Intervista al Prof. Michele de Angelis, sulle prospettive sanitarie aretine

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Già in passato, parlando da politico di “Azione”, movimento a cui appartiene, aveva spiegato il rapporto malato tra politica, territori e sanità.  Il continuo fiorire di commenti, proposte, progetti, suggerimenti, alcuni tra i più disinvolti e irrealizzabili quali punti nascita o reparti fantasma, lo ha spinto a ritornare sull’argomento: sono riflessioni politico-metodologiche che nulla hanno a che fare con il suo ruolo in sanità anche se da questo ne deriva una esperienza professionale di quasi quarant’anni.

Mettiamo innanzitutto alcuni punti fermi?

Certo. E sono principalmente due:

-il sistema sanitario toscano ha rappresentato e lo è tuttora, uno dei migliori, almeno per quanto concerne una prospettiva nazionale.

-la stessa gestione della pandemia, pur con non trascurabili scivoloni, ha dato risposte specie nel campo della assistenza domiciliare, anche se spesso abbiamo dovuto registrare stati e momenti confusionali.

Venendo al nostro territorio?

Non mi sembra in alcun modo accettabile che le difficoltà sanitarie attuali (e non parlo della situazione pandemica) siano da attribuire alla Area vasta come unica responsabile. Certo alla costituzione di questa non è seguita una ridistribuzione di energie, di funzioni e di responsabilità nelle provincie, equa sia dal punto di vista finanziario che gestionale.  ESTAR è risultato un elefante per gli acquisti ed i concorsi di difficile gestione per tutti. Ma credo che commetteremmo un grave errore a pensare che questo sia il solo problema.

Quanto contano gli attriti politici nella gestione sanitaria?

Il diverso orientamento politico di molte amministrazioni locali rispetto al governo regionale, anziché portare ad una sana e corretta dialettica politica volta a migliorare la risposta socio-sanitaria nel suo complesso sta producendo una vera e propria guerra di dichiarazione spesso furi luogo e fuori tema al fine di dimostrare aprioristicamente, da un lato lo scarso valore del sistema sanitario toscano, dall’altra la sua perfezione.

Come prendere atto di ciò che non funziona?

La pandemia ha evidenziato delle carenze del SSR (ovviamente con pesanti e precise responsabilità nazionali) che preesistevano per mancanza di investimenti, incentivazione delle professioni, imbuti formativi, attrattività dei luoghi di lavoro e sarebbe il nuovo grande errore, proprio nel momento in cui dovremmo varare un piano di rinascita post covid della nostra sanità anche per la nostra provincia. Non credo che sia utile continuare ad elencare in maniera autoreferenziale per i vari presidi ospedalieri, quali medici manchino, quanti anestesisti, quanti primari…

Cosa dobbiamo fare in ciascuno dei nostri singoli presidi ospedalieri e nel territorio, alla luce del nuovo scenario costituito da un lato dai bisogni (salute, cronicità, invecchiamento della popolazione) e dall’altro dalla capacità, appropriatezza, accessibilità delle risposte e dalla situazione odierna delle professioni sanitarie, completamente differente a quella di soli 5 anni fa?

Se vogliamo continuare con la triste esperienza che i Sindaci e gli Assessori chiedono per immagine e prestigio personale con l’immancabile riferimento al benessere dei cittadini e le risposte (sulla carta) sono date per quieto vivere, non credo che siamo sulla strada della nuova visione auspicata solo ieri dal presidente Draghi, che può essere declinata per ogni settore ed ogni territorio della nostra penisola. I Sindaci e gli Assessori vigilino in maniera attenta e ferma sulle corrette risposte ai cittadini per tempistiche ed appropriatezza, ma non entrino nella gestione delle risposte stesse che devono essere organizzate dalle Direzioni generali, sanitarie, di presidio e zona distretto in maniera efficiente ed efficace. Certo su questo le Direzioni strategiche andranno valutate, ma solo quando abbiano potuto operare senza condizionamenti impropri.

Quale futuro per il nostro San Donato?

Dobbiamo domandarci se siamo d’accordo o meno su un San Donato forte, attrattivo, tecnologicamente avanzato, vero punto di riferimento per le patologie per acuti ed una periferia al reale sevizio dei cittadini per tipologia, appropriatezza e buon uso delle risorse con esatta definizione delle prestazioni erogate. Se non pensiamo questo e non siamo capaci di riunire forze diverse su questo progetto, ebbene, il depauperamento sanitario e professionale della nostra provincia non sarà per colpa dell’area vasta ma soprattutto nostra.

Un nuovo progetto?

Oggi è il momento di ridisegnare la mappa sanitaria del nostro territorio, senza demagogia con la realistica consapevolezza che non abbiamo bisogno certo di ospedali nuovi e vuoti, ma di strutture snelle, tecnologicamente avanzate, digitalmente connesse e realmente integrate oltre ad una estesa rete di cure intermedie. Se qualcuno ritiene che piccoli doppioni inefficienti ed inefficaci siano il futuro della nostra sanità si accomodi e se ne assuma le responsabilità. Il grande sforzo finanziario che ci apprestiamo a vedere, dovrà avere alla base questi presupposti con una visione strategica sul lungo periodo.  Ho sentito tante voci autorevoli ed interessanti, su una nuova modo di intendere la politica sanitaria anche nel nostro Consiglio Comunale di Arezzo. Mettiamole insieme con impegno ed umiltà. Non avremo molte altre occasioni.