Sulla pelle delle donne afgane

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di Alessandro Artini

I talebani, che nei primi giorni della presa di Kabul parevano dialoganti, ormai hanno gettato la maschera e non nascondono più la loro natura oscurantista e oppressiva. L’unica sacca di resistenza militare pare essere quella della valle del Panshir, un territorio dove, da decenni, scorre sangue senza sosta. Lì, il generale Massoud, a capo della popolazione tagika, ha combattuto i russi, respingendo ben sette offensive, prima di essere ucciso a tradimento dai talebani, dei quali era nemico. Oggi, in quella regione, il figlio del generale, Ahmad Massoud, continua a guidare la resistenza contro i talebani. Ma quanto a lungo potranno andare avanti i tagiki? In un’intervista al Sussidiario.net, l’esperto di guerra, il generale Giorgio Battisti, che ha guidato alcune missioni italiane in Afghanistan, pare piuttosto pessimista, poiché costoro sono senza provviste e rifornimenti di armi. Dunque, per il momento, non resta altro che prendere atto della vittoria dei talebani.

Eppure succede qualcosa di strano, a Kabul, e cioè che alcuni gruppi di donne, in questi giorni pericolosi e disperati, scendano in strada e protestino per i loro diritti. Sempre più spesso le manifestazioni sono represse con la forza e le donne manifestanti sono picchiate e frustate. I giornalisti che filmano le manifestazioni sono anch’essi oggetto dello stesso trattamento e, qualche giorno fa, i quotidiani mettevano in prima pagina le loro schiene ferite e piene di lividi.

Credo che le donne che protestano siano un’esigua minoranza, ma forse le loro azioni rappresentano un fetta di popolazione più estesa o semplicemente una minoranza un po’ più vasta, che per il momento è inerte e silenziosa. Ovviamente, contrapposte alle donne manifestanti, c’è anche una fetta di popolazione femminile tradizionalista, del tutto coerente con il mondo talebano. Forse le donne ribelli sono destinate a essere represse nel sangue, ma qualcosa mi dice che non sarà così tragicamente semplice.

Credo che i diritti che connotano la nostra vita sociale e politica, circa il valore dei quali non sempre abbiamo piena consapevolezza (tanto ci siamo abituati a essi, ritenendoli scontati), siano considerati indispensabili e agognati da quelle persone che li vedono opprimere. Quando ho viaggiato nei paesi arabi lo stato di sudditanza femminile non mi è parso essere accolto pacificamente. La società globalizzata, che arriva con le televisioni anche nelle lande più sperdute (e oggi si diffonde particolarmente con i computer e Internet) mostra inevitabilmente una molteplicità di stili di vita e di mondi culturali. Il fascino dell’Occidente non deriva solamente dai consumi o dalla ricchezza, ma anche dalla possibilità di realizzazione personale. Gli individui, nella nostra società, possono ritenere plausibilmente di avere uno spazio di libertà personale per perseguire i loro sogni. Certamente la promessa di auto realizzazione, sbandierata ideologicamente dalla società occidentale, va ben oltre la realtà stessa, perché nei fatti le condizioni sociali consentono il successo (economico, sociale, ecc.) solo a pochi individui, che generalmente dispongono di condizioni di partenza favorevoli. Tuttavia, alcune possibilità, per esempio quella di studiare, sono abbastanza diffuse e in certi paesi come il nostro hanno una natura universalistica. Potrei aggiungere semplicemente che la nostra società tutela determinati diritti, come quello di espressione, mentre per i talebani chi parla troppo deve essere rieducato a bastonate. Non sono sicuro che un tale ottenebramento sia così totalizzante da occultare i benefici della libertà.

Resta da capire chi possa opporsi. In altri teatri di guerra, come quello curdo, si è visto il protagonismo delle donne, che hanno combattuto militarmente, a fianco degli uomini, nella difesa di Kobanê, la cittadina siriana al confine con la Turchia, nella regione di Rojava, che l’Isis voleva conquistare.

Recentemente l’esercito curdo, sempre composto anche da donne, ha dovuto difendersi contro l’aggressione sferrata, questa volta, dalla Turchia. Pare che esse si organizzino anche in apposite squadre, interamente femminili, che – ai miei occhi – paiono riproporre il mito delle Amazzoni.

Ho l’impressione che anche in Afghanistan saranno proprio le donne le future artefici di forme oppositive. Se il medioevo talebano offende e conculca i diritti di tutti gli esseri umani che vivono in quelle terre (e non solo di loro), le donne sottostanno a una servitù ancora più dura. La condizione di inferiorità che le coinvolge (la quale, secondo un’interpretazione tradizionalista, riguarda anche tutti gli infedeli, che per questo possono essere uccisi o ridotti in schiavitù e spogliati dei loro beni) non potrà prima o poi non produrre ribellione. I sentimenti di offesa che quella condizione ingenera riguardano anche le dinamiche familiari, perché, a lato di coloro che adottano con fervore ideologico la sharia, vi sono anche genitori che non possono accettare i soprusi avvilenti che altri uomini esercitano sulle loro figlie. Per queste ragioni, credo che una tale questione avrà un ruolo fondamentale nel frangere l’oscurità di quel mondo. Almeno lo spero.