sia contenuta in ciò che ho detto precedentemente.

Laura – Forse sì, ma forse solo per chi conosce un po’ la tua storia! Fra tutti i viaggi che compi dentro questo libro ce n’è uno che mi entusiasma. Quello insieme a Saint-Exupéry. Cosa narra di te l’esistenza di questo scrittore?

TITO –  Amo lo scrittore e, come tutti, Il Piccolo Principe. Prima che scrivesse il suo libro Antoine  faceva il corriere postale in Patagonia.  Tento un intreccio di biografie, di storie minacciate dall’oblio del tempo, di testimonianze  civili. Compresa la mia.

Laura – Il tuo racconto in più parti contiene una condanna alla chiesa argentina ma – anche se più velatamente – alla chiesa che non riconosce la grandezza dei missionari che tu incontri nella tua ricerca di Don Alberto. Puoi esprimerci il tuo punto di vista?

TITO – Non solo la chiesa  e il suo atteggiamento nei confronti di Alberto De Agostini , ma tutte le ombre del potere. Sono le ombre lunghe che  si riverberano sulle coscienze civili annebbiate dall’arroganza del potere nelle sue varie forme (il regime, la chiesa assoggettata ai militari ma anche i sacerdoti che sono stati dalla parte giusta, gli invasori nel nome del progresso civile):  sono le ombre delle straordinarie foto di Alberto De Agostini, sono le ombre dei nativi, gli indios Alakalue, Yamana, Ona, depredati e uccisi in massa; sono le ombre dei figli della madri di Plaza de Mayo, che ancora oggi ci rivolgono la loro straziante domanda (“Donde estan?”);  sono le ombre degli emigranti del ‘900, di cui non si trova traccia neppure nei libri di storia. E sono anche le ombre di figure inedite e singolari come quella di Severino Di Giovanni, anarchico idealista di origini marchigiane,  fucilato negli anni ’30 per ordine del presidente argentino.

Laura – C’è un capitolo del tuo libro in cui il dramma della migrazione esplode dentro in tutta la sua dolorosa umanità. Ma che tipo di viaggiatore è un migrante…

TITO –  Il viaggio per un migrante è cambiamento totale, progetto di vita e di futuro. Abbiamo raccontato poco della nostra emigrazione nel secolo scorso.

Laura – Alla fine del tuo libro il lettore conosce davvero Don Patagonia e forse in lui rimarrà qualcosa di questo straordinario esploratore.  Quale aspetto di quest’uomo pensi che costituisca una grande eredità per i tuoi lettori?

TITO –  Vorrei che Alberto De Agostini venisse ricordato semplicemente come Don Patagonia. Alberto, insomma, non solo ci ha trasmesso la magia di questi luoghi, seppe trovare la voce anche per i loro orrori.

Un giorno, ormai molto anziano, tornò da quelle parti, per ripescare i sogni della sua gioventù di missionario ed esploratore. Ne ritrovò alcuni molto belli e attuali che ho cercato di tradurre nel mio libro.

Con lui qualcosa di nuovo è entrato nella casa della narrativa di viaggio, il rumore del vento e del mare in tempesta e le voci di migliaia d’avventurieri sperduti nelle pianure della Patagonia e nella desolata solitudine della Terra del Fuoco. Spesso e volentieri l’immaginazione non trattiene la virtù della modestia. E io raccontando questa storia posso davvero sentirmi a mio agio nei panni di uno qualsiasi di quei viaggiatori alla fine del mondo.

 

 

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