Ghinelli e il vizietto del revisionismo, basta andare a Laterina o a Renicci per sapere come venivano trattati gli Slavi.

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L’accorato appello agli studenti delle scuole di Arezzo che il Sindaco Ghinelli, inviato anche alla stampa in occasione della “giornata del ricordo”, invitandoli a commemorare il 10 febbraio di ogni anno come momento di “coesione sociale”, ci spinge a rispondere con fermezza se non altro per fare luce fra le nebulose e fantasiose ricostruzioni di una storia tutta da raccontare daccapo.  All’appello del Sindaco si unisce l’intervento di Matteo Bracciali, consigliere comunale del PD, il quale pone sullo stesso piano Resistenza e Fascismo, nel goffo tentativo di semplificare eventi storici che furono drammatici. Nascondere la verità ai ragazzi: niente di più sbagliato. Demonizzare i comunisti , quale migliore arma per riabilitare il fascismo a scapito di chi si è ribellato , come fece la Resistenza slava, contro l’invasore italiano?

La questione delle foibe si è sempre mossa, del resto, fra stereotipi consolidati, revisionismo, metodologie di lavoro inesatte e giochi politici dei vari schieramenti , che hanno sempre invaso il terreno della ricerca storica. In questi ultimi anni è stata ottenuta la costruzione di una verità ufficiale, fin troppo sbrigativa e di comodo, che ha dato il via a commemorazioni, monumenti, lapidi, intitolazioni di strade.

Di fronte a tante cose che sono state scritte in questi anni sulle vicende del confine orientale occorre chiarire e ricordare che il fascismo in questa regione è stato più violento che in qualsiasi altra parte d’Italia, sin dal 1920. Sloveni e Croati, oltre cinquecentomila persone che abitavano le terre annesse dallo stato italiano dopo la prima guerra mondiale furono oggetto di persecuzioni razziali e ogni tipo di angherie: divieto di usare la loro lingua, chiusura delle scuole, delle associazioni ed enti economici sloveni e croati, arresto degli oppositori, esecuzioni di condanne a morte decise dal Tribunale Speciale. Con l’aggressione nazifascista alla Jugoslavia, nel 1941, la nostra regione divenne avamposto della guerra e le persecuzioni contro sloveni e croati, anche cittadini italiani, divennero ancora più gravi: interi paesi furono deportati nei campi di concentramento come Arbe/Rab, oggi in Croazia, ma allora annessa all’Italia dopo l’aggressione alla Jugoslavia, Gonars in provincia di Udine, Renicci di Anghiari in provincia di Arezzo, Chiesanuova di Padova, Monigo di Treviso, Fraschette di Alatri in provincia di Frosinone, Colfiorito in Umbria, Cairo Montenotte in provincia di Savona e decine e decine di altri, praticamente in tutte le regioni d’Italia. Fra 7 e 11 mila persone, donne, uomini, bambini, intere famiglie, morirono in questi campi, di fame e malattie.  A Trieste nel 1942 fu istituito per la repressione della Resistenza partigiana l’Ispettorato Speciale di Polizia per la Venezia Giulia, che si macchiò di efferati delitti contro gli antifascisti in genere, ma soprattutto contro sloveni e croati. Ci sono testimonianze autorevoli (per esempio dell’ispettore di polizia De Giorgi, colui che nel dopoguerra fu incaricato dei recuperi dalle foibe) che furono proprio uomini dell’Ispettorato speciale, in particolare quelli della squadra politica, la cosiddetta banda Collotti, guidata dal commissario Gaetano Collotti, a gettare negli “anfratti del Carso” gli arrestati che morivano sotto tortura Con la sua squadra batteva il Carso triestino per reprimere la resistenza che già nel ’42 era iniziata in queste zone. Si macchiarono di efferati delitti, torturando e uccidendo centinaia di persone. Nel corso di alcuni anni , la ricercatrice Claudia Cernigoi è riuscita a trovare una quantità consistente di documentazione. Il gruppo di Resistenzastorica ha condotto una ricerca sulla vicenda di Graziano Udovisi, conosciuto come “l’unico ad essere uscito vivo dalla foiba” e presentato come una vittima “solo perché italiano”. Da questa ricerca è emerso, oltre alla assoluta falsità del suo racconto, che egli dal ’43 al ’45 era stato tenente della Milizia Difesa Territoriale, in un gruppo dal nome significativo di “Mazza di Ferro”, specificamente preposto alla repressione della guerriglia, e che nel ’46 fu condannato per crimini di guerra a 2 anni e 11 mesi di reclusione. Eppure nel 2005 Graziano Udovisi è diventato “uomo dell’anno”, premiato con l’Oscar della Rai per una sua intervista a Minoli, che lo ha presentato come uno che è stato “infoibato” solo perché italiano.   Comunque andando anche più indietro nel tempo, già durante la prima guerra mondiale, che fu combattuta soprattutto in queste terre, le foibe venivano usate come luogo di sepoltura “veloce”   dopo   le   sanguinose   battaglie,   e   nell’immediato   dopoguerra   i   fascisti   pubblicavano   testi   di canzoncine in cui si minacciava di buttare nelle foibe chi si ostinava a non parlare “di Dante la favella”.

Eppure in questo dopoguerra nessuno, neppure gli istituti storici di Trieste e di Udine, avevano pubblicato nulla sull’argomento. Nelle foibe non sono finite donne e bambini, i profili di coloro che risultano infoibati sono quasi tutti di adulti compromessi con il fascismo, per quanto riguarda le foibe istriane del ’43, e con l’occupatore tedesco per quanto riguarda il ’45. Va inoltre ribadito che i numeri non sono assolutamente quelli della propaganda di questi anni: è ormai assodato che in Istria nel ’43 le persone uccise nel corso della insurrezione successiva all’8 settembre sono fra le 250 e le 500, la gran parte uccise al momento della rioccupazione del territorio da parte dei nazifascisti. E’ invalso l’uso di definire infoibati tutti i morti per mano partigiana. In realtà nel ’45 le persone “infoibate” furono alcune decine, e per queste morti ci furono nei mesi successivi dei processi e delle condanne, da cui risultava che si era trattato in genere di vendette personali nei confronti di spie o ritenute tali. C’è poi l’episodio della foiba Plutone, da cui furono estratti 18 corpi, in cui gli “infoibatori” erano appartenenti alla Decima Mas e criminali comuni infiltrati fra i partigiani, e furono arrestati e processati  dagli  stessi  jugoslavi. Insomma se si va ad analizzare la documentazione esistente si vede che si tratta di una casistica varia che non può corrispondere ad un progetto di “pulizia etnica” da parte degli jugoslavi come si è detto molto spesso in questi anni. Tale documentazione dice invece che nella miniera di Basovizza non ci furono infoibamenti. Già nell’estate del ’45, gli angloamericani procedettero per mesi a ricognizioni nel pozzo della miniera (infatti non si tratta di una foiba in senso geologico), in seguito alle denunce del CLN triestino che diceva che dovevano essere stati infoibati alcune centinaia di agenti della questura di Trieste. Poiché non fu trovato nulla di “interessante”, nei primi mesi del ’46 le ricerche furono sospese. Tutto questo risulta da una gran quantità di documenti di fonte alleata, negli archivi di Washington e di Londra. Quindi nella “foiba” non ci sono i “500 metri cubi” di infoibati che sono scritti nella lapide, e neppure i duemila infoibati citati in libri.

Dopo che Claudia Cernigoi  ha riportato questi documenti nel suo libro “Operazione foibe a Trieste” la cosa dovrebbe essere evidente a tutti che si occupano dell’argomento. Ma si fa finta di niente. La menzogna vive ormai di vita propria, e non si riesce a fermarla.

La grande attenzione a questi fatti è funzionale alla criminalizzazione della resistenza jugoslava e che fu la più grande resistenza europea. Di riflesso si criminalizza tutta la Resistenza, e si è   aperto il  varco per criminalizzare anche quella italiana, come sta dimostrando da anni Pansa con i suoi libri; e si criminalizzano tutti i comunisti perché ciò è funzionale alla riabilitazione in atto del fascismo, dimenticando volutamente quanto orrore i fascisti italiani hanno perpetrato in terra italiana, in terra jugoslava, in terra somala, in terra eritrea.

Sulla questione foibe, la destra fascista ha trovato la possibilità di ribaltare le responsabilità nella seconda guerra mondiale, passando da carnefici a vittime, con la possibile riabilitazione dei repubblichini di Salò; ma la simpatia che desta l’opzione foibe in certa cosiddetta “sinistra” (come il PD, che sinistra non lo è più da un pezzo ormai) diventa per quest’ultima l’occasione per prendere le distanze dal proprio passato partigiano, visto come una eredità ingombrante che nulla a che fare con il volto “nuovo” di una forza politica ormai accreditata nei salotti buoni.

Commemorare i morti nelle foibe significa sostanzialmente commemorare rastrellatori fascisti e collaborazionisti del nazismo. Se vogliamo restituire dignità alla memoria storica dell’Italia, la prima cosa da fare è finirla con la convinzione nazionale che gli italiani siano sempre stati “brava gente”, che dovunque sono andati hanno portato la civiltà, anche quando bruciavano i villaggi della Croazia. Gli italiani debbono rendersi conto che la repubblica italiana non ha mai fatto veramente i conti con le responsabilità del fascismo. Dietro al discorso delle foibe c’è proprio l’interesse di continuare a nascondere queste responsabilità. Paragonare la Risiera di San   Sabba, unico campo di concentramento nazista con forno crematorio, in cui morirono oltre 3000 persone, soprattutto partigiani italiani, sloveni e croati, i campi di concentramento in cui morirono almeno settemila sloveni, croati, serbi, montenegrini, il   campo   di concentramento di Gonars (o quello di Arbe) alla foiba di Basovizza, non è altro che un tentativo di gettare fumo negli occhi, di far dimenticare i crimini di guerra italiani in quei territori.  Il presidente della Repubblica dovrebbe andare di propria iniziativa ad Arbe in Croazia, o a Gonars a rendere omaggio alle vittime del fascismo, e a chiedere scusa agli ex jugoslavi. Questo dovrebbe essere la prima cosa da fare. Poi dovrebbe far pubblicare i risultati della commissione storica italo-slovena, che il governo italiano si era impegnato a pubblicare ma non ha mai fatto. E trasmettere sulla Rai in prima serata il documentario della BBC “Fascist legacy / L’eredità fascista”, sui crimini di guerra italiani in Etiopia, Libia e Jugoslavia, acquistato nell’89 dalla RAI ma mai trasmesso, sarebbe un ottimo modo per fare finalmente chiarezza fra falsità e verità storica.

Perciò, Sindaco Ghinelli, la storia non si cambia, la memoria rimane scritta nei documenti. La invitiamo dunque  a preoccuparsi del presente, quel presente dove le  persone muoiono perché è stata loro tolta la dignità del lavoro e della salute. Si occupi piuttosto del presente e del futuro della nostra città, che di Resistenza ne è medaglia d’oro.

Coordinamento antifascista e antirazzista Soumaila Sacko – Arezzo