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Siamo tutti iraniani per salvare Sakineh

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Il grido in sostegno della donna davanti all'ambasciata a Roma. Nella nostra città per ora nulla è stato fatto. L'approssimarsi della data del 20 settembre in cui Roma si liberò dalla teocrazia, ci ricorda che un intero paese è soggetto non al diritto ma alle leggi del Corano e assiste ogni giorno ai soprusi contro le donne e i gay.

 

Ci ricorda Francesco De Palo dalle collonne di FFWEB:  «Siamo tutti iraniani per salvare Sakineh». «Oggi siamo tutti iraniani» scandisce Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma. «Ci sentiamo offesi mortalmente da quanto sta accadendo in Iran», aggiunge Angelo Bonelli dei Verdi. La mobilitazione ha preso consistenza anche in Italia, con un sit-in fuori all’ambasciata iraniana di Roma. Per salvare una vita umana, per chiedere il rispetto della stessa, per non piegarsi a logiche antidemocratiche e medievali. Sakineh è rinchiusa nella prigione di Tabriz, nell’Iran settentrionale, pare che due giorni fa le abbiano detto di tenersi pronta alla lapidazione.

«Questa è una battaglia contro il regime e non contro il popolo italiano» ha aggiunto Pacifici. Sullo sfondo un pupazzo vestito di nero, a simboleggiare una donna costretta ad una sorte d’altri tempi. Ultima delle numerose testimonianze di solidarietà che in questi giorni sono apparse anche nelle strade, come la gigantografia di Sakineh all’ingresso del ministero per le Pari Opportunità di largo Chigi e quella che sembra verrà affissa anche in piazza del Campidoglio. O come l’appello promosso da un gruppo di intellettuali francesi per la sua scarcerazione, sul sito di Repubblica, già a quota novantamila adesioni.

Numerose le reazioni del mondo politico. Secondo Bonelli esempi di mobilitazione come questo sono fondamentali, perché ciò che sta accadendo in Iraq succede anche in altri ambiti dove la tortura viene eletta ancora a mezzo per fare giustizia. Nulla a che vedere con proclami democratici e intenzioni istituzionali. «È un’atrocità e in quel paese andrà veicolata la democrazia vera, non quella delle censure e delle pietre».

Il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo si è detta stupefatta che nel 2010 ci sia ancora il rischio di lapidazione per una donna, in uno stato che vuol mostrarsi moderno e democratico. Pedica dell’Idv sostiene l’assurdità della vicenda, soprattutto in un momento storico in cui la globalizzazione ed il progresso dovrebbero invece favorire le libertà e i diritti. Boniver (Pdl), si appella ad una maggiore pressione sull’Iran, dal momento che non è sufficiente «indignarsi, ma serve mobilitarsi attivamente». Fiamma Nirenstein definisce paradossale il fatto che il Paese di Ahmadinejad lapidi le donne ma contemporaneamente possa sedere nella Commissione per la Condizione femminile dell’Onu. Le eurodeputate Angelilli e Mazzoni, da Bruxelles, propongono un rafforzamento dell’embargo nei confronti di Teheran.

Inoltre una delegazione del Pd al Parlamento europeo- composta da Silvia Costa, Francesca Balzani, Rita Borsellino, Patrizia Toia, Deborah Serracchiani- annuncia una fiaccolata per il prossimo 7 settembre, che alle ore 20 partirà dalla corte Louise Weiss del parlamento di Strasburgo.  Aurelio Mancuso, leader della comunità italiana gay ha scritto una lettera aperta al ministro degli Esteri Frattini per impedire la morte di un altro giovane iraniano, Tabriz Ebrahim Hamidi, la cui unica colpa è di essere omosessuale.

Roma, Bruxelles, Strasburgo, Parigi: la mobilitazione non ha confini. Sulla facciata di Palazzo Medici a Firenze il Presidente della Provincia ha voluto far affiggere un’altra foto di Sakineh per sensibilizzate i turisti sulla questione. Un modo garbato, ma deciso, di coinvolgere non solo i cittadini, su una tragedia alla quale è necessario reagire con una voce unica, perché è proprio in momenti come questi o come l’Onda verde iraniana, che unire significa dare un segnale. Forte e deciso.

 

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