Postdemocracy

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di Alessandro Artini

Nel linguaggio della politica è ormai entrato in uso il termine “postdemocrazia”. Non sono in grado di dire chi e quando abbia coniato un tale neologismo, ma certamente il sociologo inglese Colin Crouch, che ha scritto un testo intitolato “Postdemocrazia”, ha contribuito fortemente a “sdoganarlo” e a diffonderlo. Adesso, anche nelle pagine di questo giornale, esso viene utilizzato per indicare lo strapotere di alcune élite economiche, che, nel caso della vicenda afghana, avrebbero deciso di promuovere la guerra, decretando poi la sconfitta dell’esercito americano (con annesse le truppe degli alleati), per evidenti interessi economici.

I lunghi anni della guerreggiata pacificazione dell’Afghanistan hanno senz’altro prodotto molta ricchezza per alcuni. In primo luogo per i talebani, che con la forza delle armi (e godendo di un atteggiamento di silente connivenza da parte occidentale) hanno potuto promuovere un fiorente commercio dell’oppio. Poi vi sono le cosiddette terre rare, di cui quel paese sembra essere ricco, le quali, unitamente ad alcuni minerali come il litio, il cobalto, il rame e l’oro, sono state oggetto di commerci più o meno trasparenti (e muovono la volontà di dominio cinese in quell’area). Certamente vi è chi si è arricchito. Inoltre, nel nostro imminente futuro, il risveglio del terrorismo avrà anch’esso una funzione economica fondamentale, incrementando le aziende e più in generale tutti i servizi che hanno a oggetto la sicurezza.

Tutto questo è vero (almeno credo), ma purtroppo non è una novità assoluta. Le industrie belliche (o quelle di prodotti indispensabili alla guerra, per esempio del settore dei trasporti) hanno guadagnato molto, nei conflitti, e particolarmente nei momenti prebellici. Non sono un esperto del settore, ma credo che anche negli anni della Guerra Fredda e in quelli dell’equilibrio basato sul terrore nucleare molti abili imprenditori si siano arricchiti grazie al fabbisogno militare di tecnologia.

Sempre sul tema della guerra, potrei aggiungere (ma non vorrei passare per uno spirito guerraiolo) che, grazie a essa, la scienza e la tecnica hanno compiuto enormi progressi. Penso ad esempio all’invenzione del radar, alle tecnologie di navigazione (per esempio quelle sottomarine), alla balistica e, purtroppo, all’uso terribile della scissione atomica. Progressi di cui ha beneficiato l’intera umanità, una volta terminate le carneficine della Grande Guerra e della Seconda guerra mondiale. A scanso di equivoci, non voglio sostenere che sia opportuno ammazzarsi per il progresso dell’umanità (che può evolversi, fortunatamente, seguendo strade pacifiche), ma che, oggettivamente, questo è quanto è avvenuto. In sostanza, che qualcuno si sia arricchito in Afghanistan, mentre altri morivano, non mi stupisce per nulla.

Forse il concetto di postdemocrazia esprime, in maniera ancora più netta, rispetto al linguaggio politico tradizionale, il potere acquisito da alcune élite economico-finanziarie di premere (tramite le lobby) in favore di determinate decisioni, oppure di scegliere direttamente, tramite la longa manus politica, le opzioni più favorevoli ai loro particolari interessi. Secondo Crouch, oggi (il saggio è del 2003), la politica e i governi cedono progressivamente terreno a favore  delle élite, come accadeva prima dell’avvento della fase democratica. I mali della democrazia, di fronte all’opinione pubblica, paiono essere determinati dai mass media o dagli strizzacervelli che manipolano la comunicazione. Spesso sono attribuiti agli errori personali dei politici, come nel caso di Biden. In realtà la postdemocrazia indica un male più profondo, che raramente viene percepito dai cittadini come tale e che ha a che fare con lo svuotamento della tradizionale democrazia liberale, con l’aumento delle disuguaglianze e con il dominio delle élite finanziarie. I governi basati sui sondaggi, inoltre, fanno sì che i politici siano ridotti “a qualcosa di più simile a bottegai che legislatori, ansiosi di scoprire cosa vogliono i loro ‘clienti’ per restare a galla”. Ralf Dahrendorf, uno dei padri della sociologia novecentesca, preconizzava per il saggio di Crouch un importante futuro, poiché capace di innescare un “vivace dibattito”. E così è stato.

Tuttavia, secondo me, la postdemocrazia non indica tout court la fine degli ideali democratici che storicamente si sono attuati nelle forme liberali, anche se queste ultime tendono a mantenersi più come ritualità elettorali che come modi sostanziosi di partecipazione popolare. I valori dei sistemi democratici, tuttavia, sono quelli ancora adesso più rispondenti alle esigenze delle persone in fatto d’istruzione e sanità e inoltre si fondano su diritti inalienabili (di espressione, di associazione…). La democrazia non può essere liquidata, ma va rigenerata.

Anche se, come suggerisce De Rita, la cittadinanza pare vivere sentimenti vagotonici, attenta cioè agli interessi particolari, il problema di una politica fondata su finalità comuni e condivise è più che mai all’ordine del giorno. Oggi si avverte fortemente l’esigenza di scelte che rinnovino l’importanza della vita comunitaria. Insieme a Colin Crouch (che ha vissuto a lungo in Italia insegnando presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze) è facile nutrire un certo pessimismo, ma non sono sicuro che la forza delle élite sia tale da soffocare esigenze collettive consapevoli e fortemente determinate. Come sempre, il grado d’istruzione della popolazione è fondamentale.