Smart working e dintorni

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di Alessandro Artini

Il ministro Brunetta ha annunciato, in un’intervista sul Corriere della Sera, che lo smart working nella Pubblica amministrazione non sarà abolito, ma non supererà la quota del 15%. In altri termini, egli punta al ritorno in presenza per accelerare la ripresa, che ha bisogno anche dell’apporto della Pubblica Amministrazione.

Immediata, quasi istintiva, la reazione sindacale che chiede di inserire le norme che regolano lo smart working all’interno dei contratti nazionali. I diritti vanno garantiti! Certamente vanno garantiti, ma non sempre i cittadini hanno constatato, in molti settori della Pubblica Amministrazione, una pari determinazione sindacale in favore dell’efficienza di servizio. Cioè dei cittadini stessi.

Poiché anch’io, sul piano lavorativo, appartengo alla Pubblica Amministrazione, eviterò di parlare del settore che mi riguarda e cioè della scuola, dando per scontato che, a lato di alcune luci, vi siano state anche delle ombre. Ponendomi nel ruolo di utente, cioè di cittadino, non posso ritenermi soddisfatto di come la Pubblica Amministrazione abbia funzionato durante il lockdown. Evito di fare esempi perché viviamo in una città non molto grande e i casi concreti potrebbero suonare come atti di accusa specifici, mentre, in questo momento, mi pare opportuno sviluppare una riflessione generale. Sono certo, tuttavia, che i lettori abbiano avuto esperienze simili alle mie e cioè non sempre positive.

Certamente, in questi lunghi mesi di emergenza pandemica, è stato possibile constatare i comportamenti straordinari di alcune persone. Non parlerò né dei medici né degli infermieri, di cui forse abbiamo dimenticato troppo presto ciò che hanno fatto per salvare vite umane e neppure delle cassiere, che hanno tenuto aperto i negozi dei generi di prima necessità. Alcune di quelle persone – è cosa nota – hanno messo a repentaglio la propria incolumità, per dovere e per senso civico.

Ma a fianco di loro, ce ne sono state altre (forse non molte) che, invece, hanno approfittato dell’occasione per restare a casa. Un’assenza che non si è trasformata in una vacanza (né viaggi, né relax in amene località…), ma che comunque ha consentito loro di rimanere lontani dal lavoro e dal pericolo di contagio. Quelle persone, infatti, alle prime minacce del virus, si sono date da fare non certo per soccorrere gli altri, quanto per restare al riparo della malattia nella propria abitazione. Probabilmente alcuni certificati di fragilità sono stati elargiti con facilità e, analogamente, il cattivo uso di alcuni diritti sindacali ha consentito congedi poco opportuni.

Ho avuto esperienza di alcuni uffici pubblici dove lo smartworking è stato un artificio nominalistico, atto a offrire una copertura all’inerzia. In certi casi, basterebbe considerare il numero delle pratiche sbrigate per avere un’idea di come stanno le cose. Non a caso, Brunetta ha sostenuto che occorre tornare al lavoro in presenza, perché c’è da smaltire molto lavoro arretrato.

Dunque, cosa non ha funzionato nella Pubblica Amministrazione?

Un dato balza agli occhi per chiunque la conosca ed è che, più della qualità, conta il rispetto quotidiano degli orari di servizio. Alcuni alti dirigenti vanno dicendo che ormai nella pubblica amministrazione si lavora per obiettivi e che la qualità del lavoro stesso è assicurata, ma ciò che vedo, come cittadino, è una realtà diversa. Soprattutto se consideriamo l’enorme ritardo delle pratiche. Lavorare per obiettivi è una tecnica gestionale che comporterebbe anteporre i risultati rispetto al tempo di lavoro, ma purtroppo non è così. Non escludo che in alcuni ambiti essa sia attuata, ma generalmente è l’orologio marcatempo a dettare legge, più che l’efficienza lavorativa. Va da sé che anche nel lavoro pubblico vi sono impiegati eccezionali, animati da spirito di servizio e dirigenti che vivono il loro ruolo da autentici public servant. Ma quanti sono?

Pietro Ichino, sempre sul Corriere, osserva che sono assenti alcune condizioni fondamentali per lo smart working. Il primo presupposto mancante – come ho appena detto – è quello della scarsa (talvolta inesistente) attenzione alla qualità delle prestazioni. Aprendo una parentesi sulla scuola, è noto che i sindacati del settore si oppongono a qualsiasi riconoscimento di carriera, che potrebbe essere l’inizio di un’attenzione qualitativa.

Il secondo presupposto è dato dalla mancanza di un sistema informatico dell’amministrazione, atto a consentire il lavoro da remoto. Manca nella Giustizia, nella Motorizzazione civile, negli Ispettorati del lavoro, nelle Soprintendenze, nel Catasto urbano e rurale, ecc.

Considerati questi limiti, che senso ha parlare di smartworking?

Occorre riconoscere, tuttavia, che lo smartworking, anche nel nostro paese, ormai è sbarcato nel lavoro privato e pubblico. Indubbiamente esso, quando funziona, può offrire dei vantaggi organizzativi e personali, anche se una parte consistente dei dipendenti statali tuttora preferisce il lavoro in presenza negli uffici. Ma in quei paesi dove esso viene praticato da anni, si sollevano molti quesiti sulla rispondenza alle esigenze soggettive di una tale modalità lavorativa.

Siobhan McKeown, una scrittrice inglese, nel saggio “A life lived remotely”, pone le seguenti domande: “Cosa accade dentro di noi quando conduciamo costantemente una vita on line?”, “Come stiamo cambiando, a causa della continua immersione in Internet?”, “Come possiamo distinguere tra vita e lavoro, che paiono indissolubilmente connessi?”. Non sempre le risposte sono rasserenanti.