Siamo pronti a investire con i denari dell’Imu non riscossa

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Nell’Italia demenziale del tassa e spendi, ci mancava la ciliegina sulla torta degli investimenti con l’IMU non riscossa.  

La politica si è ormai radunata intorno all’osso. Uno dei pochi che restano. Val la pena di ricordare il recente passato, in cui invece che cercare di agevolare queste strutture (che dovrebbero stimolare le produzioni locali) detassando gli immobili che con tutta evidenza non hanno uno scopo commerciale ma sono a servizio di una intera collettività, anche il prode Calenda preferì usare gli incentivi a pioggia (quelli del famoso aforisma reganiano), lasciando il carico fiscale inalterato.

Quel governo è stata l’ultima speranza per migliorare il funzionamento di un fondamentale volano produttivo che spinge tutta la bilancia dei pagamenti con l’estero: “quelli di ora” non sanno manco di cosa si parla. Troppo pretendere che intervengano perché forse manco capiscono il problema.

Tuttavia ha ragione la maggioranza che governa la città: investiamo pure le tasse non riscosse. O forse no. Forse sarebbe meglio non investire nulla e venderlo questo maledetto polo fieristico al miglior offerente, per farci un parco a tema e un centro commerciale con un po’ di villette a schiera a condimento. Forse Arezzo non sa cosa farci e dunque nemmeno lo merita. Vendendolo però le tasse si riscuotono di sicuro e non ci sono investimenti da fare. Poi se già il 2018 ha visto l’export crollare, pazienza. In compenso “ci s’ha la rota panoramica” che fa girare l’economia dei bar, trattorie e alberghi, almeno le domeniche di natale.

I nostri orafi? Mandiamoli pure a produrre in Austria dove verrebbero accolti con tutti gli onori e dove hanno predisposto enti camerali per le imprese italiane che espatriano. Ma anche in Svizzera non scherzano. In alternativa potrebbe andare bene anche spedirli a Vicenza, dove almeno c’è una città che li sostiene e un polo fieristico che mossosi per tempo ha precorso i tempi.

La Nazione ci racconta che ieri mattina IEG, la società che gestisce le fiere di Rimini e Vicenza (e ha fatto begli utili), ha formulato un’offerta irrevocabile di acquisto per due rami delle attività fieristiche alle seguenti condizioni: 5,2 milioni rateizzati in 5 anni, ultima scadenza entro il 31 gennaio 2023; le prime 4 rate da 1,05 milioni, l’ultima da un milione tondo. La cifra parte dalla valutazione delle due fiere aretine: OroArezzo è monetizzata per 5,12 milioni, Gold Italy 80 mila euro. Sulla base di indiscrezioni raccolte, l’intera somma sarebbe subito scontabile in banca, cioè con un anticipo cash.

Sempre secondo le voci raccolte dal nostro quotidiano, IEG si impegna a mantenere i due eventi al centro affari fino al 2032 e a legarli comunque alla provincia di Arezzo negli anni successivi. Non ci sono conferme invece, a proposito dei 500 mila euro l’anno (per 11 anni) in servizi. La proposta, anticipata prima di Natale, è diventata ufficiale ieri ed è già in possesso di tutti i soci di Arezzo Fiere.

 

Bingo, direbbero alcuni miei lettori. Almeno quelli che di sviluppo industriale non capiscono gran che: si “scassetta” tutta l’IMU, si rimettono le fiere in pari, si recupera anche l’arretrato e si caccia l’infame Boldi.

E invece no. Sindaco e assessore Merelli tornano ad attaccarne la gestione, mentre le decisioni, dice Ghinelli, «arriveranno a ore»… Volando con un po’ di fantasia: “La cessione arriverà certamente, ma devono essere altri a farla, altrimenti che gli raccontiamo agli elettori? Che dopo aver detto tutto il peggio del possibile, Boldi adesso lascia il bilancio in pari, anzi in utile? Non sia mai. Rinviamo al prossimo cda l’operazione, così che il cappello sopra ce lo metteremo noi. Basta opporsi alla durata – per esempio – ed ottenere 59 mesi anzichè 60, per iniziare una gestione in gloria”.

La Regione ha inviato a Boldi un avvertimento secco: con un cda ridotto a due unità dopo le tre recenti dimissioni dei consiglieri di nomina locale, si deve occupare solo di ordinaria amministrazione e non certo di cessione anticipata. Sullo stesso tono anche Comune, Provincia e Camera di Commercio. Ma Boldi che non è pollo, non vuol portare la cessione al CDA, ma attraverso questo convocare l’assemblea dei soci, che in questo caso è sovrana e può deliberare su qualsiasi argomento.

In realtà il suo obiettivo l’ha già raggiunto. Chiunque verrà dopo di lui, dovrà fare i conti con una potenziale eredità ben diversa da quella descritta fino ad oggi a tinte fosche.

Se la cessione non ci sarà, chi ha deciso di affossarla, se ne dovrà assumere la responsabilità politica negli anni a venire. Se invece ci sarà, nessuno potrà negare il merito a chi l’ha condotta fino a qui.

Touchè Andrea Boldi!