Dotti medici e sapienti al capezzale di Arezzo Fiere. Molte polemiche e poche idee, ma confuse bene

1

“Vorrei sapere da lor signori” disse la Fata, rivolgendosi ai tre medici riuniti intorno al letto di Pinocchio “vorrei sapere da lor signori se questo disgraziato burattino sia vivo o morto!…“

A quest’invito, il Corvo, facendosi avanti per il primo, tastò il polso a Pinocchio, poi gli tastò il naso e il dito mignolo dei piedi: e quand’ebbe tastato ben bene, pronunziò solennemente queste parole:

“A mio credere il burattino è bell’e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!“

“Mi dispiace” disse la Civetta “di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega: per me, invece, il burattino è sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero“.

“E lei non dice nulla?” domandò la Fata al Grillo-parlante.

“Io dico che il medico prudente, quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare, è quella di stare zitto.

Precisiamo subito che la gestione del sistema fieristico in Italia, è proprio la rappresentazione di uno stato demenziale a cui siamo ridotti da tempo. Ma ormai siamo rassegnati!

Una stratificazione di norme scritte male (che novità) sono state interpretate (come al solito) con la ciliegina del Consiglio di Stato sulla loro natura, (e sulle tasse che devono pagare) dopo un azione promossa nientepopodimeno che dall’agenzia del territorio:  il catasto!

Sappiamo ormai bene che in Italia soffriamo piu’ o meno  tutti di una sindrome da castrazione, ovverosia siamo capacissimi di tagliare le gambe alle mucche da latte per farci l’arrosto, salvo lamentarci dopo, della qualità del latte. Mentre gli stati a noi vicini e confinanti, si impegnano per sostenere le imprese, per assicurare sviluppo, per generare ricchezza da dividere, per sostenere  il lavoro, in Italia trattiamo le stesse imprese come mucche da mungere, colpevolizzandole o al piu’ lasciandole in balia della burocrazia piu’ sfrenata, spesso spingendole ad emigrare.

Facciamo il punto.

Secondo quanto riporta Aefi (Associazione Esposizioni e Fiere Italiane), ogni anno durante le rassegne fieristiche in Italia, vengono conclusi affari per circa 60 miliardi di euro. Oltre il 50% delle esportazioni italiane nasce proprio da contatti originati dalla partecipazione a saloni professionali.

Il 75% delle aziende considera la fiera uno strumento fondamentale per il proprio sviluppo, nonché una delle principali leve per generare partnership internazionali.

Oggi la fiera – scrive l’associazione – offre molte opportunità che vanno oltre il presentare i prodotti o fare ordini: sono soprattutto la possibilità di conoscere i trend di consumo e scoprire tutte le innovazioni, l’opportunità di valutare e di confrontarsi, di trovare nuovi partner, che la rendono ancora così attuale. Il motivo è semplice: tutto ciò si può valutare solo fisicamente.

La credibilità e la funzionalità delle innovazioni si possono percepire solo ed esclusivamente toccando con mano, parlando personalmente con le aziende, con i tecnici, con gli altri buyers. Secondo quanto affermano gli stessi visitatori\buyers questo è l’unico modo per poter scoprire, valutare al meglio e scegliere, infine, le strategie per il futuro.

Spiegava un anno fa il presidente dell’agenzia Ice, Michele Scannavini: «Con il Programma di potenziamento delle fiere italiane di rilievo internazionale, avviato nell’ambito del Piano straordinario per la promozione del made in Italy voluto dal governo, nel biennio 2015-2016, l’Agenzia Ice ha sostenuto 89 edizioni di manifestazioni fieristiche che hanno visto la presenza complessiva di 19.200 buyer selezionati, l’organizzazione di oltre 250mila incontri b2b, e un incremento del 125% di visitatori esteri».

“Se si muove tassalo, se continua a muoversi regolalo, se smette di muoversi prova con gli incentivi!”

Calenda (quando era viceministro) attraverso il piano per l’internazionalizzazione, ha convogliato sul nostro sistema-fiere quasi 80 milioni di euro di incentivi, a patto che i calendari venissero razionalizzati e non ci fossero sovrapposizioni. E’ per questo che Arezzo ha stretto una allenaza con IEG,  che consenta di coordinare le due manifestazioni più importanti nel campo dell’oro e della gioielleria… Peccato che mentre da una parte si offrono incentivi, dall’altra si cerchi solo di riscuotere imposte che pesano sulla situazione patrimoniale dei quartieri fieristici, come ad esempio le modifiche dell’Imu, che equiparando le fiere ai centri commerciali, hanno prodotto una distorsione enorme.

Ricapitolando

A fronte di 60 miliardi di fatturato diretto generato, ma soprattutto considerando che il 50% dell’export totale del sistema Italia arriva tramite il sistema fieristico, a fronte di 200 mila espositori totali, 22 milioni di visitatori all’anno stranieri compresi (gli stranieri sono 1,3 milioni), stiamo qui a praticare le piu’ svariate forme di autoerotismo cerebrale solo perchè molte di loro faticano a trovare un assetto finanziario stabile e realizzano 46 milioni (!!!) di euro di perdite totali (lo 0,7% del fatturato che generano).

E allora sapete che si fa?

Si sega il ramo dove siamo seduti e alla fine si butta pure la sega! Magari cercando prima di spremere qualche milione di euro di imposte sui fabbricati. Siamo o no la repubblica delle banane?

In tutta la polemica che sta infiammando il settore e passando anche attraverso il consiglio comunale, le associazioni territoriali, quelle di categoria e i partiti politici, non si è visto uno straccio di piano economico proponibile. Solo accuse relative alla gestione piu’ o meno in perdita. In ultimo la geniale soluzione: troviamoci un direttore generale, che come l’ultimo ci costi cento mila euro l’anno senza togliere un ragno da un buco. Anzi…

Questo metodo di impostare la questione è deludente da qualunque angolazione lo si guardi, perché invece che interessarsi dell’obiettivo vero nell’utilizzo di questo formidabile strumento di mercato, ovvero generare lavoro, far crescere i fatturati e quindi creare posti di lavoro, ci si preoccupa se perde o guadagna qualche spicciolo nel panorama economico locale.

Val la pena ricordare che ad Arezzo si genera il 20% dell’export totale della nostra regione e il 75% di quello della cosiddetta area vasta, con un controvalore che sfiora i sette miliardi di euro. Che vogliamo fare? Possiamo consigliare i nostri orafi di andarsene altrove e ad Arezzo Fiere allestire una città del natale stabile?

Ad Arezzo hanno fatto suonare la grancassa di apertura alla banda delle polemiche, al Consigliere Roberto Bardelli (detto Breda) che ci ha spiegato in un comunicato molto ben scritto, quanto siano incapaci i gestori dell’ente. La sgradevole sensazione è rivedere anche qui la filosofia di gran voga oggi in Italia: “Va via te che mi ci metto io!”

Se riduciamo la nostra fiera ad un poltronificio da occupare militarmente, allora stendiamola qui.

Le ultime tre amministrazioni si sono rifiutate di fare qui qualsiasi investimento, lasciando che Regione e Camera di Commercio si sobbarcassero gli oneri di completare gli investimenti strutturali e di onorare gestioni deludenti. Nessuna visione strategica, nessuno sguardo rivolto al futuro, nessun sostegno a quelle categorie economiche che residuano nel nostro comparto industriale. Esultiamo per qualche migliaio di turisti che vengono qui la domenica a girare sulla ruota panoramica, lasciando in balia delle tempeste chi produce ricchezza vera, chi offre lavoro vero, chi ha reso questa provincia il cuore pulsante della nostra regione. Che delusione!

Mi sarei aspettato sindaci disponibili ad entrare nel merito delle questioni, invece abbiamo conosciuto amministrazioni brave soltanto a pontificare. Avrei voluto assessori direttamente presenti nei luoghi dove si decide il futuro industriale della nostra terra (battendo qui i pugni sul tavolo se serve e se si hanno idee da proporre) e non soltanto interessati a spot elettorali e vetrine per allodole. Invece assistiamo ormai da anni a bracci di ferro ideologici a colpi di comunicato stampa e guerre economiche per spillare le ultime gocce di vita sotto forma di imposte sui fabbricati.

Fa sorridere un po’ scoprire che una delle pochissime fiere in attivo (come se nell’interesse generale dell’economia che qui si genera, questa cosa assumesse una rilevanza essenziale) è proprio il tandem Vicenza-Rimini, fuse dall’anno passato nell’Italian Exhibition Group (IEG) e che mette a segno un utile di 6,6 milioni.

Il vituperato Boldi ha cercato di infilarsi nel sistema. C’è riuscito? Forse. Perlomeno ci ha provato!