Un nuovo atteggiamento per le attività produttive di Arezzo. Una delle correzioni da apportare alle scelte del recente passato.

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Ho titoli universitari in economia, ho lavorato nel privato per circa trent’anni, credo di avere qualche competenza per articolare una riflessione circa le recenti scelte che il Comune di Arezzo ha effettuato nel settore delle attività produttive. Pensieri certo non dissimili ai tanti pubblicati negli anni scorsi.  Suggerimenti che porgo al mio candidato sindaco, Ralli, nella cui lista figuro.
In ambito liberale classico (a me più congeniale) si privilegiano i valori individuali rispetto a quelli collettivi; ma nel corso dei decenni i cambiamenti socioeconomici devono portare a nuovo equilibrio fra individuale e collettivo, l’ultimo drammatico, complesso e irrisolto esempio riguarda le norme a tutela dalla epidemia.
Ma resta valido il principio della non eccessiva ingerenza nell’attività economica privata e la presenza/ intervento dello Stato o di altre istituzioni in settori economici. Certamente qualunque forma di favoritismo non è apprezzata, anche l’Unione europea fa molta attenzione ai cosiddetti aiuti di Stato; la teoria economica classica idealizza il mercato quale un meccanismo capace di autoregolarsi, così non è per me, ma non è questo il momento per riapprofondire questi temi. Basti pensare alla tutela da complessi economico finanziari ai quali piace giocare ad una porta sola, quella dei miseri cittadini clienti e utenti, con pensate tipo “obsolescenza programmata”.
Applicando questo concetto generale, gli interventi con cui il Comune di Arezzo -sotto Ghinelli- ha favorito le attività da San Michele (o meglio dal Canto dei Bacci) a salire mi hanno molto stupito.
Potrei citare anche la scelta di tenere la fiera dell’antiquariato agostana (ci rifanno a settembre, in spregio a troppi espositori inascoltati) in quello che hanno sfacciatamente definito il suo luogo storico; molti ambulanti sono stati penalizzati e spostati pur disponendo di posteggi autorizzati da decenni, prevedendo 2 m di distanza fra i banchi mentre si concedeva mezza distanza fra i tavoli dei ristoranti. Il tutto a esclusivo beneficio degli esercizi che operano in quella zona. Sfruttando in questo caso specifico soprattutto i soldi degli espositori: errore, anche perché senza espositori la fiera non regge, va morendo. Un risultato di Ghinelli.
L’assessorato alle attività produttive deve guardare all’economia comunale come un unicum, senza preferenze ogni qual volta si utilizza la fiscalità generale. I tradizionali fattori di base sono cambiati nel corso del tempo e si deve vedere l’economia come flusso: è difficile immaginare che il commercio di una area ristretta possa prosperare senza la forte distribuzione di ricchezza dagli altri settori produttivi.
E i turisti, in paragone a altre città vicine, sono esigui e di passaggio, salvo vediate asini volare tutti i giorni.
In ambito produttivo ho visto troppo spesso il sindaco Ghinelli coi soliti noti trascurando tutti gli altri attori: e ne abbiamo di bravi che non si vogliono confondere coi fenomeni.
E troppo spesso ho sentito equiparare commercio e servizi, realtà molto più ampia e comprendente attività a cavallo fra i vari settori economici, basta pensare alla logistica oppure alle pulizie che servono a fabbriche o ingrossi.
Casomai conta la ricchezza distribuita, non quale cluster viene dichiarato alla Cciaa. Non facciamo confusione, ogni settore di attività ha la sua giustificazione economica che non deve essere incentivata a costo dei cittadini, ma certo non penalizzata.
Anni di diatribe con la Camera di Commercio o con il polo fieristico hanno arrecato danni ed impoverimento alla capacità istituzionale di essere al fianco di tutte le imprese. Portando ad una trivellazione plurimilionaria, bruciando soldi nostri.
Quindi, ben vengano le iniziative curate singolarmente da una associazione, ma non ci si adagi su un solo “campione”: tante sono le imprese ad Arezzo, tutte devono sentire il Comune accanto a loro. Senza contrappesi crescono le difficoltà delle imprese in periferia, esse non fanno audience. Occorrono iniziative che diano un segnale positivo a tutte le imprese sul territorio, concedere suolo pubblico non è applicabile a molte aziende che debbono tenere duro e stringere la cinghia. Il Comune deve agire su qualche tariffa o imposta che aiuti tutti. Sennò qualcuno gode e qualcuno paga. Non può essere un importo risolutivo come tutti vorremmo, vi sono anche le famiglie che devono essere sostenute. Certo era meglio se cifre importanti non fossero state bruciate in sollazzi (penso al “dono” del sindaco, al “raro” festival e bischerate simili), adesso occorre cambiare registro. Incentivando comportamenti virtuosi che proteggano Arezzo dal virus e ne diffondano una immagine positiva.
Certo si può decidere di canalizzare le risorse a favore di un settore per un dato periodo e poi passare a metterne in evidenza -o a risolverne i problemi- un altro. Perché tutte le attività, ovunque siano posizionate, hanno diritto di essere tenute in considerazione: non credo che negli ultimi 5 anni questo sia avvenuto e contro questo mi esprimo. Maledicendo tante chiacchiere farlocche, lontane dalla realtà.
Tutti dovrebbero ricordare le promesse che Ghinelli pronunciò nel 2015 e che non hanno avuto alcun seguito, come l’incubatore di imprese; mi ha molto deluso quello che in questi anni è stato fatto, paragonabile al peggior statalismo che in Italia ha permesso l’arricchimento di pochi a danno di tantissimi; l’esempio Fiat valga per tutti: si diceva “quello che va bene per la Fiat va bene per l’Italia”, peccato che gli Agnelli o i loro eredi abbiano portato in Olanda i miliardi fatti grazie a incentivi o politiche a loro esclusivo beneficio. Ad Arezzo abbiamo avuto i tirolesi. O il mercato internazionale. Mentre le attività di vicinato muoiono. Perchè non sostenere la creazione d’un mercato medioevale da tenere in piazza e magari esportare? Certo, se chi dovrebbe crederci ha molto interesse a importare mercati da fuori, esiste un chiaro conflitto…
Io conosco tante persone che hanno fatto soldi lavorando duramente, hanno il mio rispetto e la mia stima. Non mi piacciono quelli che si arricchiscono alle spalle di altri, certi imprenditori o persone paracadutate in partecipate. Negli ultimi anni in città ne sono emersi troppi. Scusate se non mi genufletto dinanzi a modesti esempi di capitalismo aretino. Penso a figure del passato -esempi del fare- velocemente dimenticate in città. Di chiacchere e passerelle tv non c’è bisogno.
C’è bisogno di proposte e buona volontà. O basta solo l’onestà e coraggio di Pertini.
A lui non difettavano. Mica che non abbia sbagliato o esagerato, ma averne uomini (o donne) così!