Caritas diocesana, fra resoconti e nuove sfide per il futuro

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di Paolo Tagliaferri

La grande illusione che questa epocale emergenza sanitaria ci avrebbe d’incanto resi tutti più buoni, solidali e caritatevoli, forse è definitivamente svanita. E chissà se davvero abbiamo mai corso questo “rischio”. I libri di storia ci diranno, fra qualche anno o decennio, se complessivamente avremo imparato qualcosa da questa tragica esperienza. Se il trovarsi faccia a faccia con i nostri peggiori incubi ci abbia resi migliori o se, al contrario, tutto rimarrà praticamente immutato. Capiremo se lo spirito di unità e solidarietà che sembrava, almeno all’apparenza, pervadere le nostre buone intenzioni, sia stata solo un’iniziale e fugace reazione alla paura e al collettivo senso di smarrimento dei primi mesi di emergenza. Se il ritorno graduale a più semplici e primordiali istinti di sopravvivenza e di egoismo individuale avrà avuto il sopravvento, rendendo vano qualsiasi insegnamento che un evento così drammatico come l’epidemia covid-19 dovrebbe necessariamente determinare nelle nostre coscienze. Gli interessi individuali forse torneranno prepotentemente a stabilire le nostre priorità e la nostra tabella di marcia, il nostro dibattersi e sgomitare per prevalere e primeggiare, mal coniugandosi con un auspicabile spirito di comunità, di condivisione e di aiuto reciproco. Era così prima del covid-19 e chissà se lo sarà anche quando questa pandemia ci avrà finalmente lasciati in pace.

Nel frattempo, come in tutte le tragedie contemporanee o del passato degne di questo nome, nell’ultimo anno è tornata prepotentemente in auge la figura dell’eroe, che si tratti di un singolo individuo o addirittura di intere categorie professionali.  Eroi acclamati, eroi cercati, eroi inaspettati e non di rado insoliti. Eroi che talvolta ci hanno commosso con le loro storie toccanti e con i loro volti provati da sofferenza e disperazione, eroi inconsapevoli di esserlo e che il più delle volte sono stati loro stessi i primi a trovarsi a disagio di fronte a simili frettolose beatificazioni. Ma gli eroi ci affascinano e per quanto un famoso drammaturgo faceva dire al suo personaggio, tal Galileo Galilei, che “sventurata è la terra che ha bisogno di eroi”, abbiamo ancora bisogno di loro, di persone che osano qualcosa, che ritrovino il coraggio delle proprie idee ed azioni che possano prevalere sull’indifferenza, la mediocrità e l’instabilità.

Ma accanto agli eroi c’è chi da sempre si dedica ad azioni quotidiane, ad attività continue ed encomiabili di solidarietà ed aiuto. Quelle attività di carità e sostegno a condizioni di difficoltà ed emarginazione che non sono certo nate con la pandemia, ma che con l’emergenza sanitaria si sono estese e aggravate talvolta anche in maniera esponenziale, dando l’idea, in particolare agli addetti ai lavori, di essere di fronte a qualcosa di incontrollabile e che non potrà che ulteriormente peggiorare passata la tempesta del covid-19. Sono le attività di volontariato, i comitati, le associazioni e le realtà anche più strutturate. Quelle realtà che da sempre, anche ad Arezzo, supportano o affiancano i servizi essenziali che lo Stato dovrebbe di per sé assicurare, ma che talvolta fatica a rendere operativi con piena efficacia e determinazione. In una città in cui la povertà e l’emarginazione è sempre stata vista come in problema limitato, un non problema, un aspetto marginale e che in fondo coinvolge una fascia assolutamente ristretta della nostra comunità.

La Caritas Diocesana di Arezzo-Cortona e Sansepolcro è certamente una di queste realtà, attiva non solo in città ma, attraverso le molte parrocchie, in tutta la provincia. Ne ho parlato con Andrea Dalla Verde, responsabile operativo di Sichem onlus, braccio operativo della Caritas diocesana. L’associazione, nata nel 2000 e diretta per anni da Suor Rosalba, scomparsa lo scorso dicembre, gestisce e sviluppa le attività di carità della Chiesa diocesana ma è attiva anche nell’ambito della formazione e nei percorsi didattici all’interno delle scuole. Andrea, una laurea in scienze politiche con indirizzo politico internazionale, arrivato in Caritas nel 1999 per svolgere di suo anno di servizio sostitutivo alla leva militare, non se n’è più andato.  Mi mostra la sede della Caritas. Parliamo delle due mense attive in città, quella diurna sotto la Chiesa di piazza Giotto e quella serale in San Domenico. Decine e decine di pasti assicurati ogni giorno grazie all’aiuto dei volontari e alle derrate alimentari fornite dalla Caritas. Presso la sede della Caritas di Via Veneziana, di fronte al Tribunale, c’è invece la Casa di accoglienza S.Vincenzo che con i suoi 24 posti letto ospita tutto l’anno persone che non hanno un posto dove andare. L’annesso dormitorio, composto da 3 camerate, ha operato tutto l’inverno con circa venti accessi quotidiani ed ha temporaneamente interrotto le proprie attività il 5 aprile che riattiverà il prossimo autunno. Sopra gli uffici della Caritas, al secondo piano, è invece presente la casa di accoglienza Santa Lucia che ospita piccoli nuclei familiari, donne sole con figli a carico. Due monolocali per favorire una certa autonomia gestionale ed abitativa e la casa famiglia con spazi comunitari. Il Centro di ascolto, cuore dell’azione e dei servizi della Caritas, è ospitato al piano rialzato del medesimo edificio di Via Fonte Veneziana ove è anche presente l’ambulatorio medico. Le attività di front office, a cui può rivolgersi chiunque abbia bisogno di sostegno, di confronto o di conforto, organizzano i colloqui finalizzati alla presentazione di richieste di aiuto che può riguardate uno dei tanti servizi messi a disposizione dalla Caritas.

I dati di resoconto dell’attività della Caritas diocesana per l’anno 2020 non sono ancora disponibili; lo saranno presumibilmente nel mese di giugno ed è certo che registreranno dati in crescita in tutte le attività svolte. Nel 2019 sono state 2.007 le persone e famiglie registrate presso i servizi della Caritas diocesana. Le problematiche gestite nel 2019 sono state 3.398 ed hanno riguardato problemi economici e di povertà nel 55,6% dei casi, problemi di occupazione e di lavoro (15,8%), problemi familiari (6,5%), problemi di salute (6,4%), problematiche abitative (7,4%) e, in percentuali minori, bisogni di migrazione, dipendenze, problemi di istruzione. Fra i molti dati disponibili salta agli occhi il progetto SIF (Sistema Inclusione Famiglie), con servizio di fornitura di latte e pannolini che è stato attivo per 144 famiglie e 146 bambini con la fornitura di 1.727 confezioni di pannolini e 186 di latte in polvere, ma anche sostegno diretto al reddito a 75 famiglie (107 interventi per 15.477,55 €), sostegno alimentare per 54 famiglie (4.500 € in buoni spesa). Nel 2019, nelle due mense diurne e serale di Piazza Giotto e S.Domenico sono stati erogati un totale di 20.044 pasti. La raccolta diretta di alimenti, attraverso varie attività, ha proseguito con il ritiro giornaliero di prodotti presso alcuni supermercati locali di alimenti importanti come frutta, verdura, carne, pane, prodotti da forno e da rosticceria, merce da banco non confezionata e invenduta  per complessivi 10.476 kg oltre ad ulteriori 10.814 kg di alimenti a lunga conservazione provenienti dalle collette alimentari. Questi sono solo alcuni dati molto parziali del Rapporto diocesano sulle povertà denominato “Turbati” e relativo, come detto, al 2019 e scaricabile sul sito internet  https://www.caritasarezzo.eu/download/turbati.pdf

Talvolta ci si interroga su come poter far beneficienza, su come poter indirizzare con fiducia i nostri piccoli risparmi o cifre più consistenti nel caso delle persone benestanti o di società dai ricchi guadagni. La sensazione o il timore che nelle raccolte fonti vi possano essere sprechi, eccessive spese di gestione o semplici zone d’ombra, può talvolta frenare o limitare l’impegno anche dei più volenterosi. Le organizzazione internazionali, nazionali e locali si danno un gran da fare nelle loro campagne di raccolta fondi, delle quali, anche per nostra pigrizia, mal se ne comprendono a volte le dinamiche, i risultati e i bilanci economici. Riservare un occhio di riguardo per le realtà locali, come è il caso della Caritas ma anche di altre organizzazioni attive in città, dovrebbe essere doveroso. Per quelle organizzazioni cioè di cui se ne può apprezzare i risultati concreti sul territorio, che possono essere visitate e a cui possiamo e dobbiamo poter chiedere in qualsiasi momento chiarimenti e resoconti, avendo insomma la libertà di verificare il destino delle cifre raccolte.

Andrea Dalla Verde opera in questo mondo che si interessa di povertà ed emarginazione da oltre vent’anni e ammette di aver visto un reale e progressivo peggioramento delle generali condizioni di disagio in città negli ultimi dieci anni. Ma non per questo si ritiene pessimista o rassegnato.  Anzi, considera ancora possibile, con l’aiuto di tutti, tentare non tanto un utopistico azzeramento di qualsiasi forma di povertà in città, ma più banalmente e pragmaticamente la sua drastica riduzione, condizione che andrebbe a vantaggio della comunità nel suo complesso e non solo dei diretti interessati.

E chi non desidera dare una mano alla Caritas, può sempre aiutare qualsiasi altra organizzazione che si dedica della città oppure può dare il proprio contributo a sostegno in altri ambiti del nostro vivere comune. Che si tratti di destinare fondi alla cultura, all’ambiente o ad altre iniziative trasparenti e concrete, l’importante e che siano al servizio e a vantaggio della nostra comunità. Ognuno come può e senza necessariamente sentirsi poi degli eroi. La buona volontà sta anche nelle piccole azioni quotidiane, in forme di sostegno anche minime ma che sommate tutte insieme potrebbero riuscire ad incidere realmente sul destino della nostra comunità.