“Cry Macho” la riconciliazione del vecchio Clint Eastwood

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di Paolo Tagliaferri

Durante il montaggio del suo ultimo film “Richard Jewell” nel novembre 2019, le colline intorno ad Hollywood stavano bruciando, divorando centinaia di ettari di boschi e vegetazione. Un fumo acre e sospinto dai venti caldi ed implacabili del sud della California si avvicinava minaccioso agli studios della Warner Bros, a Burbank, mentre le sirene dei mezzi dei vigili del fuoco echeggiavano spettrali e senza tregua. Clint Eastwood fu invitato per precauzione ad evacuare i locali e a mettersi in salvo visto che il fuoco avrebbe potuto propagarsi ulteriormente. Il servizio di sicurezza insistette più volte perché lasciasse lo studio ma il vecchio Clint, allora 89 anni, aveva rassicurato che tutto era sotto controllo. “Dobbiamo lavorare” tagliò corto congedando quelli che considerava solo degli scocciatori. Niente e nessuno poteva distoglierlo dal suo lavoro, lui vecchio burbero divenuto negli anni leggenda vivente del cinema contemporaneo. Dopo solo un anno, quando ti aspetteresti che alla sua veneranda età (a maggio ha compiuto 91 anni) si decidesse di attaccare definitivamente la cinepresa al chiodo, godendosi la vecchiaia nella sua tenuta a sud di San Francisco coccolato dall’affetto dei sui tanti figli, eccolo di nuovo all’opera. Qualche giorno fa, il 6 agosto, è stato pubblicato il trailer del suo ultimo film, “Cry Macho” (6,1 mln di visualizzazioni in 6 giorni), che lo vede impegnato nella duplice veste di regista e di attore protagonista. Le riprese del film sono iniziate il 4 novembre 2020 ad Albuquerque per poi spostarsi nella contea di Socorro dal 16 al 30 novembre per concludere a Belen, sempre nel New Mexico, il 15 dicembre 2020. Il film uscirà sugli schermi americani il 17 settembre, in contemporanea con HBO max. In Italia è atteso nelle sale per ottobre.

Una trama classica, in un film che si profila asciutto, essenziale e senza fronzoli come ormai ci ha abituato negli ultimi anni il vecchio Clint. L’ennesima storia di redenzione di un uomo arrivato alla fine dei propri giorni che si trova a fare i conti con i propri errori del passato, con le proprie colpe e con i propri rimpianti. Un ritratto che per molti versi si ricollega agli ultimi film che lo hanno visto protagonista dall’indimenticabile reduce della guerra di Corea Walter Kowalsky di “Gran Torino” al più recente corriere dei cartelli della droga Earl Stone de “Il corriere – The mule”.

Nel nuovo film è Mike Milo, un malandato ex star del rodeo ed allevatore di cavalli, che accetta un lavoro per riportare il figlio adolescente dell’ex capo a casa, lontano dalla sua mamma alcolizzata. Durante il loro viaggio dal Messico fino al Texas, percorrendo strade secondarie in un viaggio inaspettato e non privo di insidie, l’anziano cavaliere trova la redenzione insegnando al ragazzo cosa significa essere un brav’uomo.

Il film è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 1975 scritto da N. Richard Nash, autore della sceneggiatura insieme a Nick Schenk. Per anni sia Eastwood che altri, fra cui Arnold Schwarzenegger, avevano tentato di farne un film, ma senza mai portare a compimento il loro progetto.

Dopo aver glorificato, con enfasi e convinzione e un pizzico di retorica, la figura dell’eroe americano con i precedenti film “American Sniper”, “Sully” e “Richard Jewell”, Eastwood riprende il discorso e l’analisi introspettiva iniziata con “Gran Torino”. Sono scomparsi sia il granitico giustiziere della saga dell’ispettore Callaghan che il sergente Gunny del film omonimo dai modi spicci e brutali, lasciando spazio per l’ennesima volta ad un anziano malmesso che si trova a fare i conti con la propria esistenza tentando la via di una probabile seppur tardiva redenzione attraverso l’aiuto del prossimo in difficoltà.

Era stata dapprima la comunità Hmong perseguitata da una gang di balordi in “Gran Torino” per la quale il vecchio eroe sacrifica la propria vita per poi proseguire con gli amici, la comunità e la famiglia a cui il corriere al soldo dei cartelli messicani della droga portava consistenti aiuti economici provenienti dalla sua attività illecita prima di essere catturato dall’FBI dichiarandosi colpevole. Ora è la volta di questo ragazzino messicano, caricato di forza sul furgone, per riportarlo in Texas, lontano dai guai. Quello che appassiona della storia del vecchio Clint è la sua continua affermazione che per quanto anziani, depressi o falliti, si è ancora in grado di rialzarsi e mettersi in gioco, mettendo tutte le proprie residue forze al servizio di qualcosa di importante, di qualcosa che abbia il merito di dare un senso alla propria esistenza. I personaggi recitati da Clint, in qualche modo autobiografici, sembrano essere indispensabili allo stesso regista attore per cercare lui stesso una qualche forma di redenzione prima che il sipario cali definitivamente. L’età non conta e cosa si è stati nel passato non può certo essere cancellato, ma resta sempre il tempo per tentare di rimediare, ridando valore a ciò che realmente conta.

Non resta dunque che attendere ottobre per andare a vedere al cinema questa ultima opera del novantunenne Eastwood, sperando che non sia l’ultima!