24 maggio 1799: a partire da questa data Arezzo estende l’area dell’insorgenza e sottomette Cortona

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Come abbiamo detto nella prima puntata, nei primi di maggio 1799, vi furono insurrezioni antifrancesi in molti paesi e città della Toscana. Ma, i loro sviluppi furono alquanto variegati rispetto all’insorgenza di Arezzo e, molto spesso, dopo la prima fiammata, fu riportata la calma e l’obbedienza verso il governo di Firenze.

Guardiamo in breve cosa accadde nei paesi vicini ad Arezzo.

CASTIGLION FIORENTINO era insorto la sera del 5 maggio, quando alcuni suoi abitanti atterrarono e arsero l’albero della Libertà.

A differenza di altre località, qui si conservarono negli incarichi i funzionari esistenti, come il Vicario, il Capo della Comune nonché ex Gonfaloniere ed i Consiglieri della Magistratura Comunitativa. Essi continuarono a prendere ordini dal Governo di Firenze. La popolazione, invece, assieme ai “capi-popolo” si pose dalla parte degli insorti aretini. In questo clima anarcoide, stimolati dalla stessa popolazione, cercarono di prendere le redini alcuni personaggi molto conosciuti e apprezzati, come il conte Orlando Paglicci, ex Capitano delle Bande Granducali. Fu quindi creata una “Deputazione per la Quiete Pubblica”.

Dice il Ghizzi che “Castiglione fu restio a partecipare all’insurrezione per naturale taccagneria e per ritrosia verso Arezzo: molta incertezza e titubanza a decidersi, ed aspettare di esser chiamato; il paese esser dominato da persone di poco cuore e meno testa”.

Dopo il passaggio dei Polacchi, i Castiglionesi richiesero il perdono al Governo di Firenze e utilizzarono subito il certificato del Generale Dabrowski, nonché la presenza nelle carceri paesane dei 4 polacchi e di un disertore della Repubblica Romana (originario di Città di Castello), in tal modo salvati dal massacro da parte dei popolani del contado.

Castiglioni ottenne oltre all’immediato perdono, persino un elogio dal generale Gaultier: “La conduit de la Commune de Castiglione Fiorentino mérite quelques regards en raison de l’Humanité qu’elle à demontré en recuillant au son sein les quatre Polonais”.

CORTONA era insorta alle ore sei del 6 maggio, dopo che la sera precedente erano stati visti tanti fuochi nelle campagne circostanti. Era giorno di fiera e molta gente, fin poco dopo l’alba, si trovava nell’area del mercato. A un certo punto, era arrivato un corriere per il locale comandante francese e si era messo a gridare che gli austriaci erano arrivati a Firenze. Immediatamente la gente esplose in irrefrenabile contentezza, sfociata in un tumulto.

Fu “arrestata” la guarnigione francese, compreso il suo comandante, il tenente Iacobay, un ufficiale dal contegno corretto e pieno di tatto, che si era guadagnata la stima dei cortonesi.

Bruciato l’albero della libertà, in un caos indescrivibile, la popolazione creò un governo provvisorio formato da elementi di estrazione nobiliare, che cercarono in tutti i modi di riportare alla calma la gente.

Dopo gli scontri del 13-14 maggio con i polacchi, i maggiorenti cortonesi cercarono di liberarsi in fretta degli aretini e dei castiglionesi, che erano accorsi in armi a difendere Cortona.

Appena soli, il Vescovo Alessandri, il Proposto Curzio Venuti (parroco della Cattedrale), il clero cortonese e “i Nobili tutti”, ricondussero “nel retto sentiero i pochi faziosi”: si recarono dal Iacobay, ancora agli arresti, e provarono a convincerlo ad accettare un pacifico ritorno sotto i francesi. Iacobay accettò e, così, il 15 maggio il Cancelliere poteva già scrivere al Soprasindaco a Firenze: “oggi la rivolta è cessata e l’ordine si ristabilisce, atteso il perdono stato formalmente accordato ai rivoltosi in nome della Repubblica Francese, dal cittadino Jacobay comandante di questa Piazza”.

I Cortonesi avevano appena ricevuto il perdono, che arrivò la notizia di una colonna di soldati francesi in avvicinamento. Una delegazione cortonese si recò a parlamentare con il comandante della colonna, chiese il perdono, lo ottenne e, così, il 16 maggio 1799, 1.500 Francesi poterono entrare indisturbati in quella stessa Cortona che solo tre giorni prima – aiutata da poche centinaia di Castiglionesi e Aretini – aveva respinto ben 4.400 soldati Polacchi.

FOIANO Il 6 maggio fu spedita, dalle autorità di Foiano, una lettera al Presidente del Buongoverno di Firenze; vi si diceva che, “questa mattina alle ore 9, c’è stata una sollevazione”. La popolazione foianese aveva dato vita ad una sommossa. Il tutto era avvenuto perché alcuni ortolani provenienti da Cortona e da Castiglion Fiorentino, avevano portato la notizia (falsa) che gli Austriaci erano già entrati in Firenze ed avevano cacciato i Francesi. Tutto il giorno vi fu grande agitazione con tumulti e proteste. Venne rimessa nel Monte Pio la statua dell’ultimo Granduca dei Medici, Gian Gastone, furono usate violenze su alcuni filofrancesi.

La sera si tenne una riunione dei Rappresentanti foianesi, alla presenza del Podestà. Fu deciso di sospendere “l’esecuzione di qualunque partito che riguardi le feste già ordinate per il Governo Francese” e di spedire un espresso a un foianese dimorante in Firenze, affinché si informasse su chi comandava veramente e riferisse in tempi rapidi.

Il giorno 8 maggio venne adunata la popolazione per organizzare una Truppa Nazionale che fu affidata a Gaetano del Soldato.

Intanto, arrivarono le notizie richieste al concittadino di Firenze e si seppe che ancora comandavano i Francesi. Quindi, lo stesso 8 maggio, “nella chiesa della SS. Trinità di Foiano, alla presenza della massima parte dei Capifamiglia di detto luogo, invitati con precedente suono di tromba con la presenza del Giusdicente, d’unanime vocale consenso stabilirono e determinarono”:

– di rimettere le cose come erano prima del 6 maggio, giorno del tumulto.

– “I Padroni poi inculcheranno con tutto l’ardore ai rispettivi loro lavoratori di terre e dipendenti di starsene quieti”.

Il 12 maggio alcuni rappresentanti di Foiano andarono a Firenze dal Reinhard, al fine di scusare il Paese per la sommossa del 6 maggio e implorare il perdono. Il Reinhard rilasciò loro un Certificato, da utilizzare nei confronti di eventuali Comandanti Francesi, che fossero giunti in Foiano per reprimere la rivolta o per delle rappresaglie. Vi era scritto che “i Deputati della Comune di Foiano si sono presentati a Lui per detestare un errore momentaneo e per prostrare la sua sommissione alle Leggi della Repubblica Francese”.

Queste vicende fecero sì che, il 13 maggio, non si tenesse più la cerimonia per innalzare l’albero della Libertà. Infatti, da una relazione della Magistratura foianese dell’11 novembre 1799, sappiamo, che “la divina Provvidenza per singolare privilegio di questa Terra non ha permesso in tempo del già deprecabile Governo Francese, fosse eretto nella Piazz’Alta di detta terra l’infame e tartareo Albero così detto della Libertà o Libertinaggio”. Fu quindi deciso di non riempire la fossa, ma che essa servisse per innalzare una statua al Granduca Ferdinando III.

Foiano fu, dunque, l’unica località intorno ad Arezzo, dove non fu innalzato l’albero della Libertà.

MONTE SAN SAVINO – Già il 3 maggio al Monte ci furono dei tumulti, che verosimilmente interessarono anche la Nazione Ebrea. Il 4 maggio furono deputati due cittadini per recarsi ad Arezzo per riferire al Lavergne quanto accaduto. Il 5 maggio Lavergne inviò a Monte San Savino il Capitano Cisalpino Trolli, con quattro Ussari. Questo ne fu il motivo, testimoniato da Domenico Bacconi: “la sera in compagnia di molti altri avevo fatto «Eviva Maria intorno all’albero della libertà», detto Poggi venne in Arezzo insieme con Agostino Andreoni e Lorenzo Sestini a prendere della Truppa Francese per farci arrestare e se non era l’Arciprete del Monte saressimo stati tutti arrestati”. Anche Marco Roncucci testimonia che “vennero i Pollacchi da Arezzo al Monte S. Savino per arrestare alcuni che avevano fatto l’Eviva Maria in disprezzo dell’Albero della Libertà”.

Il 6 maggio, anche a Monte San Savino, alla falsa notizia dell’arrivo degli Austriaci in Firenze, la popolazione scese in piazza in massa, si recò ad abbattere e bruciare l’albero della libertà e presidiò le porte paesane, onde evitare che i “giacobini” locali fuggissero. Poi, una gran folla assalì il Ghetto “spezzando quelle porte esterne, ed interne delle case, che avevano chiuse, coll’intenzione di sacrificarli [gli ebrei, n. d. a.] ad un entusiasmo micidiale: alcuni compassionevoli s’opposero alla sanguinosa esecuzione, ma si unirono a trasportarli nelle carceri, ove tra vecchi, adulti e giovinetti, furono tradotti in mezzo ad insulti, invettive, e minacce, massacrati da colpi e lividi di percosse”.

Per tenere tranquilla la popolazione ed evitare eccessi, “sotto la direzione di Ufiziali eletti ad alta voce popolare” venne costituita una Truppa di volontari. I giorni seguenti l’insorgenza, i Savinesi si misero in contatto con gli Aretini e collaborarono attivamente alla comune difesa.

Dai documenti sembrerebbe che, dopo qualche giorno, la calma fosse tornata al Monte e la truppa arrestasse i presunti colpevoli della sommossa. Infatti, il 24 fiorile (13 maggio) il Presidente del Buongoverno scrisse al Vicario del Monte per chiedere che verificasse se le persone arrestate dagli abitanti del luogo erano “realmente i promotori e i capi della seguita insorgenza”.

Il 19 maggio la Magistratura Savinese spedì al Soprasindaco della Camera delle Comunità una lettera con cui lo informava che “con l’aiuto del Parroco, dei sacerdoti e dei ministri finisce l’insurrezione iniziata il 6 maggio”. Sperava adesso, assieme al popolo, nel perdono francese.

RASSINADa una lettera – proprietà di Giovanni Moneti – scritta da un funzionario della cancelleria di Rassina, al fratello dottor Filippo Ticciati in Firenze e datata 14 maggio 1799, sappiamo che dopo una sollevazione avvenuta i primi di maggio, era tornata la calma. Poi, il precedente sabato, 11 maggio, era arrivato a Rassina un commissario Aretino, con 60 uomini:

Qua era tutto tornato in calma dopo una piccola scintilla di insurrezione, originata più dall’esempio dei circonvicini paesi che da un vero spirito di ribellione, quando per riaccenderla giunse qui sabato sera un Commissario Aretino con sessanta uomini armati, che vennero per coalizzarsi con questi paesi. Da quest’epoca si riaccese la rivolta in tutta la sua estensione, e furono subito sostituite alle Tricolori le Cuccarde Imperiali e Nazionali. […]

 Il Cancelliere alla voce sparsasi il giorno di questo arrivo si era portato a Poppi da quel Vicario per protestarsi che egli non sarebbe stato più in grado di dare esecuzione agli ordini venuti da Firenze atteso la forza armata, e per domandargli come doveva contenersi. Sicché io solo (e figuratevi con che coraggio) fui obbligato ad andare a trovar quartiere a detta Truppa[…] “Giovedi andai a Subbiano a fare Incanto. Appena vi fui arrivato cominciarono a fare un bisbiglio, e discorrevano di volermi arrestare perché non avevo la cuccarda Imperiale, sicché dovei mettermela per non correre questo pericolo. Similmente il Donzello sarebbe stato arrestato se non era sollecito a fuggire, perché fu da noi mandato a pubblicare gli ordini del Governo. Con tutte queste cose immaginatevi in quali afflizioni ci troviamo. Io sono stato tentato mille volte di tornarmene a casa, ma dato luogo alla ragione, ho creduto di non dover precipitare questo passo senza prima sentire cosa ne pensate voi, e cosa ne pensa nostro Padre, al quale manderete subito la presente, perché sappia anch’esso lo stato critico nel quale mi trovo. Quando mi scrivete scrivetemi con cautela, perché qui sono aperte tutte le lettere, arrestati, e frucati tutti i forestieri soprattutto astenetevi dal darmi delle nuove.  Addio.

Insomma, dopo il passaggio della Legione polacca, uno a uno, gli “alleati” di Arezzo ritornarono all’obbedienza verso il governo francese. Gli aretini, invece, sospettando severi castighi per l’accoglienza riservata al Dabrowski e ai suoi soldati, si impegnarono nell’accrescimento della loro forza militare e nell’espansione del territorio da essi controllato.

Arezzo estende l’area dell’insorgenza

Dopo che gli aretini videro la Legione Polacca del Dabrowski, in fuga verso Firenze, iniziarono ad immaginarsi forti e potenti, in special modo il popolino, che non aveva elementi per comprendere la reale forza delle armate francesi.

A quel punto, non servirono le minacce e né le lusinghe. Ormai le vie della trattativa con il governo del Reinhard e con i generali francesi erano chiuse per sempre e ci si incamminò sul sentiero che portò verso la tragedia finale. (Foto 1)

Leggendo i documenti, si rimane sconcertati di fronte all’incosciente fierezza degli aretini del maggio 1799. Ad esempio, quando il generale Étienne Macdonald, alla testa di forti contingenti che risalivano dal Sud Italia, il 22 maggio emanò un severo proclama contro Arezzo,intimando agli abitanti di arrendersi e consegnare le armi entro 24 ore, pena la distruzione della città e l’innalzamento sulle sue macerie di una grande piramide con su scritto “La città di Arezzo punita della sua ribellione”, gli aretini risposero, con un misto di imprudente arroganza e di goliardia, che se il generale francese si fosse avvicinato ad Arezzo avrebbero formato loro una bella piramide, con le teste dei soldati francesi prigionieri degli aretini, a cominciare dal comandante di Rimini, Capitano Mesange, da poco caduto nelle mani degli insorgenti.

Oggi noi sappiamo che il Macdonald cercò veramente e in più occasioni, di recarsi ad Arezzo, per riportarla all’obbedienza con la forza, ma ogni volta che stava per partire verso la città ribelle, ne fu distolto da contrattempi e/o ordini superiori, che lo volevano in fretta nel Nord Italia, a contrastare l’offensiva austro-russa. Gli aretini di allora, invece, s’immaginarono che il celebre generale francese, avesse avuto paura della loro audacia e quindi, aumentarono a dismisura la loro intraprendenza. E per prima cosa, visto che ormai Arezzo era rimasta sola, nella ribellione al governo francese, si decisero nell’estendere la rivolta ai paesi del circondario.

Queste operazioni servivano sia per procurarsi armi, munizioni, denari, viveri, cavalli e altri materiali, sia per allargare l’area dell’insorgenza, con la creazione di un’importante zona cuscinetto, intorno al territorio aretino e per il reperimento di nuovi armati, da mettere a disposizione del comando militare della Suprema Deputazione. Per quanto riguarda le armi, occorre precisare che un’ordinanza del governo di Firenze aveva prescritto che chiunque avesse un’arma da fuoco, l’avesse dovuta consegnare alla Comune di appartenenza. Le armi erano state in massima parte consegnate, ma quasi tutte giacevano in depositi poco difesi, all’interno dei vari centri abitati.

Dunque, gli aretini iniziarono le spedizioni nei paesi vicini. Il 22 maggio, un contingente si recò a Monte San Savino, dove requisì le armi e una “bocca da fuoco”, probabilmente un piccolo e vetusto cannone.

Il 23 maggio, una sessantina di armati, si recarono a Foiano, per requisire le armi accatastate presso il locale Monte Pio, in attesa di essere consegnate ai francesi. Le autorità locali chiusero le porte e fecero schierare la Guardia Nazionale sulle mura paesane.

Verso mezzanotte e mezza del 24 maggio, un gruppo di armati aretini, guidati da alcuni foianesi di sentimenti antifrancesi, scalò le mura di Foiano ed entrò in paese. Aprì una porta paesana e fece accedere gli altri che attendevano fuori.

Entrati in Foiano, gli aretini, supportati da diversi foianesi, si diressero al Monte Pio ed obbligarono i “Ministri” a consegnare le armi colà raccolte. Alcuni foianesi di sentimenti filofrancesi si opposero a questa requisizione e ne nacque una sparatoria che causò la morte di alcune persone: il Gonfaloniere o Capo della Comune Giacinto VannucciniVincenzo del Furia e Eleonora Signorini, una donna che, affacciatasi alla finestra con un lume in mano, fu scambiata per un armato.

Il 26 maggio ci fu la requisizione delle armi custodite a Castiglion Fiorentino: “… il giorno 26 maggio che era Domenica del 1799 si portarono da circa 800 persone armate dalla città di Arezzo e portarono via nella loro città tutta la nostra arme e fu doppo pranzo che anche questo ci fece paura vedendo per le suddette … armate squadronate in questa piazza con sciabole sfoderate e andiedero dal Vicario e si fecero consegnare le suddette arme e le portarono a Rezzo che vi erano armate da 2.000 uomini. Francesco Albergotti ci informa che la sera gli armati aretini tornarono in Arezzo, a “tamburo battente”, con tre carri di armi prelevate a Castiglioni.

Questo episodio allarmò i dirigenti cortonesi, anche perché gli aretini dissero ai castiglionesi che la successiva spedizione l’avrebbero fatta proprio a Cortona. E i castiglionesi, non ci misero molto ad informare il comando francese di Cortona. Il locale Comandante francese rispose con tranquillità e un po’ di boria al Vicario di Castiglioni: “Bisogna aver pazienza su questo proposito e quanto alla minaccia che hanno fatto di venire anche in questa città per fare altrettanto, siate sicuro che l’impresa sarà per loro molto difficile e malagevole.

Altre requisizioni vennero fatte in diverse località, mentre ci furono dirigenti di comuni, come Chitignano, che portarono in Arezzo di propria iniziativa antichi cannoni e fucili.

Oltre alle armi, venivano convogliate nella Capitale dell’Insorgenza anche “munizioni da bocca” (viveri, vettovaglie, grano) e ogni altra sorta di merce che veniva requisita nelle fattorie granducali, o sequestrata ai convogli francesi di passaggio per le aree sotto controllo aretino .

Il 27 maggio, alle Poggiola, furono “arrestati 9 birocci di grano”. Altri due birocci furono presi ai Francesi il 29 maggio. Il medesimo giorno tornarono in Arezzo con varie “robbe” alcuni armati, reduci da una spedizione a Lucignano. Il 30 maggio un reparto arrivò a Levane, il 1 giugno un altro contingente aretino arrivò al Borgo S. Sepolcro. Il 10 giugno, armati aretini fecero un’incursione alla fattoria di Frassineto.

Tutta questa abbondanza di merci portò ad un tangibile abbassamento dei prezzi e questa situazione procurò tantissime simpatie e consensi alla Suprema Deputazione. Ci fu anche un sensibile aumento degli arruolamenti nelle bande armate: almeno, sotto le armi si mangiava …

A questo punto, i dirigenti aretini si decisero di togliere dal fianco di Arezzo una spina molto insidiosa, qual era Cortona, ancora in mano ai Francesi e che permetteva loro di mantenere libera la strada fra Perugia e Siena, via Foiano.

Fu preparata l’azione. Mentre si stavano studiando i piani militari ed era in corso l’allestimento di un numeroso e ben armato corpo di spedizione, con cavalieri e parecchi soldati, giunse ad Arezzo una informazione piuttosto interessante. Il 7 giugno 1799, il castiglionese Giuseppe Vietti aveva spedito una lettera al nipote in Arezzo, per comunicargli che a Passignano c’erano 200 soldati francesi, forse 500, con “gran cariaggio da circa 25 o 30 tiri”. Erano diretti verso la Chiana per andare a Siena per la strada Lauretana. Il Vietti invitò il nipote ad avvisare gli Aretini affinché “vadano a farli un’imboscata e portarli via ogni cosa che gli starebbe bene a questi bricconi”.

Al fine di intercettare la carovana francese, la Suprema Deputazione, l’8 giugno spedì verso Foiano il Capitano Giovanni Natti con un distaccamento militare, assieme ad un reparto di cavalleria comandato da Pietro Romanelli. Giovanni Natti era stato un Cadetto della Fanteria Granducale, aveva quindi una minima esperienza nel condurre la truppa.

Il giorno dopo, 9 giugno, partì il comandante Montelucci con il grosso della spedizione diretta a Cortona e si fermò a Castiglion Fiorentino, sia per cercare di convincere qualche castiglionese ad arruolarsi, che per aspettare certi rinforzi promessi da Monterchi.

A Castiglioni, non vi fu grande entusiasmo e solo pochi si arruolarono. Il conte Orlando Paglicci – comandante delle bande castiglionesi – giustificò tale atteggiamento dei suoi compaesani, sia con l’imminenza di lavori agricoli, quali la prossima mietitura, che a causa della requisizione delle armi del 26 maggio, che aveva creato dei risentimenti antiaretini nei numerosi proprietari di fucili e schioppi.

Quando l’esuberante capitano Natti arrivò con i suoi soldati a Foiano, i carri francesi erano già passati e, per non rimanere a bocca asciutta, assieme al capitano Fino Lambardi marciò su Cortona. Arrivato nei pressi di Camucia, trovò diversi contadini del luogo, entusiasti nel dargli una mano a cacciare i francesi dalla città.

Con molta temerarietà, con solo 62 soldati aretini, contando sull’aiuto della popolazione cortonese, il Natti intimò la resa alla guarnigione francese, forte di 160 uomini, oltre alla Guardia Nazionale di Cortona. Spedì due contadini a chiedere la resa della Città, facendo raccontare che aveva 3.000 uomini a sua disposizione (dice il Cecchetti che a parer suo non arrivavano a 50!). Per prima cosa, Natti sparpagliò i suoi uomini in mezzo ai contadini della zona – armati alla meglio, con pochi fucili e molti attrezzi agricoli. Quindi fece avanzare questa eterogenea schiera verso le mura cittadine, mantenendola però ad una certa distanza da esse, in modo che i francesi non ne potessero valutare l’armamento. Poi, ordinò ai suoi di sparare qualche colpo, cambiando costantemente la posizione, così da far credere al nemico di avere di fronte a sé un gran numero di armati. Insomma, uno stratagemma spesso utilizzato dai vari condottieri, anche da Garibaldi in Sicilia, ma che normalmente ha sempre funzionato.

Il comandante francese spedì un messaggero dal Natti, con l’ordine di abbandonare subito e disarmati le loro posizioni, altrimenti sarebbero stati “fatti a pezzi”. Il Natti rispose che se i francesi non se ne andavano da Cortona, sarebbero stati loro ad essere fatti a pezzi.

Probabilmente, questa sicurezza del capo degli assedianti, fece nascere qualche timore al comandante francese della guarnigione, che iniziò a pensare di arrendersi, ma fu ripreso da un capitano cisalpino, suo subalterno, il quale gli ricordò il suo dovere di difendersi.

Verso le 16, il Natti fece avvicinare i suoi al Borgo S. Michelangelo e diede l’ordine di sparare. Dopo circa un’ora di schioppettate il Natti fece abbattere la porta S. Agostino e riuscì ad entrare in Città, mentre la guarnigione francese fuggiva da Porta S. Domenico, inseguita dalle urla e dai fischi del popolino cortonese. Gli aretini non poterono inseguirla per l’insufficiente numero di cavalieri. (Foto 4)

Le discordanti ricostruzioni dell’episodio, contenute nei documenti ufficiali, nei memoriali e nelle cronache, ci fanno sorgere alcuni dubbi e una domanda: i Cortonesi facilitarono l’ingresso in Città agli Aretini oppure cercarono di aiutare la guarnigione francese?

Le fonti Cortonesi parlano di grande collaborazione con gli Aretini: il popolo sarebbe accorso alle mura e avrebbe consigliato agli attaccanti i punti meno difesi, su cui dirigere i loro sforzi. Addirittura, esse ci dicono che alcuni cittadini costrinsero il Vicario (o il Segretario) a consegnare loro le chiavi delle porte e, aperta Porta Colonia, avrebbero introdotto in Città gli Aretini. Altri 7 aretini ed altrettanti cortonesi sarebbero entrati dallo sportello di Porta S. Maria. (Foto 5)

Il Colonnello Giovan Battista Albergotti, che conosceva bene i fatti, negò questa collaborazione. Scrisse in una sua ricostruzione che i Cortonesi, dopo la fuga dei francesi, non aprirono le porte al Natti ed ai suoi, i quali furono costretti a farle atterrare con le scuri.

Soltanto “un piccolo numero di popolo incontrò il Natti alla porta, che applaudì gli Aretini al loro ingresso”. Fu notata nei Cortonesi una freddezza nei confronti dei “liberatori”, “prossima ad un’avversione marcata”.

Che la Suprema Deputazione nutrisse alquanti sospetti, nei confronti dei dirigenti cortonesi e che i rapporti tra Aretini e Cortonesi fossero poco cordiali, si evince anche da un altro fatto: il Colonnello Albergotti si recò personalmente a Cortona e, invece di un’alleanza con Arezzo, come era stata concessa agli altri paesi in precedenza liberati, vi installò un Comandante aretino con una guarnigione di 200 soldati. Richiese anche alcuni cittadini cortonesi, quali ostaggi, da portare ad Arezzo

Santino Gallorini