Parla il Direttore delle Gallerie dell’Accademia di Venezia : ”Siamo il Museo della città e con i nuovi allestimenti le Gallerie rafforzano la loro importanza internazionale”

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Parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte, ( fig 1 ) firmata da Alessandro Varotari, noto come il Padovanino (Padova, 1588 – Venezia 1649),

Giulio Manieri Elia, da due anni alla guida delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, ci ha accolto per una breve conversazione in occasione dell’apertura delle nuove sale che il museo ha approntato per l’esposizione delle pitture del Sei e Settecento veneto lo scorso 31 agosto.

Effettivamente è un dirigente che conosce come pochi le sale del prestigioso istituto museale per esservi stato prima come funzionario, poi come vice Direttore finendo infine per ricoprirne la massima carica da quando, nel 2019, è subentrato a Paola Marini. E quindi nessuno meglio di lui può spiegare le motivazioni dei cambiamenti, i progetti in fieri, ma anche le legittime aspirazioni a fare delle Gallerie un punto di riferimento imprescindibile in una città che offre già di per sé straordinarie capacità attrattive che la rendono da sempre meta privilegiata di importanti flussi turistici (che effettivamente – lo registriamo con grande soddisfazione- tendono a rianimarsi dopo la dura fase di chiusure causa covid 19).

“E’ una questione di offerta culturale – spiega – l’ampliamento delle nostre sale risponde a questo criterio e certamente ci pone tra i luoghi da visitare in un contesto in cui l’offerta è già di per sé così sontuosa e attrattiva”.

Basti pensare infatti che nel giro si può dire di poche ore, alla inaugurazione dei nuovi percorsi delle Gallerie sono seguite l’apertura della 78^ Mostra cinematografica e l’inaugurazione della esposizione “Venetia 1600. Nascite e rinascite“, allestita nelle sale dell’Appartamento del Doge di Palazzo Ducale per celebrare i sedici secoli di storia della città. Per non dire della 17^ Mostra Internazionale di Architettura che chiude a novembre e delle importanti esposizioni  in atto su Campigli e gli Etruschi, nonché quelle  dedicate all’arte contemporanea.

“Ci tengo a sottolineare – sottolinea a questo riguardo Manieri Elia-  che le Gallerie sono stata l’unica istituzione museale a rimanere aperta anche durante i giorni dell’acqua alta. La mia concezione di museo è che debba essere sempre al servizio del pubblico, anche per questo curiamo in modo particolare la didattica museale, le iniziative di coinvolgimento di fasce sempre maggiori di fruitori. Questo allestimento è concepito anche da questo punto di vista, con più logica, con più omogeneità  e quindi la concorrenza, se si può dire così, non è che uno stimolo ulteriore. E’ la prima volta che accade in effetti che in un museo vengano collegate in uno spazio interamente ricreato opere di straordinario rilievo artistico e scientifico, a smentire una volta per tutte che la produzione pittorica del Seicento veneziano e veneto sia di secondo piano rispetto a quanto prodotto nei territori lagunari nel ‘500 e poi nel ‘700, e finisca in qualche modo oscurata rispetto a quanto accadeva nel resto d’Italia, in particolare nella realtà romana”.

Ed in effetti a girare per le nuove sale, ci si rende perfettamente conto di quanto i cambiamenti siano stati opportuni, dal momento che il nuovo allestimento favorisce un’ottimizzazione dei flussi dei visitatori, fino ad oggi costretti ad accedere all’ultima parte del pianoterra attraverso il primo piano. Ci dice ancora Manieri Elia “ abbiamo quasi 700 mq di nuovi ambienti espositivi, spazi  che ci restituiscono quella circolarità necessaria al percorso espositivo, congiungendo la prima sezione costituita dalle sale 1-4,  all’ultima, delle sale 7 – 13 ”; in sostanza “ posso parlare di una sorta di ‘risarcimento critico’ se consideriamo come è stata in un certo senso sottovalutata la pittura seicentesca, ora invece valorizzata come merita; è come muoversi  in vero e  proprio viaggio attraverso i secoli XVII e XVIII”.

E a vedere certi capolavori, ora davvero fruibili nella giusta collocazione, c’è da ritenere che abbia ragione lui; basti pensare all’effetto che provoca la visione da sotto in su della strepitosa Parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte, ( fig 1 ) firmata da Alessandro Varotari, noto come il Padovanino (Padova, 1588 – Venezia 1649),

nome per l’appunto che pochi forse si azzarderebbero a mettere sullo stesso piano di un Guercino o di un Domenichino, suoi contemporanei , eppure capace di opere di fattura straordinaria come questa, proveniente dalla Chiesa dell’Ospedale degli Incurabili, come l’altra grande tela – in realtà un frammento- con la quale è stata messa a dialogare, vale a dire la Parabola del banchetto di nozze, del genovese veneziano d’adozione Bernardo Strozzi (Genova, 1581 – Venezia, 1644) che anche se ridotta a ad una sola porzione, esprime bene la capacità realizzativa dell’artista.

Nella sala 5 sono ora raccolte le grandi pale religiose del Seicento provenienti dalle chiese lagunari, tra cui spiccano oltre all’appena restaurato Daniele nella fossa dei leoni, di Pietro da Cortona e ad una notevole new entry, cioè La Strage degli Innocenti di Sebastiano Mazzoni (Firenze, 1611 – Venezia, 1678) recentemente acquistata dallo Stato, la straordinaria Deposizione  (fig 2) di Luca Giordano (Napoli, 1634 – 1705)