Fra eutanasia e valore assoluto ed inviolabile della vita

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di Paolo Tagliaferri

Margaret aveva invano già tentato di togliersi la vita, sottraendosi definitivamente da quel corpo ormai sconosciuto, immobile ed inanimato, più simile ad un tronco di legno attaccato al suo collo di ragazza fino a poco tempo prima energica ed indomabile. L’unica arma a sua disposizione per farla finita, lei tetraplegica paralizzata dal collo in giù e riversa su un letto di ospedale da settimane, era tentare di dissanguarsi, azzannando con forza e decisione la propria lingua ben vascolarizzata. Non poteva più resistere, neppure per un istante, a quella sofferenza e a quella condizione di non vita, privata ormai di tutto ciò che una seppur grama e difficile esistenza gli aveva comunque fino a quel momento concesso. Vedendo vanificato il proprio doloroso e disperato tentativo, attraverso il provvidenziale intervento di medici ed infermieri dell’ospedale, aveva chiesto, o meglio supplicato il proprio mentore di porre fine alla propria esistenza. E così sarà. E’ una storia di fantasia, narrata in un film struggente e splendido di qualche anno fa (Million dollar baby) che affronta senza enfasi o retorica l’argomento eutanasia. Una storia e il suo tragico epilogo senza condanne o giustificazioni. Un esempio limitato e non necessariamente rappresentativo di condizioni similari nella vita reale ma che affronta a suo modo un argomento estremamente attuale.

L’eutanasia è una questione delicatissima e divisiva, di cui si torna a parlare ciclicamente, anche qui in Italia, dove il legislatore non ha ritenuto finora opportuno apportare modifiche all’ordinamento vigente, in particolare l’art.579 del Codice penale, il quale condanna chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, ma anche dell’art.580 che vieta l’istigazione e l’aiuto al suicidio. In queste settimane è attiva una raccolta di firme allo scopo di far indire un referendum che possa abrogare parte dell’art.579 consentendo in futuro, a parere del comitato promulgatore, l’eutanasia “attiva” attraverso il consenso informato e il testamento biologico, nelle forme che la legge prevedrà e in base ai principi stabiliti dalla Corte Costituzionale nella sentenza n.242/2019 (sussistenza di trattamenti di sostegno vitale, patologie irreversibili, sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, consenso libero e consapevole). Rimarrebbero comunque puniti, viene precisato, gli atti commessi contro una persona incapace o contro una persona il cui consenso sia stato estorto con violenza, minaccia o contro un minore di diciotto anni.

Oggi in Italia è consentito porre fine alle sofferenze solo dei pazienti per cui risulti sufficiente l’interruzione delle terapie (quello che semplicisticamente potremo definire accanimento terapeutico), come previsto dalla Legge 219/2017 “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”. In particolare, l’art.2 comma 2 della suddetta Legge recita che “Nei casi di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati. In presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari, il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente”.
Attualmente, tutte le persone con patologie irreversibili che procurano dolori e sofferenze intollerabili ma che non sono nell’imminenza di morire, nel nostro Paese non hanno la possibilità di chiedere aiuto medico attivo per la morte volontaria, perché il nostro codice penale, come detto, vieta l’omicidio del consenziente e l’assistenza al suicidio.

Chi si riconosce negli insegnamenti della Chiesa, ed in particolare in quella cattolica, potrebbe leggersi anche quanto recentemente scritto su tale argomento dalla Congregazione per la Dottrina della fede. La lettera “Samaritanus bonus” è stata pubblicata, con l’approvazione di Papa Francesco, il 22 settembre 2020, ed ha ribadito la posizione della Chiesa, ovvero la condanna verso ogni forma eutanasica e di suicidio assistito. E’ stato chiarito che anche quando la guarigione è impossibile o improbabile, l’accompagnamento medico, psicologico e spirituale è un dovere ineludibile, poiché l’opposto costituirebbe un disumano abbandono del malato. L’inviolabilità della vita come “principio assoluto”, come verità basilare che “condanna l’attentato contro la vita di un essere umano, anche se questi lo richiede”. Sopprimere un malato che chiede l’eutanasia, proseguiva la lettera della Congregazione, non significa “riconoscere la sua autonomia e valorizzarla”, ma al contrario significa “disconoscere il valore della sua libertà, fortemente condizionata dalla malattia e dal dolore, e il valore della sua vita”; il suicidio volontario che guasta la civiltà umana, disonora coloro che così si comportano più ancora che quelli che lo subiscono. L’eutanasia ritenuta un crimine contro la vita umana, “un atto intrinsecamente malvagio in qualsiasi occasione e circostanza”.

Non dovrebbe mai scandalizzare o essere ritenuto inopportuno se la Chiesa cattolica continua liberamente ed anche con vigore a esprimere e ribadire i propri legittimi convincimenti di fede e di inviolabilità della vita. Ma non di meno dovrebbe esserci il dubbio, anche e soprattutto riguardo a leggi relative ad argomenti etici, che il legislatore italiano saprà comunque ispirarsi ai quei principi di laicità che costituiscono uno dei profili della forma di Stato così come delineato dalla Carta costituzionale.

Ma l’argomento è necessariamente divisivo e determinerà, per l’ennesima volta, un solco insanabile e radicale fra le diverse ragioni, fra chi cioè ritiene la vita un principio assoluto ed inviolabile in ogni caso ed in ogni circostanza e chi ritiene che debba invece prevalere il principio di autodeterminazione e la possibilità di una scelta di un fine vita consapevole. Il rischio è che anche su un argomento così doloroso, tragico e complesso, si rifiuti per partito preso l’opportunità di ascoltare anche le ragioni dell’altro per quanto ritenute inaccettabili e lontane dai propri principi e convinzioni. Il fine unitario dovrebbe sempre condurre lo Stato alla miglior scelta possibile, alla giusta e chiara regolamentazione salvaguardando quel bene comune rappresentato dalla dignità umana e dai diritti fondamentali e naturali di ogni individuo.

Nella citata sentenza della Corte Costituzionale n°242/2019, per quanto relativa ad un altro articolo del Codice penale, l’art.580 sul divieto di suicidio assistito, ne veniva dichiarata la parziale illegittimità costituzionale non avendo previsto il legislatore di escludere la punibilità di chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio di una persona in particolari condizione ovvero quando, come detto, è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, è affetta da una patologia irreversibile, ha sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili ed pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

Le sofferenze intollerabili e le patologie gravi ed irreversibili dei nostri simili, l’angoscia e il senso di impotenza e di disperazione dei loro cari che può avere anche tempi interminabili, pongono una questione reale ed irrimandabile ma che deve necessariamente salvaguardare anche il valore insostituibile di ogni singola esistenza. Da parte di tutti sarebbe auspicabile una riflessione e discussione seria e serena che non sia tanto lo strumento per affermare la validità di una posizione rispetto all’altra, ma che possa trovare una sintesi di verità ma anche di compassione.