Un improbabile Caravaggio

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Il museo d’arte sacra di Camaiore non è tra i più noti tra quanti si possono incontrare nella provincia toscana e tuttavia come molti di questi racchiude in sé veri capolavori di pittura pre e tardo rinascimentale, di scultura –basti pensare solo alla straordinaria Vergine Annunciata opera di Andrea Civitali, scultore di notevole spessore, educato presumibilmente alla bottega di Antonio Rossellino (Settignano, 1427 – Firenze, 1479) e secondo il Dizionario Biografico degli Italiani “l’artista più importante del Quattrocento lucchese” nonché “il più notevole scultore in marmo dell’epoca attivo in Toscana e al di fuori di Firenze”, nonché di quelle opere che da arte di alcuni si tende ancora impropriamente  a definire di “arte minore” quali i  numerosi paramenti liturgici tra cui una mitria abbaziale ricamata in argento e oro, opera di maestranze fiorentine della prima metà del sec. XV, senza contare le croci astile in argento datate dal ‘300 all’epoca neoclassica, compresa quella proveniente da S. Maria Albiano (secondo decennio del XIV sec.), ritenuto il primo oggetto dell’arte orafa che presenta la tipica punzonatura con la pantera rampante, simbolo di Lucca; insomma questo Museo è diretta testimonianza  delle straordinarie ricchezze raccolte anche nei ‘piccoli’ musei e, in questo caso, anche di quali ambiti di reale religiosità incontrava chi si incamminava per i sentieri della via Francigena.

Però a dire il vero il motivo della nostra visita era dovuto in realtà ad un evento fuori dell’ordinario, cioè l’esposizione nella sala cosiddetta dell’Arazzo (una straordinaria manifattura fiamminga del XVI secolo raffigurante l’Ultima Cena e scene della Passione di Cristo) di un dipinto, vale a dire il San Giovannino disteso (Fig 1), presentato in pompa magna lo scorso 18 ottobre, senza alcuna remora, come opera di Michelangelo Merisi da Caravaggio.che grazie all’associazione culturale Art Promoter è possibile vedere fino al 31 dicembre facendo tappa in Versilia.

San Giovannino disteso

E’ noto a tutti quale sia l’irresistibile richiamo del geniale artista – di cui ricorre quest’anno il 450esimo anniversario della nascita- capace come pochi altri di attirare l’attenzione oltre che degli addetti ai lavori anche di molti amanti delle belle arti e perfino di masse di semplici curiosi, attratti da quanto si è tramandato della sua vita disordinata e spesso violenta, ma soprattutto dalla originalità delle sue tele che com’è noto rivoluzionarono la storia dell’arte. Per questo si può comprendere l’interesse delle istituzioni camaioresi ad ospitarne un possibile – per quanto improbabile, come diremo – quadro. E tuttavia chi si occupa dello studio della vicenda biografica e artistica del pittore sa bene che con le attribuzioni che lo riguardano tocca andarci con i piedi di piombo.

Ed in effetti, già da una prima osservazione diretta, l’idea di trovarci di fronte ad un capolavoro è del tutto evaporata ridimensionandosi a favore di una copia, probabilmente coeva, realizzata da un seguace stretto del genio lombardo. Va certamente riconosciuto che il dipinto ha sofferto di vari malsani restauri e ritocchi precedenti che ne hanno compromesso la stesura deprivandolo in buona parte della materia originale al punto che oggi ne esce ostacolata una sia pur sommaria analisi anche solo visiva, e però quello che si può capire in termini di ductus e di tecnica realizzativa porta a escludere – almeno a parere di chi scrive- che vi sia impegnata la mano del Maestro.

Senza contare che la stessa vicenda del dipinto raffigurante il San Giovannino disteso non è priva di lati da chiarire e si ricollega agli ultimi tempi della vita del Merisi, allorquando nel tentativo di rientrare a Roma via mare da Napoli venne arrestato a Palo e perse di vista la ‘feluca’ che trasportava “doi S. Gioanni del Caravaggio” – com’è scritto negli atti-  oltre ad una Maddalena e con tutta probabilità, altri quadri non rintracciati. Com’è noto dalla biografia dell’artista scritta da Giovanni Baglione, un pittore dell’epoca suo rivale, Michelangelo Merisi sarebbe infine morto – “malamente, così come malamente era vissuto”-,  forse per malaria sulla spiaggia di Porto Ercole nel disperato quanto folle tentativo di raggiungere a piedi l’imbarcazione che conteneva i tre dipinti che sarebbero stati donati al papa Paolo V Borghese, e grazie ai quali questi avrebbe cancellato la condanna a morte cui l’artista era incappato a seguito dell’omicidio del rivale Ranuccio Tomassoni, consentendogli di tornare a Roma, allora centro focale delle arti.

Due noti studiosi esperti di Caravaggio, purtroppo scomparsi da alcuni anni, Maurizio Marini e Vincenzo Pacelli (autore quest’ultimo del ritrovamento dei documenti che attestano la presenza – dopo la morte del Maestro- dei due San Giovanni e della Maddalena nella casa napoletana della marchesa Costanza Colonna, sostenitrice ed amica di Caravaggio) hanno sostenuto in pubblicazioni e saggi assai ben argomentati che il San Giovannino disteso fosse uno dei “Doi S. Gioanni” presenti sulla feluca e che l’originale sia quello oggi in una collezione a Monaco di Baviera.

Dunque, quello sub judice esposto a Camaiore, proveniente da Malta, altro non potrebbe essere che una copia di quello di Monaco di Baviera (ammettendo che  questo sia l’originale, cosa che però alcuni fra gli esegeti di Caravaggio non contemplano) e se si considera quanto il Merisi fosse contrario a concedere a chicchessia la possibilità di copiare i suoi capolavori, si deve ritenere che il dipinto di Camaiore possa essere -ancorché coevo- però di qualche anno successivo alla scomparsa dell’artista, avvenuta nel 1610.

Come si vede, al di là di questa ultima considerazione prossima alla certezza, siamo nell’ambito delle ipotesi, cui occorre aggiungerne un’altra, vale a dire che possa esistere da qualche parte, ancora ignota, una versione originale del San Giovannino ancora da scoprire.