Con la speranza che a Parigi 2024 ci sia una sola Olimpiade!

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di Paolo Tagliaferri

Propongo di abolire immediatamente le Paralimpiadi. Spero che a Parigi 2024, nella Francia culla dell’illuminismo, non si ripresenti questa ignobile differenziazione fra Olimpiadi per così dire “vere e proprie” e le olimpiadi “per gli altri”. Dovrà esservi una sola Olimpiade che veda partecipare tutti gli atleti, normodotati e con disabilita. Non certo facendoli gareggiare tutti insieme e mantenendo comunque apposite categorie specifiche per i disabili come già avviene, ma unificando la manifestazione olimpica. Al momento coesistono due manifestazioni distinte e parallele, come ad indicare una sorta di separazione “morale” tra persone con e senza disabilità. Due mondi che si toccano, ma che non riescono ad amalgamarsi e a diventare una cosa unica.  Il dibattito sull’opportunità di fondere i Giochi olimpici e paraolimpici in un unico e contemporaneo evento non pare avere avuto molta fortuna ultimamente. Ma che senso ha continuare a dividere, in due manifestazioni distinte, gli atleti normo dotati rispetto agli atleti con disabilità? Molti sostengono che dobbiamo essere soddisfatti e in fondo contenti del fatto che dal 1960 (Olimpiadi di Roma) esistono le Paraolimpiadi che finalmente permettono anche agli atleti con disabilità di gareggiare. E ci mancherebbe altro che il mondo dello sport mondiale si trasformasse in un selettore della specie umana! Ormai questa distinzione non ha più alcun senso, se mai l’abbia avuta, né sociale, né pratica. Ci troviamo in una situazione assurda, paradossale, evidenza palese di una superficialità ancora onnipresente, più consona ad ere lontane, dove le persone imperfette si preferiva nasconderle, imprigionare, relegare in luoghi separati, lontani dagli sguardi “impressionabili” delle persone elette. Gli atleti che hanno partecipato alle paralimpiadi di Tokyo 2020 sono atleti formidabili, in alcuni casi veri e propri talenti assoluti che nulla, proprio nulla hanno da invidiare ai loro colleghi che hanno avuto il privilegio di partecipato alla manifestazione “principale “. Personalmente non cambierei una Beatrice Vio con due Usain Bolt, neppure se me lo ordinasse il dottore. E non solo lei, l’elenco sarebbe lungo. Atleti umili, semplici, veri, che si sono allenati duramente come i loro colleghi normodotati, che hanno fatto sacrifici enormi, forse più dei loro colleghi, per arrivare a livelli prestazionali straordinari ed inimmaginabili.

Ma Federica Pellegrini è bellissima, fantastica e molto più veloce ed atletica di chi ha vinto la medesima gara di nuoto riservata ai disabili. Tanto di capello alla Pellegrini. Ma che senso ha fare questi paragoni. È surreale e improprio. E’ come sostenere che il pugile Manny Pacquiao (67 kg), considerato uno dei migliori pugili di tutti i tempi (primo ed unico campione mondiale in otto differenti categorie di peso) in fondo è un nulla di che visto che con un Mike Tyson (100 kg) dei tempi d’oro non avrebbe neppure superato il primo round. Sarebbe bastato un solo pugno di Iron Mike per mettere a dormire il povero Manny. Paragoni assurdi, impropri, ed inutili. Esistono le categorie proprio per questo, per permettere di far gareggiare gli atleti che hanno in partenza le medesime caratteristiche. E la disabilità non centra nulla.

Anche nello sport, come nella vita di tutti i giorni, permane a mio parere una solidarietà troppo spesso di facciata, retorica se non stucchevole, che dietro a parole gentili e ad atteggiamenti benevoli, nasconde aimè la convinzione che “loro” (i disabili), resteranno sempre diversi, un mondo parallelo a cui dare di volta in volta un “contentino”. Ma loro non la vogliono la nostra stupida “carità”. Chi ha avuto “la sfortuna” di nascere con una menomazione fisica o psichica o che è stato colpito da una malattia invalidante nel corso della propria vita, è degno di vivere la propria esistenza in ogni sua manifestazione, compreso nello sport agonistico, senza che si continui a rimarcare e a sottolineare le loro “mancanze” e i loro limiti. Altrimenti continueremo ad essere una società di barbari. Lo sport è spesso lo specchio delle nostre realtà, in alcuni casi anche la parte sana di noi, ma come tale deve rifiutare queste forme di segregazione.

Non ho mai sentito dire che Ray Charles è stato uno dei più grandi musicisti blues di ogni tempo della categoria “disabili”. Magari molti non sapevano neppure che era cieco. Non esiste la musica di serie A e la para-musica. Esiste solo la musica. O dobbiamo considerare i dipinti di Vincent van Gogh o del nostro Antonio Ligabue una sorta di para-pittura, categoria “disabili”, per il solo fatto che erano un po’ pazzerelli? Suvvia.

Le persone con disabilità fisiche o psichiche, modeste o gravi che siano, non vanno compatite, non si deve provare pena per loro, non vanno aiutate con un preconfezionato spirito di solidarietà o peggio ancora come mezzo personale ed ipocrita per lavare i propri sensi di colpa. Vanno semplicemente rispettate. Rispettate per quelle che sono e messe nelle condizioni di vivere una vita piena, completa e totale. Non mi pare un concetto così complicato da comprendere.  Si parla in continuazione, e giustamente, di eliminare ogni forma di barriera, di diseguaglianza, di introdurre leggi che possano punire qualsiasi atteggiamento o atto di violenza, derisione, prepotenza, dirette a chi “è diverso”. Voterò sempre a favore. Ma qui siamo ancora all’ABC. A dividere gli atleti fra normo dotati e disabili. Cose da Medioevo o peggio da notte dei tempi. Il monte Taigeto o la rupe Tarpea dell’era moderna.

Propongo perciò un’immediata petizione, da presentare magari all’ONU, per l’abolizione dei Giochi Paralimpici, unificando in un’unica manifestazione olimpica le gare per tutti gli atleti, normodotati e disabili.