La ledership non basta mai: ma arcivescovo non è abbastanza?

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di Alessandro Artini

In televisione gli inviti alla vaccinazione sono reiterati costantemente e finiscono per creare una sorta di main stream. In questi anni di pandemia, la gran parte della società civile ha accolto le misure prudenziali stabilite dai vari governi con obbedienza e spirito di adattamento. Per indicare un tale atteggiamento, alcuni hanno parlato di una enlightened docility, una sorta di illuminata arrendevolezza o docilità. Eppure, nonostante un tale indubbio successo, c’è sempre una minoranza agguerrita di no vax, immune dal buon senso. Ci sarebbe da chiedersi se la ridondanza degli inviti al vaccino non abbia effetti avversi, tipici degli eccessi pubblicitari (pensate al Mobilificio Aiazzone di qualche anno fa). Ma, si dirà, la vaccinazione non ha nulla a che fare con le dinamiche di advertising. Già, proprio per questo, occorre che tali messaggi non siano univoci e monodirezionali, come quelli della pubblicità, ma che anzi mantengano un’attitudine dialogica, per affrontare i dubbi degli scettici.

Mi chiedo, tuttavia, come sia possibile che i singoli no vax tengano ferme le loro posizioni, nonostante l’ampio volume di messaggi contrari. Dietro una tale resistenza, è impossibile non considerare il ruolo di alcuni leader carismatici. Dentro whatsapp ho ritrovato il messaggio natalizio di uno di questi, l’arcivescovo ed ex Nunzio apostolico negli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò. Ho guardato nuovamente quel video.

Le immagini sono semplici e nel campo centrale c’è lo stesso Viganò, di cui si coglie solo la parte superiore del corpo. Alla sua destra, anch’essa in posizione centrale, la piccola statua di una Madonna, illuminata da una candela elettrica. Siamo in un ambiente ecclesiastico, probabilmente in una chiesa.

Viganò è un uomo anziano, ottantenne, ma dall’aspetto integro e privo degli acciacchi tipici dell’età. Ha uno sguardo grave e lievemente contrito; le sue mani si muovono lentamente e accompagnano con movimenti lenti e armonici il dipanarsi del suo discorso.

Pur senza un atteggiamento vemente, egli si scaglia con parole di fuoco contro “il nuovo ordine mondiale”, artefice di “un’odiosa tirannide” e di “un’assurda repressione”; contro il “siero genico”, rappresentato dal vaccino, che espone la vita di tutti coloro che ne accettano la somministrazione a conseguenze irreversibili, potenzialmente letali, particolarmente per i bambini. L’invito a resistere alla vaccinazione, nonostante “il martellamento degli insegnanti”, è esplicito e reiterato in maniera accorata, particolarmente per i genitori.

Ma egli si rivolge anche agli impiegati e ai lavoratori, agli artigiani e ai commercianti, poi ai militari e alle forze dell’ordine e infine ai medici e paramedici. A ognuna di queste categorie, “io vi dico” – così si esprime – “resistete!”.  E la resistenza, infine, vincerà, e verrà meno “la tenebra della frode” e, con essa, “il mondo infernale del nuovo ordine mondiale”.

Viganò ha un linguaggio fluido e corretto, cita frasi in latino e richiama i temi atavici della lotta del Bene contro il Male.

Ovviamente egli esercita una fortissima opposizione anche a Papa Bergoglio e alla Chiesa, che acconsente alle vaccinazioni, ma questa è ancora un’altra questione…

Ciò che conta, ai fini del mio discorso, è l’attenzione al ruolo di questa leadership, senza la quale la soggettività di molti no vax, a mio avviso, si sarebbe ritratta.

Si obietterà, che il cattolicesimo di Viganò si addice a un target preciso e segmentato di cattolici, ma il tono ieratico e solenne dell’uomo, soffuso di un’aura dolente e carismatica, ne fanno un vero leader.

Mentre scrivo, la televisione dà notizia degli esiti del Consiglio dei Ministri di ieri, 5 gennaio. Il governo Draghi si sta sfilacciando. Nel Consiglio sono emerse tensioni interne gravissime, che i partiti di questa improbabile maggioranza hanno inconsultamente provocato. Il sistema politico è chiaramente inadeguato alle difficoltà che il Paese sta vivendo.

Ad ogni modo, la questione di fondo è, anche in questo caso, quella della leadership, seppur molto diversa da quella di Viganò. Le problematiche economiche, infatti, si intrecciano indissolubilmente alla persona di Draghi. L’economia, che parrebbe essere una scienza hard, fondata sulla certezza dei numeri, in realtà è legata indissolubilmente a una dimensione che è del tutto volatile e instabile, come la fiducia. Il peso del nostro debito pubblico, l’evasione fiscale elevata, l’inadeguatezza del mercato del lavoro, l’aumento dell’inflazione e dello spread e tanti altri problemi insoluti non stanno degenerando in una crisi irreparabile, grazie al ruolo di garante internazionale dello stesso Draghi.

Draghi non è “l’uomo della Provvidenza”, ma è senz’altro un personaggio il cui lustro internazionale può mitigare i rigori economici cui la debolezza del sistema/paese si espone. Dunque, in questo momento, egli esprime ciò che Hegel aveva visto in Napoleone dopo la battaglia di Jena (1806), cioè l’incarnazione dello Spirito (“Ho visto lo Spirito del Mondo a cavallo!”). Lasciando da parte gli accostamenti retorici, credo che l’importanza di Draghi sia oggettiva e mi pare grave che lo stiano impallinando.

Ancora una volta emerge la questione della leadership che, per noi italiani, è senz’altro un problema irrisolto.