Sul web imperversano gli incazzati

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di Alessandro Artini

Chi sono gli “hater” che impazzano su Internet? Certamente non sono odiatori, come parrebbe suggerire il termine inglese, bensì semplicemente incazzati. Mi dispiace di non trovare un termine più educato, ma di questo si tratta. Potrei parlare di ira, ma questa ha un connotato semantico di grandezza tragica, inesistente in questo caso. Certamente non si tratta di odio, perché questo è un sentimento coinvolgente, dominante e molto impegnativo, inadatto agli “hater”, che nutrono un malanimo distratto, superficiale, sicuramente non ossessivo come invece è l’odio per una persona o per un gruppo di persone. Il termine “incazzato” ha una valenza euristica superiore. Se volessimo usare la lingua inglese, secondo me sarebbe meglio “pissed off with the world”. Quindi, d’ora in poi, senza virgolette, parleremo di pissed off .

Il giornalismo è cambiato e oggi l’interlocuzione con i lettori è diventata costante, particolarmente con le pubblicazioni su Internet e non solo. Le rubriche di lettere sono una costante, certamente non nuova, del giornalismo su carta. Ma oggi i lettori pubblicano direttamente ciò che scrivono e l’interazione tra chi scrive e chi legge è sempre più frequente nell’editoria attuale. Sinceramente, non so se una tale irruzione di lettori corrisponda a una forma di maggiore democrazia. Il fatto di scrivere delle opinioni, talvolta superficiali o sgrammaticate, non coincide certamente con l’avvento della democrazia nel mondo editoriale.

Né è una forma di controllo sulla veridicità degli articoli, la quale è perlopiù garantita dall’autorevolezza della testata. Inoltre, se talvolta i professionisti che scrivono sui giornali cartacei scrivono delle balle, le fake news sono il pane quotidiano dei social.

Ma torniamo al tema. Se una persona è pissed off, certamente non sa di esserlo, perché la sua è un’arrabbiatura vaga e all’origine indeterminata. Dal momento che è uno stato più o meno continuativo, diventa una forma di coping, cioè di adattamento, di cui si perde la consapevolezza. Quindi una frase aggressiva non è altro che libertà di critica. Un atteggiamento di malevolenza non è altro che l’espressione di dubbi ragionevoli. Talvolta anche l’offesa è semplicemente l’espressione di un dissenso legittimo.

La ex Presidente della Camera, Laura Boldrini, quando ha iniziato a denunciare gli hater che la molestavano, si è trovata di fronte a persone disarmanti, che non capivano il senso diffamatorio di ciò che avevano scritto, ma che, di fronte ai giudici, si scusavano con facce contrite. Un pissed off (o hater) non penserebbe mai di essere tale.

Poiché quello di pissed off rappresenta uno stato di sfondo del sistema emotivo, esso si manifesta nella sua purezza infuocata solo in alcune occasioni. Si tratta, avrebbe detto la filosofa Agnes Heller, di un sentimento di sfondo, che orienta all’agire immediato e che non necessariamente si arroventa. Esso si incendia solo in determinati momenti e cioè quando trova l’innesco di motivi scatenanti. Questi ultimi possono non apparire oggettivi, ma ciò che conta, appunto, è l’incrocio con la soggettività personale. Il fatto che qualcuno scriva, esponendosi alla critica, offre in se stesso la scintilla per il fuoco. Il motivo scatenante risiede nell’articolo in quanto tale, spesso indipendentemente dalle idee sostenute, che inevitabilmente contengono i limiti intrinseci a un punto di vista. In quel contesto, egli dispiega la sua rabbia.

Ma perché chi scrive offre il destro a quel tipo di persona?

È il copione dei bambini, che non sanno stare al loro posto e sono rimbrottati dalle maestre. Anzi, ai miei tempi, ricevevano delle bacchettate. Parli e non devi? Giù una bacchettata! Ma ogni articolo contiene un “non devi”, perché è sempre parziale, esprimendo un punto di vista necessariamente circoscritto. Di quell’articolo, di quella frase, conta più il “non detto” rispetto a quel che è scritto. Conta ciò che è colpevolmente taciuto, a favore di altro, che in genere viene detto per interesse personale e strumentale. In quel momento, comincia il gioco di chi parla e viene bacchettato. Quante bacchettate hanno ricevuto i pissed off nella vita? Dollard e i suoi collaboratori avrebbero qualcosa da dire al riguardo, in un’indagine famosa di taglio neocomportamentista.

Altri aspetti delle loro critiche sono descritti da Schopenhauer con gli stratagemmi per avere ragione nelle dispute, ma non occorre essere filosofi per utilizzarli. Prendere una frase e colpire il tutto è straordinariamente efficace. L’abilità nell’estrarla dal contesto è dirimente. Poi la si deve innalzare fino a porla sotto la luce dei riflettori, quindi la si bersaglia come al tirassegno nei Luna park. Direte voi che questa è un’operazione troppo raffinata… Certamente, ma può essere eseguita anche in modi tozzi senza che perda di efficacia. Anzi, talvolta un certo stile ruspante la rende più credibile, perché dà un tono di autenticità.

Se poi quanto viene scritto non ha aspetti criticabili nel merito (all’apparenza, perché di fatto è impossibile), c’è sempre l’altra tecnica che è infallibile. Ciò che hai scritto potrebbe anche andare bene, ma non vai bene tu, che l’hai scritto. In questo caso, si può sempre affibbiare un’etichetta stigmatizzante. In politica, con varia carica di virulenza, possono valere negativamente le etichette di “ex comunista”, “ex fascista”, “ex democristiano”, “ex socialista”, ecc. Va da sé che qualcuno potrebbe accollarsi quell’etichetta come una medaglia, ma questo dipende dalle scelte personali e ciò non mette in dubbio il senso denigratorio di chi usa quell’etichetta.

Se poi l’etichetta mal si adatta alla politica, c’è sempre il vasto strumentario degli stigma caratteriali o di personalità: “critica sempre gli altri”, “è lamentoso”, “è falsamente indulgente”…

Poi ci sarebbero anche altre tecniche, ma non possiamo trattare tutto…