Una società iperinformata che rischia di morire di ignoranza

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di Alessandro Artini

Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale, ha pubblicato recentemente per il Mulino, un breve saggio dal titolo “Intellettuali”, in cui cerca di rispondere alle domande su chi siano questi ultimi e come sia cambiato il loro ruolo, ai tempi della globalizzazione e di Internet.

Potremmo iniziare ad affrontare il tema, cercando una definizione per l’autore del saggio, ovvero Cassese stesso, che è sicuramente un fine intellettuale. Potremmo qualificarlo come un “erudito”, se non fosse che il termine ha assunto, con il tempo, un significato via via più negativo, talché oggi predomina, nel suo uso, una certa valenza irridente.

Per Nicolò Tommaseo, nel suo celebre Dizionario, il termine aveva un significato prevalentemente positivo: è erudito “chi non solamente è dirozzato nella notizia di tale o tal disciplina, ma ne ha cognizioni più che sufficienti”. Tuttavia, lo stesso Tommaseo poneva una distinzione tra colui che è dotto e colui che è erudito e con essa ci avvertiva del possibile slittamento semantico. Infatti, mentre il primo si confronta dialetticamente con il pensiero degli altri, il secondo può “avere larga copia d’idee proprie, e non conoscere le altrui”. Per questi motivi, non definirei Cassese come un erudito, perché non equivarrebbe, per il senso comune, a fargli un complimento e tuttavia il tema di questo scivolamento di significato verso il basso è già un modo per cominciare a parlare della questione degli intellettuali, i quali, con la loro erudizione, non paiono disporre di un buon credito sociale. Ma procediamo per ordine.

Beppe Grillo, nel luglio del 2018, suggeriva di abolire le elezioni, perché, con il maggioritario vigente, l’effetto principale era (ed è) di mantenere i politici “inchiodati” alle poltrone in Parlamento per trenta o quaranta anni. Meglio sarebbe stato affidarsi a persone scelte con un sorteggio casuale, le quali, in Parlamento, avrebbero potuto prendere le necessarie decisioni politiche o, in sede locale, votare per eleggere, ad esempio, il sindaco di una città. Cassese obiettava che nessuno di noi si affiderebbe casualmente a un idraulico, per un’operazione chirurgica o per pilotare un aereo. Come nella vita le persone si distinguono per capacità, così sarebbe opportuno avvenisse anche per la politica, che dovrebbe demandare le decisioni più importanti a persone esperte. A quel punto, Grillo ribatteva che potremmo adottare dei blockchain per la politica, cioè appositi registri condivisi e immodificabili, che consentano di sorteggiare, tra i cittadini iscritti, chi dovrebbe assumere tali decisioni, per un tempo limitato. Stigmatizzava, infine, chi non comprendeva i cambiamenti in atto, dettati dalle nuove tecnologie informatiche, come uno stupido, anche se istruito. Così è entrato nel dibattito il tema degli “stupidi istruiti” (ancora più stupidi, a rigore, se eruditi) che, in nome di un principio egualitario (“uno vale uno”), sarebbero dovuti sparire dalla scena politica.

Sono trascorsi pochi anni da quel dibattito e gli effetti di quelle teorie si sono avvertiti nel paese (si pensi all’acquisto dei banchi con le rotelle…), ma il giudizio sugli intellettuali forse non è mutato. Certamente la qualità della classe politica odierna non aiuta a sperare nell’affermazione di una imminente “epistocrazia”, ovvero di un governo di persone competenti (forse è per questo che ci siamo affidati o siamo stati costretti ad affidarci a un super tecnico, come Draghi, esterno alla politica), ma la querelle sul ruolo degli intellettuali è tutt’oggi importante e può orientare le nostre scelte future.

Cassese racconta l’origine del termine “intellettuale”, da Emile Zola (che denuncia “l’Affaire Dreyfus”), fino ai giorni nostri, in cui Google sembra rimpiazzare la funzione degli intellettuali, grazie al dominio della “memoria transattiva”, che si affida alle informazioni del web (e che, purtroppo, induce nelle persone una certa pigrizia cognitiva).

Nei vari momenti storici, gli intellettuali hanno dimostrato di possedere, in diversa misura, alcune qualità. La prima è quella di avere un “istinto esplorativo”, di comprendere cioè i cambiamenti in atto e di intravedere quelli appena germogliati, che possono fiorire in futuro; la seconda è quella di fare i conti con il passato, riconoscerne la presenza e superarlo; la terza è la qualità del cosmopolitismo, inevitabile in un mondo ridotto dalla globalizzazione, mentre la quarta è “l’intima dedizione al proprio compito e una grande probità”.

Queste doti, tuttavia, presuppongono una fondamentale libertà, quella del free speech, che è il diritto più limitato da tutti i regimi autoritari, compresi quelli odierni (ogni riferimento alla Turchia, alla Russia o alla Cina non è casuale).

Per Eugenio Garin, i compiti degli intellettuali sono i seguenti: usare e illustrare con cura le parole; ricostruire il passato; “svegliare” le coscienze, perché molte persone guardano il mondo solamente dal posto in cui vivono (“somewhere”); offrire una prospettiva d’interpretazione dei fatti; usare in modo pubblico la ragione; fare anche delle proposte, oltre alle critiche e, infine, guardare il mondo in un’ottica cosmopolita.

Storicamente, l’istruzione è stata un requisito per il diritto di voto (poteva votare chi sapeva leggere e scrivere) e tutt’oggi, ancorché il basso grado di istruzione o addirittura l’analfabetismo (magari di ritorno) non siano preclusivi del voto, il requisito della competenza dovrebbe essere fondamentale. Il filosofo Jason Brennan addirittura suggerisce di distribuire il potere politico in proporzione alla conoscenza o competenza. Ripropone, paradossalmente a difesa della democrazia, l’antico sogno dei re-filosofi di Platone, che si era storicamente appoggiato a Dionisio, tiranno di Siracusa. Per Cassese, l’epistocrazia può essere utile, ma non deve sostituirsi alla democrazia, perché non è pensabile reintrodurre il suffragio limitato al posto di quello universale. Del resto, le istituzioni democratiche sono tutelate dalla Costituzione stessa, quando definisce la separazione e la contrapposizione dei poteri, la difesa delle fondamentali libertà o, più semplicemente, quando impone il possesso di determinati requisiti per l’accesso ai pubblici uffici o per candidarsi alla Presidenza della Repubblica. Soprattutto la democrazia è difesa dal mantenimento di un’opinione pubblica razionale e ben radicata. Ovviamente il fatto che queste condizioni non siano attuate in maniera ottimale non comporta la negazione del valore delle stesse.

Quanto agli intellettuali, qual è la conclusione di Cassese? Se è inopportuno che essi trasmigrino nella politica attiva, è bene tuttavia che estendano i loro compiti educativi, coinvolgendo. tramite i media, un pubblico interessato, via via più vasto.