Maurizio Bianconi e le indagini sull’operato dei commissari governativi di BE

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La lettura della sequenza dei fatti che condussero alla fine di Banca Etruria continua a lasciare perplessi.
Se dall’ascolto dei personaggi in commissione banche, che fecero la storia di questa vicenda, si capisce tutto, anche troppo.. alla fine non si capisce nulla. Restano i fatti a parlare da soli.
Ha ragione Bankitalia: il CDA di Banca Etruria è stato a lungo inadeguato. Lo è stato certamente per tutto il periodo che va dai primi anni 2000 alla sua triste fine. Anche coloro che avrebbero potuto apportare un po’ di professionalità, fuggivano dopo poco esservi entrati. Lo aveva scritto per ben due volte il governatore Visco che serviva un cambio di passo. La seconda volta solo qualche giorno prima delle dimissioni di Fornasari.
Quel CDA fu rappresentato dalla vigilanza di Bankitalia, come “l’orchestrina che balla sul Titanic”.
Ma di questa macabra e dolorosa vicenda nessuno parlava all’epoca dei fatti; nemmeno Bankitalia.
In nome della riservatezza, tutto era edulcorato, secretato, riservato. E se anche fosse trapelato, il linguaggio avrebbe potuto essere sempre interpretato.
Agli inizi di quel 2015, (annus terribilis) gli ispettori ormai non si muovono piu’ dalla banca e guidano di fatto il CDA verso l’ultima fatidica riunione, in cui approvando quanto è stato da loro stessi proposto, determineranno le cause che giustificano il commissariamento. Di questo aveva bisogno Bankitalia, lo ammette di fatto Barbagallo quando dice che nel 2013 non c’erano ancora i requisiti per poter intervenire direttamente.
Tutto segue una liturgia che pare prestabilita.
Nei giorni che seguono il decreto sulle popolari, decreto-legge n. 3/2015 del 24 gennaio 2015, convertito con legge n. 33/2015, che continuo ad immaginare all’origine della lunga sequenza successiva, i futuri commissari di BE vengono sostituiti nei loro incarichi precedenti.
Il decreto di nomina arriva qualche giorno prima dell’ultimo CDA fissato per il 12 febbraio 2015. Dopodichè si attende solo che tutto si compia. Non appena vengono approvate le correzioni al bilancio, un bilancio che per la prima volta mostra un patrimonio negativo di poco superiore al milione di euro, l’ingresso in sala della cavalleria. La banca è ufficialmente commissariata.
Il dottor Antonio Pironti e il ragionier Riccardo Sora – ex dg di Ubi Banca (a pensare male si fa sempre peccato) ed ex commissario di Tercas, Carichieti e Cassa Rimini, per la quale è stato indagato e poi prosciolto grazie a una lettera di manleva di Visco – sono stati nominati l’ 11 febbraio 2015.
Solo quattro giorni prima il governatore aveva proposto il commissariamento al ministro dell’ Economia Pier Carlo Padoan – che ha approvato in un baleno – con queste motivazioni: vertici “non consapevoli della gravità della situazione”; “erosione delle esigue risorse patrimoniali”; “inevasa” la richiesta di integrazione con una banca più grande e sana; “la banca risulta esposta a un elevato rischio reputazionale e di liquidità” (in italiano “fuga dei depositi”).
Eppure continua a non accadere nulla. I commissari nominati si dimostrano attendisti. Gestiscono l’ordinario ma non fanno nulla per cercare di trovare una soluzione, per offrire un barlume di speranza.
Nella trimestrale al 30 settembre 2015 firmata dai commissari della banca, mentre la grande stampa è troppo occupata a sapere che ruolo avesse avuto la famiglia Boschi, si scopre che nei nove mesi di amministrazione straordinaria degli uomini di Visco la situazione economica, finanziaria e patrimoniale di Etruria è sensibilmente peggiorata.
Scrive in quei giorni Il Fatto Quotidiano, (mai stato tenero con BE) che i commissari in nove mesi non hanno fatto niente di più del cda presieduto da Rosi nei suoi altrettanti nove mesi. Per esempio, sulla necessità di aggregarsi con una banca più grande la relazione al 30 settembre dei commissari non dice una sola parola. Ma anche sui conti sembrano aver accompagnato lo sfascio. L’ erosione delle risorse patrimoniali di cui scriveva Visco dipendeva dalle massicce rettifiche di valore dei crediti deteriorati imposti a Etruria dagli ispettori di Bankitalia.
Nel 2014 le sofferenze (crediti inesigibili) sono salite da 1,55 a 1,98 miliardi, e le rettifiche di valore da 1.034 milioni a 1.590 milioni. I conseguenti 556 milioni di accantonamenti hanno pressoché azzerato il patrimonio, però i commissari hanno ereditato un sontuoso tasso di copertura delle sofferenze del 66 per cento, contro una media italiana del 57.
Al 30 settembre 2015, dopo nove mesi di commissariamento, le sofferenze lorde erano salite da 1,98 a 2,18 miliardi, e il tasso di copertura era sceso dal 66 al 63%.
D’ altra parte la crescita delle sofferenze per Sora e Pironti era da attribuire alle tendenze “del sistema bancario”, e la riduzione del grado di copertura era “leggera” e confermava “il trend di estremo rigore”.
Con Sora e Pironti al timone il “rischio reputazionale e di liquidità” paventato da Visco si è concretizzato. La notizia del commissariamento ha provocato una fuga dei clienti che i commissari non hanno saputo, o voluto, contrastare.
Nel 2015 la raccolta a vista (conti correnti), che nel 2014 era salita del 10%, è scesa del 21%, da 3,2 a 2,5 miliardi di euro. Quella diretta (clientela totale) è precipitata da 6,4 a 5,5 miliardi, -15%. I crediti concessi ai clienti sono scesi del 14%. I crediti buoni (chi paga le rate e non provoca “sofferenze”), giù del 21%, da 3,8 a 3 miliardi.
Le sofferenze nette, lasciate dal CDA al 13% dei crediti alla clientela, erano salite dopo nove mesi al 18%. Un record nazionale. Intanto crescevano anche i costi di gestione e personale, su cui per anni si sono appuntate le critiche della Banca d’ Italia.
Invece nel 2015, si continua solo ad attendere. Forse si prepara la resa dei conti.
Il 14 novembre 2015 arriva il definitivo disco verde al bail-in, ovvero al provvedimento secondo cui, a partire dal primo gennaio 2016, il salvataggio delle banche in difficoltà dovrà avvenire anche con il supporto dei creditori della banca stessa. L’Italia lo approva con qualche mese di ritardo.
Il 16 novembre 2015, mediante i decreti legislativi n. 180 e n. 181 viene data attuazione nell’ordinamento italiano alla direttiva europea (Direttiva n. 2014/59/UE) che istituisce “un regime armonizzato nell’ambito dell’Unione Europea in tema di prevenzione e di gestione delle crisi bancarie il cui principale tratto distintivo consiste nel limitare l’intervento pubblico a sostegno di una banca che versi in una situazione di crisi”.
E’ la resa dei conti.
Si arriva così al 17 novembre 2015 quando con uno scarno comunicato, i commissari straordinari fanno sapere di aver venduto parte delle sofferenze. E’ su questa vicenda che la procura della repubblica ha deciso di vederci chiaro. Questo il testo:
Il Gruppo Banca Etruria ha sottoscritto un accordo per la cessione di un portafoglio crediti in sofferenza a Sallustio S.r.l., SPV del Credito Fondiario Spa (gruppo Bancario Tages), composto complessivamente da n.1.860 posizioni per un Gross Book Value di euro 302 milioni; il prezzo di cessione è allineato al valore di carico dei crediti.
L’operazione rimane soggetta all’approvazione delle autorità competenti
Sui valori, sulla composizione del portafoglio ceduto, sul prezzo pagato, all’inizio solo illazioni. Si vocifera di importi poi dimostratisi errati. Solo dopo emerge la verità: Il prezzo pagato è stato pari al 16,3% del valore nominale, meno di quanto saranno svalutate in sede di decreto e che già sono da tutti considerate assai basse (17,9%) le sofferenze di Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti trasferite alla bad bank.
La lettera della Commissione che dà il via libera alla risoluzione fa riferimento ad una tranche dell’operazione, 284 milioni su 302 totali, per i quali il prezzo è stato addirittura inferiore: il 14,7%.  Per la precisione la parte non garantita è stata ceduta al 3% del valore nominale.
Perfino la Ue, che raccomandava di usare valori realistici (mantenendosi cioè bassi), ha giudicato una svendita il valore di cessione al 3%. Nell’istruttoria sulla procedura per Aiuti di Stato sull’operazione di risoluzione sulle quattro banche, considera infatti un valore decisamente realistico già il 5%.
Solo 5 giorni dopo, il 22 novembre 2015 (era domenica), viene approvato il decreto di risoluzione delle 4 banche. Banca delle Marche, Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara e Cassa di risparmio di Chieti non godranno di alcun trattamento speciale, né verranno utilizzati direttamente o indirettamente fondi pubblici per salvarle. E’ la stessa direttiva approvata solo 6 giorni prima ad imporlo. A pagare il conto saranno gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati. E’ stato applicato il nuovo meccanismo di risoluzione unico, fatta eccezione per alcune parti del cosiddetto “bail in” che entrerà in vigore solo a partire da gennaio.
Resta il mistero sul testo del decreto, apparso e poi scomparso dal sito ufficiale di Bankitalia, prima ancora che il Consiglio dei Ministri si riunisse.
il prezzo fissato 5 giorni prima, sarà utilizzato come riferimento per la cessione di tutte le sofferenze alla bad bank e sulla base di questa vendita, saranno calcolate le necessità dei fondi delle quattro banche e la relativa «tosatura» a zero di azionisti e obbligazionisti subordinati.
A fissare questo prezzo è stato Fondiario Spa. Su questa vendita la Procura della Repubblica di Arezzo ha appena acceso inaspettatamente i riflettori, indagando tutti coloro che ne furono attori.
Come ha raccontato l’Espresso: “Fonspa è una sorta salottino della finanza: guidata dal banchiere Panfilo Tarantelli, ex Citigroup, tra Fonspa e la holding Tages si trovano nomi importanti della finanza italiana e non solo. Come Piero Gnudi, ex Enel e commissario straordinario dell’Ilva. O come il presidente dello Ior, Jean-Baptiste de Franssu. O ancora come Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del board della Bce, presidente di Snam e di Societe Generale, ovvero il consulente nella procedura di cessione delle quattro banche”.
E’ su questa ultima figura che si accende l’attenzione dell’allora parlamentare aretino Maurizio Bianconi, che torna oggi a ricordarcelo: “Circa la notizia del procedimento aperto dalla Procura della Repubblica di Arezzo sulla cessione di crediti deteriorati Banca Etruria ,segnalo quanto appresso, sinora completamente disatteso dal politically correct”.
Dopo averci ricordato il testo di una interrogazione a cui non fece seguito alcuna risposta. Senza entrare nel merito di quanto esposto, le critiche/accuse mosse dal deputato aretino sembrano piuttosto circostanziate e se anche solo una parte dei rilievi mossi fossero veri, riteniamo che vi sarebbe molto materiale per la Magistratura.
In verità molte cose contenute nell’interrogazione parlamentare di cui sopra non sono una novità: precisi scenari circa il ruolo del dott. Bini Smaghi nella vicenda delle quattro banche risolte nel novembre del 2015
Alla luce di quanto sopra sarebbe davvero un dovere istituzionale verso tutti gli investitori ed i risparmiatori che il Governo desse, finalmente, una risposta chiara e precisa ad un rappresentante del Parlamento, aldilà delle correnti e degli interessi politici, perché ciò che qui è in ballo è l’interesse superiore dell’Italia – che dovrebbe prevalere sui singoli particolarismi – ad avere un sistema bancario correttamente guidato e vigilato e, soprattutto, trasparente.
Ma non è finita: anche tutto l’operazione che vedrà nascere la bad bank nazionale, farà riferimento al prezzo di vendita praticato dai commissari di Banca Etruria il 17 novembre: «Poiché non vi è alcuna prova che permetta alla Commissione di considerare che il prezzo di mercato di questa operazione sarebbe significativamente diverso dal prezzo di mercato generale (…), la Commissione ritiene che la transazione sia paragonabile al caso in oggetto (ovvero la bad bank per le quattro banche, ndr.), indicando nel 3% come unica chiara evidenza di un valore di mercato».
Il commissario Pironti, il 14 dicembre 2015 viene nominato presidente del comitato di sorveglianza di Etruria, cioè il supervisore del liquidatore che ha dato al tribunale le pagelle sui nove mesi di gestione Rosi, Berni e Boschi e sui nove dei commissari. Ed il cerchio si chiude.
Mentre l’attenzione della politica pareva solo interessata a sapere se la Maria Elena Boschi aveva chiesto o no a Unicredit di salvare Banca Etruria, nessun voleva ricordare che è iniziata così, con un decreto scritto sotto dettatura e che aveva la pretesa di chiamarsi SALVABANCHE, la lunga notte nel parco buoi dei risparmiatori italiani.