La memoria storica senza la verità, è solo propaganda di regime!

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A differenza della Germania, che ha di fatto preso coscienza delle proprie responsabilità (come popolo e non solo come istituzioni) di fronte alla storia, l’Italia è vissuta nel limbo degli “Italiani brava gente”.
Ma fu veramente così?
Sicuramente siamo un popolo che dimentica in fretta, visto che in pochi nel paese sembrano avere consapevolezza dei crimini commessi dai nostri militari durante guerre e occupazioni in territorio straniero, in particolare durante la seconda guerra mondiale.
Giusto quindi ricordare oggi i nostri morti, innocenti infoibati barbaramente per il solo fatto di essere italiani, ma questa operazione di memoria collettiva dovrebbe avere un senso solo se fatta precedere da una presa di coscienza altrettanto collettiva, delle cause che portarono a tanta barbarie verso i nostri connazionali. Ma a scuola nessuno parla mai di tutto questo: la seconda guerra mondiale è accennata a grandi linee e le responsabilità italiane raramente citate.
Celebrare i morti è giusto, ricordarli ed onorarli anche, ma sempre all’interno di una cornice storica che non deve prescindere dalla verità. Fare finta che non sia accaduto nulla, che siano stati uccisi degli innocenti solo perché “quelli di là” erano brutti e cattivi e mangiavano i bambini, non fa onore alla nostra dignità, alla nostra intelligenza e alla nostra cultura. Quando si trascina la partigianeria politica nella commemorazione storica, tocchiamo invece il punto piu’ basso del degrado delle nostre istituzioni.
Allora andiamo pure a ricordare nel giorno in cui l’Italia intera deve rivolgere un pensiero a chi ha perso la vita per l’unica colpa di essere italiano, ma questa memoria serva per proteggere noi, i nostri figli e la nostra patria, dal rischio che possano accadere ancora i fatti che hanno seminato tanto odio nei popoli.
Tutti ormai conosciamo la storia dell’armadio della vergogna, ma nessuno cita o vuol ricordare che esiste, dimenticato anche quello in un angolo della procura e non lontano dall’armadio, anche un “carrello della vergogna”, stipato di incartamenti relativi alle tante stragi commesse durante l’ultima guerra, dai soldati italiani.
Di questi eccidi si occupò una commissione istituita il 6 maggio 1946 dall’allora ministero della Guerra. La relazione finale, del 30 giugno 1951, è firmata dal senatore Luigi Gasparotto.
Oltre 300 i militari italiani accusati di crimini di guerra dalle varie nazioni aggredite dal fascismo: eccidi che sarebbero stati commessi in varie località della Jugoslavia, della Grecia, dell’Unione Sovietica, della Francia, dell’Albania. Solo poco più di una trentina, secondo la relazione Gasparotto, quelli perseguibili da parte “dell’autorità competente”. Ma nessuno fu mai processato.
Solo per una di queste stragi – quella di Domenikon, in Grecia, dove furono trucidati 150 civili – il procuratore De Paolis nel 2014, dopo aver raccolto la denuncia del rappresentante dei familiari delle vittime, ha riaperto un’inchiesta che in precedenza era stata archiviata.
Le indagini della procura militare di Roma avrebbero consentito di risalire ai responsabili della strage, che verranno ora iscritti nel registro degli indagati, anche se sarebbero tutti morti.
Inevitabile, dunque, la successiva archiviazione con beffa, anche se si spera che tutto questo lavoro serva almeno a rendere consapevole l’opinione pubblica italiana che i nostri connazionali non sono stati affatto “più buoni” di molti altri, ma che anzi specie nell’epoca fascista sono stati responsabili di crimini gravissimi anche se per motivi storici rimasti del tutto impuniti, almeno in tribunale.
Ricordiamo dunque prima di tutto, come siamo arrivati al tragico epilogo delle foibe, iniziando da quando l’Italia partecipò alle fasi dell’invasione della Jugoslavia, partendo dalle proprie basi in Venezia Giulia e Istria, da Zara e dall’Albania.
Nei documenti militari dell’epoca risulta che ebbe inizio la Guerra in Balcania, non riconoscendo con questa bizzarra definizione lessicale, il Regno di Jugoslavia.
A nord era schierata la 2ª Armata (9 divisioni di fanteria, 4 motorizzate e 1 corazzata) sotto il comando del Generale Vittorio Ambrosio con obiettivo Lubiana e la discesa lungo la costa dalmata. A Zara vi era una guarnigione di 9.000 uomini, al comando del Generale Emilio Giglioli, che allo scoppio delle ostilità si diresse su Sebenico, Spalato per giungere a Ragusa (Dubrovnik) il 17 aprile; infine dall’Albania vennero impegnate 4 divisioni della 9ª Armata sotto il comando del Generale Alessandro Pirzio Biroli.
Alle 5,15 del 6 aprile 1941 i tedeschi entrarono nel Regno di Jugoslavia: il piano prevedeva che la 12’ armata dalla Bulgaria muovesse verso Skopje e Monastir per impedire che l’esercito jugoslavo potesse unirsi alle truppe greche venute in loro soccorso.
Due giorni dopo il 1’ Panzergruppe di von Kleist doveva muovere verso Niš e Belgrado mentre il 12 aprile la 2’ Armata dall’Austria e dall’Ungheria e il 16’ Panzerkorps dalla Romania dovevano puntare verso Belgrado.
L’esercito italiano, con partenza da Zara, dopo sanguinosi combattimenti raggiunse Sebenico e Spalato (15 aprile), e Ragusa e Mostar (17 aprile) riunendosi ai reparti partiti dall’Albania.
Il 15 aprile Re Pietro e il generale Simovic abbandonarono il paese rifugiandosi in Palestina; lo stesso giorno il Governo del Regno di Jugoslavia avanzò una richiesta di pace e il 17 aprile il generale Danilo Kalafatović firmò l’armistizio. (Archivi Storici militari)
l’Italia potè così annettersi parte della Slovenia (in cui venne istituita la Provincia di Lubiana), la parte nord-occidentale della Banovina di Croazia (congiunta alla Provincia di Fiume), parte della Dalmazia e la zona della Bocche di Cattaro (che assieme a Zara, già italiana, andarono a costituire il Governatorato della Dalmazia).
Nella Provincia di Lubiana, fallito il tentativo di instaurare un regime di occupazione morbido, emerse presto un movimento resistenziale: la conseguente repressione italiana fu dura ed in molti casi furono commessi crimini di guerra con devastazioni di villaggi e rappresaglie contro la popolazione civile, il che aumentò il risentimento della popolazione slava nei confronti degli italiani. A scopo repressivo, numerosi civili furono deportati in vari campi di concentramento creati in diverse località italiane, quali il Campo di concentramento di Arbe (Arbe era stata annessa al Regno d’Italia) e il Campo di concentramento di Gonars (in provincia di Udine).
Nei territori annessi, accorpati alla Provincia di Fiume ed al Governatorato della Dalmazia, fu avviata una politica di italianizzazione forzata: dalla fine del 1941, anche in queste terre si sviluppò una cruenta guerriglia, contrastata da una repressione che raggiunse livelli molto elevati dopo l’estate 1942.
Furono registrati vari episodi di rappresaglia indiscriminata, accompagnati all’istituzione di un Tribunale Speciale per la Dalmazia che – spostandosi di volta in volta in varie località della costa annessa all’Italia – comminò diverse condanne a morte con procedimenti sommari.
L’esercito italiano fu altresì coinvolto in una serie di scontri interni allo Stato indipendente di Croazia (che aveva inglobato l’intera regione bosniaca), dove alla guerra di liberazione del movimento partigiano jugoslavo sotto il comando di Tito si accompagnarono le violente persecuzioni antiebraiche ed antiserbe ad opera degli Ustascia croati e la contemporanee azioni dei Cetnici di Draža Mihailović, ufficialmente riconosciuti dagli Alleati (fra il 1941 e il 1944) come esercito di liberazione della Jugoslavia, ma localmente alleati con italiani e tedeschi contro i partigiani di Tito.
A questo complesso mosaico di combattenti si devono aggiungere le varie formazioni collaborazioniste slovene, croate, bosniache e serbe, reclutate da italiani e tedeschi e utilizzate in prevalenza in azioni antipartigiane.
La tipologia complessiva di diversi livelli di scontro in questo teatro fa ritenere a diversi storici che nel corso della seconda guerra mondiale in Jugoslavia si sia quindi combattuta anche una guerra civile. (Stanley G. Payne, Civil War in Europe 1905-1949, Cambridge University Press)
Bello invitare tutte le scuole aretine di ogni ordine e grado a partecipare alle celebrazioni del giorno del ricordo… “per partecipare alla cerimonia che si terrà domenica 10 febbraio alle 12 presso il monumento di Largo Martiri delle Foibe a ricordo delle vittime dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. La Giornata del Ricordo è infatti un momento di forte coesione nazionale e di memoria condivisa per non dimenticare l’eccidio di molti italiani e l’esodo di tanti compatrioti costretti a subire la violenza dei comunisti titini. Morire perché italiani: questo fu il destino di molti istriani e dalmati e oggi, più che mai, è necessario non disperdere nell’oblio ciò che accadde in quegli anni e che rappresenta una tra le pagine più terribili e dolorose della storia d’Italia”. (Comunicato del Sindaco di Arezzo)
Tuttavia, se sindaco e assessore mi consentono, chiederei anche alle nostre scuole non solo di partecipare, ma prima di tutto di approfondire con coscienza storica e profondità di studio, tutti gli eventi che condussero due popoli, uniti da secoli da vincoli di amicizia, a scatenarsi l’uno contro l’altro armati.
Non offendete vi prego la nostra intelligenza e neppure quella dei nostri ragazzi. Meritano di piu’.
Meritano prima di tutto di conoscere sempre la verità !

 

(Paolo Casalini)