Sorelle per sempre. Il codice dell’anima

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di Alessandro Artini

Noi siamo ciò che siamo per gli stimoli dell’ambiente o per l’attuazione del nostro codice genetico? È la cultura che ci forma oppure la natura? Questi sono alcuni quesiti antichi, contenuti implicitamente nella storia delle due sorelle di Mazara del Vallo, Caterina e Melissa, scambiate in culla dalla nascita e assegnate rispettivamente alla famiglia “sbagliata”.

Mauro Caporiccio, in “Sorelle per sempre” (Rizzoli, 2021), ci racconta la vicenda con uno sguardo oggettivo e forse crudo, per la capacità di entrare nei meandri più intimi del cuore umano, rivelandone anche i lati più inquietanti, e contestualmente con l’intelligenza appassionata di chi, per mestiere (egli è uno scrittore e sceneggiatore televisivo), si getta in una storia per scoprirne la grammatica dei sentimenti e il senso che ne connette gli eventi.

Tutto inizia con l’errore “innocente” di una maestra, che, al termine di una mattina di scuola materna accompagna due bambine alle madri, senonché, confidando sulla somiglianza a prima vista di queste ultime con le figlie, si accinge a consegnare loro le bambine “sbagliate”. Nulla di male, perché ciascuna madre può correggere l’errore, riprendendosi la propria figlia, quella “giusta”. Ma l’istinto della maestra ha sbagliato?

Guarda caso le bambine hanno la stessa età, anzi esse, più precisamente, sono nate nello stesso giorno, alla stessa ora, con pochi minuti di differenza. Nello stesso ospedale. Spesso gli errori, nella nostra vita, servono a illuminare uno spaccato di verità, come i lapsus linguae. Altre volte sono un vero e proprio affondo nell’inconscio, che, all’apparenza irrazionale e inspiegabile, scopre le carte del gioco. Intuizioni, visioni. Insights, dicono gli americani. Ma gli errori come i virus – e come la verità – hanno una portata epidemica e anche una delle due madri, Marinella (l’altra si chiama Gisella), ne viene contagiata. Dapprima in forma lieve, ma insistente, poi con dei sintomi sempre più forti, quasi ossessivi e reiterati, come una vera e propria febbre. Marinella è di complessione cagionevole, perché indebolita da alcuni ricordi. Così il dubbio si insinua, come un virus: ella rammenta di aver ricevuto, subito dopo la nascita, nelle braccia, la figlia vestita con un abitino da neonata che non era il suo. Uno scambio di abitini, secondo l’infermiera…

La maestra, poi, le ha mostrato la bambina, quella non sua, che tuttavia assomiglia straordinariamente alle altre sue due figlie, Lea e Perla.

Marinella è consapevole che un tale dubbio, se fosse fondato, avrebbe conseguenze devastanti: Melissa è una creatura amata teneramente non solo da lei, ma anche dalle due sorelle e dal padre Franco, per il quale la famiglia e le tre figlie sono il bene primario della sua vita. Però quella bambina, quella estranea, che si chiama Caterina, possiede pure lo stesso taglio degli occhi di Franco… Come sono possibili tutte queste somiglianze?

La verità si sa, è anzitutto una passione, che non viene meno fino a che non è soddisfatta. In altri secoli, le donne e soprattutto gli uomini, non potendo colmare la sete di verità (il test del DNA viene scoperto nel 1984), si rassegnavano e la vita continuava i suoi percorsi, ma adesso il metodo per raggiungerla è a disposizione. E l’animo di Marinella non si placa.

Forse non è neppure vero che è questione di scienza, perché anche Edipo, in un’altra e ben differente storia, non demorde dalla sua ricerca di verità, nonostante fosse stato invitato a lasciar perdere dalla moglie/madre Giocasta. La verità è un istinto e Marinella lo sente come una forza primigenia, inesauribile. La stessa pulsione della maestra.

A un certo momento, dopo una serie di eventi che si incrociano anche, inevitabilmente, con la sfera giuridica, due famiglie, stordite dal dolore, prendono progressivamente coscienza che all’ospedale di Mazara del Vallo è stato compiuto un errore. Ma come porvi rimedio?

Le famiglie, cioè l’ambiente, hanno creato legami profondi, affetti, modelli comportamentali, ruoli all’apparenza indelebili e tanto altro. Melissa e Caterina sono state accolte con ogni cura dai loro rispettivi network parentali, godendo di autentici e profondi sentimenti di amore, che paiono farsi un baffo della genetica e dello ius sanguinis. Ma la genetica non è acqua e afferma il suo dominio sul terreno delle somiglianze fisiche e dei modi essere: oltre a somigliare fisicamente alle sorelle, Caterina è inquieta, agitata, proprio come Lea e Perla. Che non a caso sono le sue due sorelle “naturali”. Melissa, invece, è una bambina tranquilla.

Forse dietro alla ricerca di verità, che muove l’animo di Marinella, c’è anche una qualche fingerprint o semplicemente il vincolo del sangue, come direbbe il nonno di Melissa, quello vero, cioè Baldo. Proprio quest’ultimo, che si rivela uno straordinario pater familias, assume la guida delle due famiglie allo sbando. Senza le sue sagge indicazioni, la verità, come per Edipo, avrebbe potuto ingenerare la tragedia, fino a provocare le macerie nell’anima delle bimbe e dei genitori. Baldo invita le due famiglie nel suo baglio, nel cortile della sua masseria, dove, tra gli alberi, i campi e con e le galline e i polli, tutte e quattro le bambine fanno amicizia, perché la natura se ne frega dei ruoli e delle relazioni, cioè dell’educazione offerta dall’ambiente familiare. Ma la natura non si cura neppure della genetica stessa, che è una scienza troppo pretenziosa. Ciò che determina ciò che siamo, direbbe il grande psicoanalista James Hillman, è il codice dell’anima, sulla scia dell’insegnamento platonico. Né la cultura, né la natura. Ma torniamo a noi. Ebbene, a un certo momento accade che per le quattro bambine ciò che conti sia giocare assieme e divertirsi, senza sottilizzare su chi è sorella o figlia di chi.

Tutto risolto, dunque? No certamente e chiunque abbia una figlia o un figlio si metta nei panni di una delle due madri (o di uno dei due padri, se vuole) e pensi se, a un certo momento della vita, avesse dovuto staccarsi dalla figlia o dal figlio stesso… Cosa resterebbe della sua vita? Cosa accadrebbe di quella della bambina o del bambino?

Beh, le cose non vanno a finire male, come si ricava dal titolo del libro, ma non vado oltre a raccontarle, perché ce le narrerà Caporiccio stesso, il prossimo giovedì 18 novembre, alle ore 17.30, presso il Teatro Pietro Aretino di Via Bicchieraia 32. L’autore, infatti, è stato invitato, per il nuovo ciclo di “Scaffali”, dalla Biblioteca della nostra città, dalla Fondazione “Guido di Arezzo” e dalla libreria Edison. Il tutto sotto l’egida del Comune di Arezzo e con il supporto musicale degli studenti del Liceo “Francesco Petrarca”.