Un colonnello dell’Esercito Italiano, sarà lo sfidante di Castiglion Fiorentino

26

Alle primarie che si sono svolte durante tutta la giornata di domenica, ha riscosso un larghissimo consenso.

Luca Casagni, 45 anni, colonnello della cavalleria italiana, sarà lo sfidante per il centro sinistra alla coalizione che oggi è guidata da Mario Agnelli alle prossime elezioni comunali del maggio 2019.

In una giornata rigidissima, sono andati a votare in 326 e di questi il 71.3% ha indicato Luca Casagni.

Al seguito del Presidente verso l’altare della patria

L’intervista. Sono andato per conoscere prima di tutto l’uomo. Avremo tempo di parlare dei suoi progetti per l’amministrazione di Castiglion Fiorentino, visto che ci aspetta una lunga campagna elettorale che sta per entrare nel vivo. Adesso ci interessa molto di piu’ conoscere chi sia questo sfidante, iniziando dal ragazzo che finita la scuola, lascia il paese, gli amici, l’ambiente in cui era cresciuto, per gettarsi nella mischia della vita, vestendo la divisa di cadetto d’accademia. A Modena prima e a Torino poi, dove si laurea in scienze politiche, a cui aggiunge tre master alle università di Firenze e di Roma.

Un’esperienza militare la sua, partita in un decennio turbolento per l’Europa intera e che per questo lo vede entrare coi suoi uomini in una Sarajevo martoriata dalle bombe. Era appena stato firmato l’accordo di Deyton ma non erano ancora cominciati i bombardamenti americani sui Balcani per costringere alla conclusione il conflitto del Kosovo. L’odore della guerra impestava ancora tutta l’aerea.

Cosa ti è rimasto di quella esperienza?

La Biblioteca Nazionale

Moltissimo. Ha cambiato la mia visione del mondo. A Sarajevo con i miei uomini alloggiavamo in ciò che restava del palazzo dell’università. Proprio quel luogo che era stata la culla di scrittori, uomini di scienza e di ingegno, era stato trasformato in un accampamento di militari in cui risuonavano i passi chiodati e non piu’ le fruscianti pagine dei libri o il vociare degli studenti. E’ come tornare indietro nel tempo: proprio quando pensavamo che in Europa la guerra non dovesse esserci piu’, gli uomini sono tornati ad abbrutirsi, ad uccidere, trasformando il luogo supremo della cultura a cui tutti noi ragazzi, ancora pieni di speranze e forse di illusioni guardavamo con fiducia in una trincea, con le voragini delle granate nei pavimenti, con le finestre sfondate, con i mitra che spuntavano qua e là, con i Lince parcheggiati al posto degli autobus.

Sarajevo è stata una grande città. Qual’era la situazione al vostro arrivo?

Quando entrammo la popolazione si era ridotta del 60%. Nulla era piu’ funzionante. La gente nei 4 anni di assedio era morta per le granate, per i proiettili dei cecchini, ma anche di malattia e fame. Sarajevo è una città che ha aperto e chiuso un secolo terribile. Qui è nato il pretesto che ha scatenato la prima guerra mondiale, qui avrebbe potuto scatenarsi la terza. Se ciò non è accaduto, è solo perché le potenze europee avevano adesso maturato una ben diversa coscienza di pace.

Quanto è profonda questa coscienza?

Tremo a questa domanda. Molte convinzioni sono in questi anni andate sgretolandosi. Avrei voluto che le celebrazioni del centenario della Grande Guerra divenissero l’occasione per riflettere non solo sugli avvenimenti che portarono a quella tragedia, ma più in generale su ciò che ha rappresentato il Novecento nel rapporto con la guerra, quel secolo che ha prodotto un numero di morti in guerra tre volte superiore a quello complessivo delle vittime di tutti i conflitti combattuti nei diciannove secoli precedenti.

Dopo Sarajevo sei andato in Kosovo?

Quattro volte. Qui sono arrivato al comando della forza europea di intervento rapido ed è proprio qui che mi è stato chiarissimo dove portano i nazionalismi. Qui dove cittadini pacifici, vicini di casa che per anni avevano convissuto in amicizia, hanno risposto al richiamo dell’etnia, anzi meglio, al richiamo della tribù, uccidendosi a vicenda senza pietà. Indossare le divise dell’Unione, aveva per noi un significato speciale. Ci sentivamo di rappresentare una forza che non aveva nessun altro retropensiero se non la volontà di portare la pace. Dopo la voglia di tornare a casa vivi, solo questo animava i nostri pensieri davanti ai campi minati, quando sibilavano i proiettili dei cecchini, quando esplodevano le granate, quando gli aerei sganciavano il loro carico di morte: sentivamo che le nostre famiglie, i nostri cari, la nostra gente, il nostro popolo, non avrebbe mai piu’ conosciuto quel dolore, il gelo dell’inverno di Sarajevo, il fragore delle bombe a grappolo. Mai avrei visto nella mia patria una intera classe di bimbi saltare in aria su un ordigno inesploso. Oggi forse mi sento meno forte nelle mie certezze.

Temi il nazionalismo?

E come potrei non temerlo? Oggi lo stanno riciclando con una parola nuova. Lo chiamano sovranismo. Sempre della stessa brodaglia si tratta. Una brodaglia da cui esala l’odore della polvere da sparo mista al dolciastro odore del sangue. In Kosovo venne Slobodan Milosevic nel 1989 pronunciando una frase fatale: «Là dove c’è una tomba serba quella è Serbia».  Rinfocolando le ostilità etniche e religiose nella Federazione fondata dopo la seconda guerra mondiale dal Maresciallo Tito, ebbe gioco facile prima nell’incendiare gli animi e poi scatenare i cannoni. Fino ad allora lo status costituzionale del Kosovo nella Jugoslavia titina, era quello di provincia autonoma della Serbia, uno status non paritario con le sei repubbliche costituenti (Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Montenegro, Macedonia) che avevano il diritto di secessione. Con l’ascesa di Milosevic, quando il nazionalismo divenne parola d’ordine, quando fu facile infiammare gli animi con il richiamo tribale, fu revocata l’autonomia, annullato il bilinguismo serbo-albanese e avviata una politica di assimilazione forzata. E fu guerra! E fu morte.

Dal Kosovo a Kabul. Due mondi diversi, ma diversi problemi?

Mica tanto. Due volte sono stato in missione in Afghanistan e qui ho conosciuto un popolo di grande fierezza. Indomito e con la coscienza di essere erede di una tradizione millenaria. Sottomesso forse suo malgrado a pochi incantatori che sanno bene come usare l’arma piu’ antica del mondo: la fede. In realtà un popolo pacifico, che vorrebbe solo ritrovare la sua strada. Qui al nazionalismo si è saldata la religione, governata da pochi furbi. Una miscela quanto mai pericolosa ed esplosiva.

Perchè hai deciso di entrare in politica nel tuo paese?

Perché il tempo di stare seduti è finito. Venti pericolosi stanno soffiando sul vecchio e apparentemente pacifico vecchio mondo. Si avverte ormai forte il rifiuto del modello di società che ha reso grande l’occidente, ma questo rifiuto non è affatto la risposta ai problemi che i Paesi Europei hanno dinanzi. L’isolamento in cui alcune forze politiche, sospinte da interessi esterni, vorrebbe farci scivolare tutti, finirà solo per farci sprofondare ancora di piu’, facendoci solo regredire ad epoche e mentalità che credevamo superate per sempre. Chi soffia forte sul fuoco dei nazionalismi, ha fatto sua una lezione banale ma efficace sviluppata nell’antica Roma: dividi et impera. Quando ci saremo divisi vedremo allora con chiarezza chi sarà ad imperare su di noi. Peccato che sarà troppo tardi.