Oggi in Fraternita dei Laici: “L’arte di vivere l’Arte”. Libro presentato dal direttore degli Uffizi Eike Schimdt

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Arezzo 27 aprile ore 16.30. Palazzo di Fraternita.

Con l’occasione il direttore Schmidt e il Prof. Strinati, visiteranno il palazzo di Fraternita ed il restaurato affresco di Parri di Spinello, oltre alle altre opere qui conservate.

Se a sovrintendere al restauro di Notre Dame de Paris dopo la Rivoluzione francese ci fosse stato Claudio Strinati, forse la troppo incisiva polemica tra la Scuola di Viollet-le-Duc e quella di John Ruskin sarebbe stata mitigata in un prodotto di minori danni. Nell’età romantica, la riflessione sul restauro si spaccò appunto intorno 1) all’estetica o 2) alla storia. Il restauratore per Viollet-le-Duc deve mettersi nei panni dell’architetto originario, penetrare nella sua mentalità. E attraverso uno studio rigoroso delle fonti, ricostruire il momento storico nel quale l’opera venne pensata. Restaurare un edificio non è affatto mantenerlo, ripararlo o rifarlo, è il ristabilirlo in uno stato completo che può non essere mai esistito in nessun momento. Il suo era un restauro “di ripristino”: l’obiettivo era quello di riportare il bene culturale alla sua condizione iniziale, quella che ne aveva caratterizzato la nascita. In Viollet-le-Duc l’estetica prevale sulla storia, ed Eugène fu il primo architetto a operare in maniera scientifica nel campo del restauro per “documentare il passato” e poi interpretarlo, perché ciò che conta è una continua ricerca della bellezza. E l’uso dei nuovi materiali, soprattutto il ferro, diventa prezioso. Per Ruskin, invece, l’edificio somiglia a un organismo vivente: nasce, cambia, muore. E il tempo può solo aumentarne il fascino. In un edificio, la storia conta più dell’estetica. Restaurare, allora, è un atto immorale. Anzi, sostituire l’originale con una copia “è la peggiore delle distruzioni”. Cosa fare quindi di fronte a un monumento in rovina? La ricetta, al posto del restauro, come scriveva William Morris è soltanto “la tutela per evitare il degrado attraverso cure giornaliere”. Ho lavorato con Caludio Strinati nei primi 2000, quando aveva trasformato Palazzo Venezia in una sezione per gli artisti emergenti. Strinati è un estimatore di letteratura moderna, di teatro, di archeologia; è uno studioso di musica, di biografia, ma soprattutto non si farà mai scordare per la riorganizzazione di alcuni tratti della dirigenza pubblica museale romana, sfociati nelle mostre dell’opera di Domenichino, di Pietro da Cortona, di Lanfranco, di Sebastiano del piombo, di Caravaggio e i Caravaggeschi, di Carlo Saraceni, per finire con gli studi su Raffaello, Tiziano, Tiepolo, Mattia Preti, Guercino, Bronzino e altri. Dalla fine degli anni Settanta, Strinati aveva chiaro quale fosse il fervido legame tra tutela e valorizzazione, e come nessuna delle due potesse procedere troppo disgiunta dall’altra. Storicamente, Claudio Strinati è stato più o meno il campione dei trent’anni di romanità artistica che si sporgono dall’ultima decade del Cinquecento, nelle prime due del Seicento (da Innocenzo IX a Paolo V Borghese).                   

Fabio Migliorati

Il direttore della galleria degli Uffizi Eike Schimdt ad Arezzo per un omaggio speciale a Claudio Strinati, già stimato docente universitario, per venti anni alla Soprintendenza di Roma e del Lazio nonché attuale direttore scientifico della Fondazione Sorgente Group

“L’Arte di vivere l’arte”, un prezioso volume pubblicato da EtGraphiae con scritti e contributi in suo onore a cura di Pietro di Loreto.

Sono 52 gli studiosi che vi hanno preso parte, storici dell’arte, questo è ovvio, ma anche importanti rappresentanti ed esperti di altri ambiti culturali, studiosi di musica e di letteratura, di storia come del teatro e persino collezionisti.

E’ proprio grazie al prof. Strinati e ai suoi preziosi consigli, che il nostro paese ha visto incrementare notevolmente la collezione di arte antica con quadri di grande interesse relativi alla pittura italiana del Seicento di area emiliana (tra gli altri, opere di Guido Reni, Guercino e i loro allievi) e a quella vedutista del Settecento con Paolo Anesi, Andrea Locatelli e Hendrik Van Lint.

Non c’è dubbio che quanto meno dal momento in cui prese le redini della Soprintendenza di Roma e del Lazio, una carica tenuta per quasi vent’anni (dal 1991 al 2009), le sue profondissime conoscenze e le straordinarie competenze ne fecero subito un punto di riferimento ineludibile, costituendo altresì lo stimolo per l’affermazione di una concezione dell’arte e della fruizione dell’arte certo più aperta e dinamica di quanto in quei frangenti non fosse, in controtendenza rispetto all’algido rigore tradizionalmente in vigore. Il lavoro condotto sulla comunicazione, gli studi e le ricerche anche sugli esempi esteri, le iniziative espositive e le mostre, il coinvolgimento del pubblico, l’individuazione di spazi anche non convenzionali per una capillare diffusione del messaggio dell’arte sono stati alcuni tra i tratti distintivi della sua attivitàdi dirigente.

Pietro di Loreto (curatore dell’opera) assieme al Prof. Strinati

Ma forse neppure questo sarebbe stato sufficiente a esaltarne la figura di uomo e studioso se non si fosse unita, alle ragguardevoli capacità e ai meriti professionali, la cognizione profonda di cosa vogliono dire senso di appartenenza, idea di comunità, capacità di dialogo: caratteristiche con cui egli ha sempre gestito il proprio lavoro, espressioni di un comune sentire che fonda le sue radici, come non è difficile arguire per chi lo conosce, in una profonda libertà interiore, e che si è tradotto in un atteggiamento –ai tempi della sua dirigenza museale- profondamente innovativo, si, ma passo dopo passo, tipico di chi non conosce l’immobilismo né il relativismo etico, ma sa mantenere una spiccata attenzione alle forme del cambiamento, avendo piena contezza del proprio ruolo determinante. Certo, l’idea che un corpo così massiccio, come quello di una Soprintendenza di primissima caratura, ma inevitabilmente stretta tra i reticoli della politica e di una complessa burocrazia, con regole non sempre lineari da dover seguire potesse essere guidato non con immutabile cinismo ma secondo principi illuminanti poteva inizialmente sembrare un’illusione, ma il dado andava gettato e comunque ci si doveva calare nella realtà e nella storia, nella consapevolezza però che proprio per questo il percorso da fare era destinato a conoscere flussi e riflussi. E allora, se un limite si deve individuare nel tragitto dello studioso-dirigente forse è proprio quello di aver sottovalutato questo aspetto, o forse di non essersi accorto di quanto fossero forti certi condizionamenti, se non di carattere integralistico, certo frutto di una visione tradizionalista indifferente al mutare delle situazioni.

Ma sicuramente l’immagine di Claudio Strinati, uomo colto, affascinato dalle novità, non ne viene affatto sminuita, avendo saputo egli proporre altresì un profilo umano –oltre quello professionale- che certo ha dapprima incuriosito ma poi inevitabilmente sedotto i tanti uomini e donne studiosi, ma anche semplicemente amanti delle belle arti, con cui è venuto a contatto e per i quali è diventato un riferimento essenziale, così per i suoi studi altrettanto per i comportamenti ed atteggiamenti.

Si deve proprio credere che siano stati effettivamente gli anni trascorsi a capo della Soprintendenzadi Roma e del Lazio (dal 2001, Polo Museale Romano) quelli più straordinariamente fecondi, allorquando la costante attività di riorganizzazione, recupero e riapertura di spazi museali ridotti in condizioni di non fruibilità quando non di degrado, la promozione e la curatela -molte volte assunta direttamente- di eventi artistici di richiamo nazionale ed internazionale, tra esposizioni, convegni, ricerche, conferenze, diedero luogo ad una eccezionale fioritura di iniziative, ad una stagione artistica probabilmente senza precedenti e sicuramente ancora non dimenticata. Chi volesse farsene un’idea può cercare sul web –ormai punto di riferimento inevitabile per gli appassionati di dati e statistiche- quanto sia stata ampia e proficua l’attività e la produttività, se si può dire, di Strinati. Furono, in quegli anni straordinari, veramente tanti coloro i quali lo incrociarono nel proprio percorso professionale intrecciando con lui in vario modo rapporti di lavoro e relazioni sociali, al punto che infine si è deciso, d’accordo con l’Editore, di evitare di pubblicare in questo libro che pure vuole rendere omaggio allo studioso e all’uomo un tabula gratulatoria che non sappiamo dire quanto avrebbe allargato ancor più il volume (comunque andato oltre ogni previsione) ma di sicuro avrebbe comportato la inconsapevole quanto inevitabile esclusione di alcuni, proprio come è senz’altro possibile sia accaduto lasciando ‘solo’ a 52 studiosi la possibilità di intervenire in questa impresa alla quale con ogni probabilità avrebbero potuto o voluto aggiungersene altrettanti ai quali però, per vari motivi, non siamo stati in grado di arrivare ed ai quali esprimiamo, per questo, in questa sede il nostro rincrescimento.

E’certo che arrivato al traguardo del 70° compleanno Claudio Strinati possa essere onorato per quello che è stato e per quello che ancora è, vale a dire in primo luogo un maestro del pensiero e della parola, un maestro allo stesso tempo seducente e paradossale, in grado di affrontare argomenti a 360 gradi impegnandosi su tematiche spesso inusuali per uno che, come nel suo caso, è noto a tutti come storico dell’arte ed esperto in ambito musicale.

In effetti -se ci è consentita una digressione- non è chiaro, neppure a chi lo conosce in modo non superficiale, quale delle due passioni sia prevalente né quali siano le vere radici su cui sono poi entrambe cresciute; si potrebbe credere che a lui sia capitato nel corso dei suoi studi formativi quanto accadde al giovane Wagner quando ascoltò la Settima sinfonia di Beethoven rimanendone fulminato e facendone, con Shakespeare, il suo punto di riferimento; così, probabilmente – al di là di Shakespeare che pure certamente egli ama- la musica, intesa come componente primaria del variegato mondo dell’arte, insieme con la pittura, la scultura, l’architettura, la letteratura e così via, si devono essere intrecciate nella mente e negli studi di Claudio Strinati con riflessi straordinari sul suo percorso di studioso e in genere sulla storia dell’arte del nostro paese.

Per questo abbiamo voluto che a questa impresa partecipassero non solo storici dell’arte ma anche importanti rappresentanti ed esperti di altri ambiti culturali, studiosi di musica, di letteratura, di storia, di teatro, ed anche del collezionismo, quasi a voler far quadrare il cerchio dei vasti interessi che lo hanno sempre attratto. Il suo profilo si delinea dunque come quello di un intellettuale a tutto tondo, e non è un caso che la sua immagine possa proiettarsi oggi non solo quale erede dei grandi nomi che hanno segnato la storia dell’arte in Italia, ma anche in modo del tutto originale: siamo infatti del parere che sia stato tra i pochi che hanno concepito e capito quale sia, o debba essere, il vero valore dell’Arte, tra i pochi che hanno elaborato e praticato l’idea che il pregio della conoscenza artistica consista nel farne un dono e nel saperla vivere –l’arte di vivere l’Arte, appunto perché è di fronte all’opera che ci si apre alla vita: non la “vita come opera d’arte” insomma, ma esattamente l’opposto.

Volendo riassumere, la sua logica è la logica della conoscenza come “pane per tutti”, uomini di cultura e gente semplice: un’idea maturata con tutta probabilità giusto ai tempi in cui era un giovane insegnante esordiente, in un periodo (a cavallo degli anni sessanta e settanta) di profonde trasformazioni anche in ambito educativo e didattico, allorquando si poteva ben concepire l’educazione all’arte quale stimolo ad una partecipazione sensibile ai più ampi valori sociali e solidali, come progetto di una nuova consapevole estetica dell’esistenza. Anche per questo, con tutta probabilità, volle in varie circostanze inserire nelle iniziative promosse a Palazzo Venezia una sezione per gli artisti emergenti creando per loro opportunità e percorsi di alto profilo, mettendo loro a disposizione spazi e sostegno, cosa che pochi compresero e che invece molti inopinatamente gli contestarono al momento della sua sostituzione alla testa del Polo. E se si può riassumere in poche righe il filo che unisce tutta la sua opera ci pare che esso consista in una lotta continua per l’egemonia della cultura, dentro le problematiche dell’arte, all’interno dei suoi linguaggi. Al punto che al giorno d’oggi ognuno che in qualche modo pratichi il mondo della cultura nel suo complesso, sente di dover fare i conti con lui, con le sue idee, con i suoi scritti, che possono essere contestati o disattesi, ma mai elusi. E’ ovviamente impossibile in un volume che nasce e si inserisce tra i libri honoris causa dar conto di quanto egli abbia prodotto dagli anni settanta ad oggi (anche questo si può peraltro facilmente reperire sul web), nel corso della sua carriera pubblica, iniziata, come si diceva, da insegnante e conclusa – dopo l’addio a Palazzo Venezia– come Direttore Generale del Ministero dei Beni Culturali, specie considerando la sempre viva curiosità, l’inesausto slancio con cui ha affrontato ed affronta ogni sorta di argomento, anche distante da quelli di sua più stretta pertinenza.

Certamente il Cinquecento, con il Rinascimento, con il Manierismo, hanno particolarmente attratto la sua attenzione, come tutti sanno, e le ragioni probabilmente vanno ricercate proprio nel fatto che siamo di fronte ad un periodo in cui la rinnovata apertura verso la classicità interessò non solo la storia dell’arte, ma la letteratura, la lingua, il diritto, la filosofia, l’economia, ed anche la musica, la epigrafia, la numismatica e altro ancora. E tuttavia, se consideriamo quale sia stato e sia ancora uno degli aspetti su cui, per quanto ci risulta, si sia più impegnato almeno di recente come studioso, personalmente penseremmo che un fascino particolare abbiano gli anni a cavallo dei secoli XVI e XVII, allorquando la cesura di circa tre lustri che si insinua tra il breve pontificato di Innocenzo IX Facchinetti (papa negli ultimi due mesi del 1591) e l’elezione di Paolo V Borghese (papa dal 1605 al 1621) compromette inesorabilmente la possibilità di sopravvivenza del Manierismo romano, segnandone inevitabilmente il tramonto. Sono in particolare gli anni del pontificato Aldobrandini(1592 – 1605), che segnano la frattura tra due epoche, quando arrivano a Roma Caravaggio, Annibale, Reni, fautori ed autori di esperienze ben più determinanti rispetto ai postulati ed ai linguaggi artistici fin lì dominanti.

Proprio a Michelangelo Merisi, alle complessità della sua figura e della sua opera, che ancora persistono nonostante le recenti scoperte ed acquisizioni, Claudio Strinati – riconosciuto come uno dei massimi esperti internazionali del grande genio milanese- si è dedicato con grande tenacia promuovendo mostre, convegni, dibattiti pubblicazioni e indicando nuove vie di ricerca.

Non potevano ovviamente mancare anche questi argomenti ed anche gli eccezionali artisti testé citati, insieme a moltissimi altri, nelle analisi e nei contributi che costituiscono questo volume e di cui ovviamente non possiamo che fornire una flebile traccia, considerata la grande quantità di temi e di generi trattati. Grande protagonista la pittura, con grandi novità che ci mettono di fronte a cicli di affreschi di gran rilievo e mai studiati, a dipinti inediti o magari già conosciuti ma riproposti con nuovi studi e attribuzioni riguardanti i più importanti artisti, poi la scultura, con scoperte sorprendenti e suggestive interpretazioni, e poi la letteratura e il teatro, con saggi affascinanti pieni di spunti di riflessione.

Per quel che ci riguarda, alla fine di un impegno duro ma esaltante non possiamo che dichiararci davvero straordinariamente soddisfatti per quanto realizzato; sarà il pubblico ovviamente come sempre a dare il responso finale, ma è piena e condivisa da quanti – Giampiero Badiali e Roberto Colli di etgraphiae, in primis – con il curatore hanno lavorato alla realizzazione dell’opera, la consapevolezza di aver messo a disposizione dei lettori, degli studiosi, degli appassionati una pubblicazione che per la serie di interventi davvero di grande rilievo scientifico che vi compaiono, sicuramente costituirà ineludibile punto di riferimento grazie alle novità agli approfondimenti alle prospettive aperte, frutto di impegnative ricerche archivistiche, di sofisticate analisi testuali, di dotti riferimenti filologici, in una parola della serietà e della professionalità messa in campo da tutti i 52 partecipanti. Ad essi non finiremo di essere grati per aver aderito con slancio e vera passione ad una iniziativa laboriosa, impegnativa e faticosa per tutti, ma che – come tutti hanno riconosciuto – :“per Claudio si doveva fare”!