Sono cose che passano

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di Alessandro Artini

Il romanzo di Pietrangelo Buttafuoco, “Sono cose che passano” (La nave di Teseo, 2021), narra una storia che si dipana negli anni Cinquanta del secolo scorso. Nonostante la continuità della narrazione, essa sembra comporsi di tre parti, apparentemente distinte.

Quella in cui Ottavia, la principessa di Bauci, sposa Rodolfo Polizzi, uomo di dubbia nobiltà, ma di certa ricchezza (la “roba” di cui racconta il siciliano Verga, corregionale di Buttafuoco) e comincia la sua vita nella cittadina di Leonforte, nella quale verrà raggiunta da un’amica inglese, Lucy Thompson, compagna di studi nello stesso college frequentato da Ottavia e, come quest’ultima, di nobili origini. Poi Rodolfo inizia a star male e la sua malattia, originariamente sottovalutata, si complica fino a degenerare.

La seconda parte del romanzo descrive la fase che precede la morte di Rodolfo, con l’intreccio di relazioni della piccola comunità di familiari e amici che ruota attorno al malato (Ottavia, la matriarca Tina dal pessimo carattere, Lucy, il medico, ecc.) e si espande fino a coinvolgere, come una sorta di antico coro, l’intera popolazione di Leonforte.

Infine, c’è una terza parte, quella in cui Ottavia rivela alcune sue intime e mai disvelate verità a Carlo Delcroix, un eroe di guerra, cieco e mutilato, in una sorta di confessione almeno all’apparenza redentiva.

Mentre la prima parte scorre lievemente, come in una sorta di commedia, che tuttavia descrive incisivamente le caratteristiche della personalità dei protagonisti, in un’atmosfera di amicizie femminili, fatta di confidenze giovanili, di pettegolezzi, di attese matrimoniali e di speranze (contro le quali si staglia, in controluce, la matriarca Tina, dai modi rozzi e aggressivi), la seconda assume un aspetto quasi tragico. Ottavia accompagna, con la compostezza di una nobildonna ferita dal destino, i momenti di sofferenza di Rodolfo, prodromici alla morte. L’inanità degli sforzi sanitari e il progressivo inabissamento delle speranze di guarigione sono affrontati da Ottavia con una sorta di stoicismo, che la rende ammirevole e stimabile agli occhi dell’intera popolazione. Anche Tina, piegata dal dolore, assume un atteggiamento completamente diverso rispetto alla sua precedente rozzezza, omaggiando la dignità della figura di Ottavia, che accompagna Rodolfo nell’estremo viaggio facendolo sentire amato. La vedova, poi, viene riconosciuta da Tina come la sua unica figlia, ormai padrona dei beni familiari e “terrosi” dei Polizzi, che mostra di saper gestire con mano ferma e sapiente, nonostante la sua giovinezza e il dolore subito. Con la piena condivisione della vecchia Tina, ormai diventata una derelitta priva di volontà, ella decide di portare a compimento la costruzione di una villa, situata in una località di campagna, detta dei Russi e che Rodolfo, quando era ancora in vita, aveva deciso di donarle. Il lavoro viene condotto alacremente, assieme a una squadra di muratori, da Oreste, il capomastro, con il quale Ottavia ha un’avventura.

Nella terza parte, entra in scena il Delcroix, un personaggio reso sacrale dai leggendari trascorsi militari e dalle profonde menomazioni subite. La sua aura di superiorità morale pare scatenare, in Ottavia, il desiderio irrefrenabile, fino a quel momento represso, di raccontare le sue verità e la sua autentica identità e, improvvisamente, il romanzo pare diventare una sorta di thriller, con una trama delittuosa e la possibile identificazione di un assassino. A questo punto, però, Buttafuoco costruisce uno scenario di possibili epiloghi che non consentono di intuire subito la conclusione della storia, né gli esiti personali di Ottavia.

Nonostante la tripartizione della storia (una scansione mia e del tutto soggettiva), il romanzo non registra alcuna soluzione di continuità. Ma l’organicità del testo, nel continuum della trama quasi affabulata da Buttafuoco, deriva, più che dalla vicenda in sé, dai tempi della narrazione, che appaiono distesi, descrittivi e accompagnati da soffuse atmosfere. Anche se la storia di Buttafuoco vive nella modernità del secolo scorso, la Sicilia pare regolarsi sotto l’egida di un duplice metronomo, quello antico che scandisce i cicli del mito, replicantisi eternamente, e quello più recente, che ritma una vita accelerata, all’insegna delle auto e della scienza, anche di quella medica, che, pur inutilmente, interviene nella cura del paziente Rodolfo. Del resto, neppure adesso è una novità che, in Sicilia, tempi arcaici e postmoderni si sovrappongano…

La scrittura di Buttafuoco si nutre di miti e di figure archetipiche, ancorché non sempre esplicitati. Così egli ci presenta la Morte e il Famelico (cioè il demoniaco), espressione di quella dimensione del negativo che caratterizza inevitabilmente la nostra vita. Assieme a questi antichi archetipi, Buttafuoco ci ripropone le antiche divinità della Magna Grecia, che integrano la fisicità del cosmo con l’antica metafisica. La sua scrittura è fluida e immaginifica e il suo stile è giocoso e inquietante al tempo stesso, richiamando le trame intellettuali, paradossali ma affatto verosimili, del premio Nobel siciliano Luigi Pirandello.

Parleremo di questo libro con Buttafuoco, venerdì prossimo 26 novembre, alle ore 17.30, al Teatro Pietro Aretino in Via Bicchieraia, assieme a Silvia Neri, membro del CdA della Biblioteca e alla professoressa Milena Micillo, dell’ITIS “Galilei”. Come nel precedente incontro con Caporiccio, la presentazione del libro sarà preceduta da alcuni brani musicali eseguiti da studenti del Liceo Musicale “F. Petrarca”.