AH… LA DOLCE VITA… RICORDATA DA VALERIA CIANGOTTINI

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“Non ho molto da dire. Credo di aver imparato molto poco in tutti questi anni: ho imparato che ci sono molte cose sconsiderate che puoi fare. E tra quei milioni una che è ancora più sconsiderata delle altre. E di solito fai quella.
Ho imparato che certi odori si fissano nella 
memoria, e quando li risenti è come se tutti quegli anni non fossero mai passati. Ho capito che chiunque ha qualcosa da raccontare, ma ho capito anche che l’odio per certe persone ti aiuta a vivere meglio. Ho imparato che certe mattine saresti disposto a dare via un braccio pur di dormire alti cinque minuti. Ho constatato che alcune città sono capaci di farti scordare anche come ti chiami. Ho imparato che ci sono persone così esteticamente stupefacenti che emanano addirittura luce propria. Sembrano, non so… fosforescenti! Ho capito che non c’è da preoccuparsi se a 40 anni non sai che fare della tua vita, se hai ancora una gran voglia di giocare. Forse sei l’unico che ha capito qualcosa. Ho imparato che se ripeti una parola tante volte, all’improvviso perde di significato. Ho imparato che a volte avresti talmente tanta voglia di fare l’amore con una determinata persona che glielo chiederesti in ginocchio. Ho imparato che una sigaretta, specie se sei a terra, può addirittura salvarti la vita. Ho scoperto che esistono persone talmente scassapalle da rappresentare un vero e proprio ornamento ai testicoli. Ho imparato che non c’è cosa più inebriante che impuntarti sulla tua scelta. E poi sbagliare. Ho imparato che il conforto degli amici a volte può essere crudele. Ho imparato che la voce di Frank Sinatra è uno dei motivi per stare al mondo. E la Heineken è l’altro. Ho imparato che il sale si mette prima che l’acqua cominci a bollire.
Ho capito che certe regole sono fatte per andarci contro. Mi sono accorto che non c’è cosa più 
divertente che dare ragione a un idiota. E dentro ridere. Ho scoperto che con gli anni i tuoi errori e i tuoi rimpianti impari ad amarli come figli. Ho imparato che la nostalgia ha lo stesso sapore della cioccolata bollente. Ho imparato che i film di Ingmar Bergman non sono solo capolavori: sono lezioni di vita. Ho capito che niente è più bello che alzarsi la notte mentre tutti gli altri dormono e girovagare in solitudine come un cane tra i rifiuti, alla ricerca di una qualsiasi sensazione appagante. Ho imparato che se ti chiedono di fare cinque cose e all’ultimo momento ne aggiungono due, tu inevitabilmente dimentichi le prime tre. Ho imparato che certa gente ha la testa solo per separare le orecchie. Ho imparato che la tua camicia preferita attira il sugo in modo micidiale. Ho imparato che non c’è cosa più bella che svegliarsi una mattina senza sapere che ore sono, senza riconoscere la stanza e soprattutto senza ricordare come ci sei arrivato.
Ma soprattutto ho imparato che i 
giorni veramente importanti nella vita di una persona sono cinque o sei in tutto. Tutti gli altri fanno solo volume. Così fra sessant’anni non ti ricorderai il giorno della tua laurea, o quello in cui hai vinto un Oscar. Ti ricorderai quella sera in cui tu e i tuoi amici, quelli veri, avete fumato 10 sigarette a testa e ubriachi persi avete cantato per strada a squarciagola fradici di pioggia.

Quelli sono i momenti in cui la vita davvero batte più forte”.
Federico Fellini
P.S.: Però, in 
fondo, qualcosa l’ho imparato.”

Valeria Ciangottini in un’intervista come non l’abbiamo mai vista, parlando di Fellini e molto altro ancora.

Il magico maestro Fellini, con i suoi film trasognanti, le sue idee, la sua arte, ha segnato e insegnato a tutto il mondo qualcosa che resterà indelebile nei nostri cuori.

Vi ricordate la dolce bambina bionda dal volto candido e pulito che nel 1960 salutava Marcello Mastroianni nella scena in spiaggia dell’intramontabile film felliniano La Dolce Vita?

Lei, Paolina, è Valeria Ciangottini, attrice internazionale che si è abilmente mossa durante la sua carriera tra cinema, teatro e televisione.

Ho avuto l’occasione di poterla conoscere e lei mi ha gentilmente accolto nella sua villettina piena di libri, dischi musicali, film e maschere africane sulle campagne umbre per poterla intervistare.

-Cosa l’ha spinta ad intraprendere questo lavoro?

“Quando avevo 13 anni, vidi in televisione in una rubrica di cinema un annuncio di Fellini che cercava una ragazza per un suo film, poi trovai un trafiletto su un giornale in cui il regista diceva di essere alla ricerca di un’adolescente dai 12 ai 14 anni e ne dava una descrizione. Mi presentai alla prima audizione e fui scelta. Anche i successivi provini ebbero esito positivo. Non pensavo che questo ruolo sarebbe stato così importante nella storia del cinema. Restai con i piedi per terra e continuai la mia vita normale frequentando la scuola, trattenuta un po’ anche dalla famiglia”.

-Quando lei ha visto l’annuncio di Federico Fellini sognava già di diventare un’attrice o è nato tutto per caso? Cosa avrebbe fatto nella vita se non avesse intrapreso questa carriera?

“Mi sembrava divertente andare a vedere cosa sarebbe potuto succedere, però non pensavo che avrei fatto l’attrice. Visto che la mia è una famiglia di viaggiatori, volevo fare qualcosa che mi avrebbe permesso di girare il mondo, come ad esempio lavorare nelle ambasciate. L’idea di fare l’attrice non era predominante, sono stata più che altro stimolata dalle persone intorno a me che mi rivedevano molto nella descrizione della ragazza che stava cercando Fellini, spingendomi a presentarmi al provino. I miei genitori invece inizialmente erano piuttosto titubanti, a mio padre nemmeno glielo dicemmo quando andai da Fellini la prima volta”

-Come è stato lavorare con Fellini ed iniziare la sua brillante carriera con un regista di tale fama? Come si è trovata a lavorare con lui sul set?

“La lavorazione fu molto piacevole e, non avendo studiato recitazione prima ed essendo molto giovane, tutto fu spontaneo. Fellini, così come Mastroianni, furono paterni nei miei confronti spiegandomi le cose che dovevo fare”.

-Quanto era difficile per una donna in quel momento farsi strada in questo settore?

“Ai tempi c’era poca diversificazione nei ruoli femminili che erano più banali rispetto ad oggi. Molto spesso la scelta era tra fare la fidanzata, la moglie o l’amante nei film. La donna era sicuramente vista in modo diverso”.

-Come ha visto cambiare il cinema nel corso degli anni?

“Quando ho iniziato non c’era il voce-volto, tutti eravamo doppiati ed abbiamo portato avanti battaglie infinite affinché questo cambiasse. Spesso c’erano turisti di passaggio che disturbavano  sul set e c’era poca attenzione alla qualità della recitazione”.

-Qual è o quali sono le tecniche di recitazione che lei trova più utili al fine di una buona interpretazione, facendo distinzione tra cinema e teatro?

 “Credo sia necessario in entrambi i casi un equilibrio tra tecnica ed immedesimazione. Ai tempi i più grandi attori uscivano dall’Actors Studio di New York ed il metodo più valido per il cinema era quello Strasberg, che seguiva le orme di Stanislavskji. Per il cinema, che necessita di una recitazione più immediata rispetto al teatro, si è rivelata una tecnica molto utile. Invece per quanto riguarda il palcoscenico, dovendo ogni sera ripetere la stessa parte, è più difficile affidarsi all’immediatezza ed alla spontaneità; c’è bisogno di essere supportati da una maggiore tecnica e memoria emotiva. A teatro ogni volta devi rivivere il ricordo del personaggio, immedesimandoti di nuovo con la tecnica ed il tutto è più ragionato rispetto al cinema”.

-Esprima dall’alto della sua grande esperienza da attrice le differenze tra cinema e teatro e ci dica cosa preferisce.

“Nel cinema devi fare meno, a teatro più. Anche l’uso della voce è completamente diverso, nel palcoscenico ovviamente serve un’estensione vocale più potente, senza contare il calore che ti dà il contatto diretto con il pubblico. Nella mia vita ho scelto il teatro e l’ho preferito per moltissimi anni della mia carriera. Adesso il cinema odierno mi piace ed interpreterei volentieri un bel ruolo femminile sul grande schermo”.

-Qual è il consiglio che si sente di dare a chi aspira a diventare un attore?

“Per quella che è stata la mia esperienza, fare l’attrice è un mestiere molto più divertente di tanti altri: va fatto bene, senza troppe illusioni e con un certo realismo. Non bisogna mai abbattersi, perché succede che capitino periodi in cui non ti chiama nessuno per lavorare; in questi casi è importante non colpevolizzarsi. Per fare l’attore serve inoltre possedere una forte sensibilità, accompagnata da un carattere deciso, perché se una persona è debole in questo settore un po’ soccombe. Naturalmente poi è fondamentale studiare ma non solo la recitazione ed i testi teatrali, bisogna essere un po’ tuttologi e cercare di apprendere in tantissimi campi, specialmente quelli artistici. Molto utile per stimolare l’ispirazione può essere leggere tanti libri, scrivere, andare a vedere mostre d’arte. Non si può essere ignoranti”.

-Quali qualità deve avere secondo lei un attore? Chi non nasce con questo fuoco sacro può sopperirvi con un laborioso studio della tecnica?

“Innanzitutto bisogna essere bravi, è necessario avere in natura un certo talento che va poi affinato con la tecnica. Studiando molto si può in qualche modo arrivare a fare l’attore ma, senza una dote naturale di partenza, è difficile diventare grande”.

A proposito di “grandi”, cito a Valeria l’attore Giancarlo Giannini, con cui ho avuto l’onore di studiare, sotto sua direzione, al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.

Riprende la parola Valeria, dicendo: “Giannini era bravo sin da principio, studiò all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico per poco tempo e subito lo mandarono a lavorare per la sua immensa e precoce bravura.

Io però conosco anche attori che erano bravi sin da quando avevano 15 anni e tutt’ora pieni di talento che, però, non sono riusciti a sfondare, probabilmente in parte è anche una questione di fortuna. Adesso noto che nel cinema c’è molta ricerca per bei volti, l’estetica di un attore è molto importante. Forse ad oggi maschi e femmine sono ricercati più per la bellezza che per la bravura; ad ogni modo esistono molti ruoli e non bisogna fare per forza i belli della situazione. Questo fattore però è un po’ condizionante perché chi non è bello ha il timore di non essere preso per questo motivo. Io guardandomi intorno vedo anche attori e attrici piacevoli d’aspetto e bravi a recitare, altri ahimè sono inguardabili. Mi piace particolarmente la serie televisiva Il commissario Montalbano, trovo che lì la bravura degli attori ed il lavoro che c’è intorno siano di alta qualità”.

-Quali sono le difficoltà che si incontrano nel lavoro del teatro e nel lavoro del cinema?

“A teatro c’è più selezione, sei più sicuro che avrai le scritture tutti gli anni ed in qualche modo hai più garanzie. Nel cinema no e anche le persone più famose se fanno un film che non incassa, smettono immediatamente di lavorare. L’ambiente cinematografico è molto più precario ed occasionale; non bisogna farci troppo conto, se capita bene altrimenti pazienza. Invece il lavoro del teatro lo fai sempre e lo costruisci assieme ai colleghi, magari facendo coppia per qualche anno di fila con lo stesso attore sul palco. A teatro l’attore stesso può proporre delle cose ed è una libertà che difficilmente si ha nel cinema”.

-Quali sono le attrici a cui lei si è ispirata o che hanno suscitato in lei curiosità nel corso della sua carriera?

“Le attrici che io ho ammirato sono moltissime e da ognuna di loro ho cercato di prendere qualcosa, imparando sempre cose nuove. Tra le attrici italiane posso certamente citare Virna Lisi, Anna Maria Guarnieri, Lea Massari con cui ho anche lavorato nella miniserie televisiva Anna Karenina. Ho un’ammirazione sconfinata nei confronti di Meryl Streep, la trovo meravigliosa. Ho delle colleghe che, mentre guardano i suoi film, interrompono il video osservandola fotogramma per fotogramma, cercando di carpire qualcosa dalla sua immensa bravura. Si impara guardando gli altri, Goldoni diceva di andare ad assistere agli spettacoli con gli attori bravi perché da loro si apprende. Io sono andata sempre tantissimo a teatro ed al cinema perché pensavo fosse importante per la mia formazione”.

-Il suo rapporto professionale con Federico Fellini oltre al film La Dolce Vita per quanto è durato?

“Abbastanza, ogni tanto casualmente o volutamente ci siamo visti. L’ultima volta che ci siamo incontrati io sono andata a trovarlo alla De Laurentiis e lui ha detto che gli sarebbe piaciuto tanto fare un film con tutti i suoi attori, includendomi nel pensiero di quel progetto. Fu sempre molto carino nei miei confronti.”

-Senz’altro aver lavorato con Federico Fellini per lei è stato un biglietto da visita importante. Questo ha implicato che gli altri pretendessero molto da lei?

 “Aver girato quel film è stato importante ed ho avuto, per la mia giovanissima età di allora, una fama esagerata che non ero molto in grado di gestire. Tutti pretendevano da me qualcosa di più rispetto agli altri, io ero solo una ragazzina all’epoca. Quando uscì il film io avevo 15 anni, tutti volevano intervistarmi ed era un po’ troppo per me, almeno per il tipo d’esperienza di vita che avevo avuto fino ad allora. Io avevo appena finito le scuole medie ed ero al primo anno del liceo a Roma, ho continuato a studiare con accanto la mia famiglia che ridimensionava tutto quello che stava succedendo. Ai miei genitori premeva che io terminassi gli studi, pensando che l’ondata di successo di quel film fosse soltanto passeggera e che tanto sarebbe finita presto. Io invece ci tenevo che tutto ciò continuasse.

La fama secondo il mio punto di vista è fastidiosissima, non è vero che è una cosa piacevole. Io penso agli attori di oggi assaliti dalla folla che pretende selfie, foto, video, autografi; per me sarebbe un incubo. La cosa strana è che gli attori americani che vengono in Italia per i vari festival, sono disponibilissimi, firmano centinaia di autografi e fanno altrettante fotografie con i loro fan. I nostri attori italiani, invece, sono quasi terrorizzati dal pubblico perché forse vengono presi troppo d’assalto.

Tornando all’importanza del film che ho girato con Fellini è stato sicuramente un ottimo biglietto da visita, tutti mi conoscevano, avevo copertine sui giornali continuamente”.

-Lei come ha vissuto questo successo incredibile a soli 14/15 anni?

“Da una parte ero gratificata, però dall’altra era anche fastidioso; era ambivalente la cosa. Non mi aspettavo minimamente tutto questo successo, non ci pensavo proprio. Mentre io recitavo nel film non mi ero resa nemmeno conto che mi stessero facendo un primo piano così stretto e ravvicinato, la macchina da presa non era molto vicina”.

-Non si è sentita intimorita, così giovane, dall’occhio della telecamera puntato su di lei?

“Ne La Dolce Vita no perché Fellini era così simpatico e carino da avermi messa totalmente a mio agio. Federico era una persona molto dolce con tutti e chiamava tutti noi attori con dei nomignoli, per lui io ero Paolina come il personaggio del film. Lui mi diede le prime indicazione su come muovermi nella recitazione con grande semplicità, come se tutto fosse facile e in effetti, guidata da un maestro come lui, fu semplice interpretare quel ruolo e lo vissi con grande spontaneità”.

-Ripensando di getto a Federico Fellini cosa le viene in mente?

“Mi vengono in mente la sua grande dolcezza ed il suo essere così affettuoso ed accogliente. Mi ha trattata così bene, da padre. Mi ha fatto sembrare come se fosse tutto una favola”.

-Cinema e televisione sono due potentissimi mezzi di comunicazione. Quali sono le differenze sostanziali?

“Mi piaceva fare televisione quando si faceva in studio ed era bellissimo. Adesso non mi piace perché è tutto velocissimo, devi girare tanti minuti al giorno e tutto è troppo veloce, andandone a discapito la qualità. Infatti io penso che gli sceneggiati belli che ancora vengono fatti, come ad esempio Montalbano, non vengono realizzati così rapidamente con il minutaggio giornaliero prestabilito.

Io dopo il cinema ho fatto teatro, mi piaceva tantissimo e, la televisione fatta come si faceva un tempo, era molto teatrale. C’era la sala prove, c’era la lettura a tavolino e tutto era molto simile a come si lavora a teatro. Recitando negli sceneggiati, immediatamente l’attore riscuoteva una fama esagerata”.

-Secondo lei per un attore, dovendo scegliere, è meglio vincere un premio rinomato oppure avere il riconoscimento del pubblico?

“Io penso che sia meglio il riconoscimento del pubblico, però a volte gli spettatori riconoscono anche delle persone che hanno percorso delle vie facili. I premi della critica, invece, sono assegnati sulla base di un valore delle persone, al di là della popolarità”.

-Il regista ha sempre le idee chiare o può capitare che a volte non sappia nemmeno lui come voglia che un attore faccia una scena e lo scopra facendolo provare?

“Normalmente sa cosa vuole. Magari esistono registi più democratici che aspettano anche di vedere come l’attore si approccia alla scena e poi suggeriscono altre modalità oppure cercano di potenziare la proposta dell’attore. Il regista ha comunque un’idea di insieme di tutto il film, mentre l’attore è parcellizzato nella scena in base al suo ruolo. Nel cinema scene scollegate tra loro dentro ad un ambiente, si girano in successione, indipendentemente dall’ordine temporale che avranno dentro al film. Se ad esempio parliamo di una stanza di un personaggio, si girano consecutivamente le scene al suo interno, indipendentemente dalla successione cronologica che vedremo nel film. Può perciò capitare ad un attore di recitare in modo continuo in due scene che possono trovarsi una all’inizio ed una alla fine del film. La scansione del tempo nelle riprese cinematografiche non avviene come a teatro, ma è molto meno precisa; quindi il regista deve prendere visione di tutto in modo che ogni cosa (compresa la recitazione degli altri personaggi) sia amalgamata secondo la sua idea complessiva di come vuole fare il film. Il regista è perciò l’unico in grado di dare suggerimenti giusti all’attore che a sua volta deve ricambiarlo con estrema fiducia; è la figura più conscia di come ci si debba approcciare all’interpretazione del personaggio”.

-Ad oggi cosa sceglierebbe tra teatro e cinema?

“Oggi devo dire che il cinema italiano a me piace, a parte un eccesso di commedie. Oggi c’è tutto un altro rispetto per l’attore da quando c’è il voce-volto. Negli anni ’60 e ’70 gli attori erano doppiati, quindi sul set tutti parlavano tra loro e c’era poco rispetto per chi recitava. Adesso è molto meglio sotto questo aspetto”.

Saluto Valeria soddisfatta e “trasognante”, pensando all’epoca del cinema e del teatro che ha vissuto, a contatto con chi ha fatto la storia del cinema. Lei gentile, come sempre, con quell’aria serena di chi ne ha di cose da raccontare.

Isabella Baldoncini